lunedì 10 settembre 2007

Un ospite

Mi sorprese che leggevo Topolino, testa appoggiata al del resto inutile cuscino, dato che io dormo piatto come una sogliola, sulla soglia della morte attesa ogni notte. C’era Paperoga che disastrava la vita di Paolino Paperino indicandogli un nuovo lavoro e la mia bocca tirava un sorriso, quando sopra gli occhi mi colpì il nero pastrano: seduto dinnanzi al mio piccì, gomito appoggiato sulla lignea protuberanza che regge la tastiera, come un atro messo infernale, mi guardava attraverso occhi che non saprei dire qual colore mai avessero: un naso adunco e una bocca sghemba in un sofferente silenzio; artigli tra i capelli e altri sul pomolo della sedia, l’indice alzato come se richiamasse la mia attenzione. Non mi prese il panico seppur il cuore mi palpitasse giambico; in effetti la bocca prese a seccarsi nella dimenticanza di deglutire: ancora l’atavica sensazione di inevitabilità. Attraverso secondi come secoli battei le palpebre e in piena comprensione principiai a considerare quale borsa usare per il viaggio: quello percepì il mio pensiero e scosse le ossa in diniego: -sono di passaggio. Uh, pensavo fosse rauco, colpa dei Monty Python. Invece pare vento di settembre, come le impressioni: a dirla tutta, non ricorda alcuna inflessione, alcun tono, alcunché. Beh, quindi, che cacchio voleva? Un sorriso, mi parve. –Sono stanco. Ti guardo e sono stanco. Sai oggi ho preso un pezzo grosso, m’è toccato andarci io, nessun messo minore ci voleva andare; come con quell’altro, quello che tu chiami Balena Bianca, due, tre, nove volte m’avevan scomodato… e non voleva venire. Sono stanco. Lascia che stia qui un secondo ad osservarti, tu che non sei un cazzo, non hai e non avrai scuse per evitarmi. Mi parve volgare ‘sta cosa, eppure aveva ragione. Lo fissavo rapito da una stanchezza che comprendevo. Mi dicevo: senza lui nessun senso; eppure quant’odio. –Sì, mi odiano. Non si può prescindere da me, e mi odiano. Sbatacchiano come ossessi quando mi presento, o quanto tocca ai miei bravi: ormai resto spesso a casa, delego. In tempi mediocri come questi, non c’è sugo, non ci si sente apprezzati, non ci si diverte. Nessuno capisce che se io non arrivo nulla prima sarebbe. Si voltò alzando un poco il bavero, svelando nessun corpo: lesto cercai i calzari che sempre m’hanno incuriosito: logori sandali, forse quelli che calcarono il Golgotha dietro a Colui. Guardava l’Urlo. –Mi ricorda la mia giovinezza. Non ridere, fui giovine. Colui? Uno straccione, piena la testa di vecchie favole, e tu che credi a quel discorso sulla montagna… illuso coglione. Non c’è che dire: volgaruccio. –Pensa per te che alle volti assembri uno scaricatore di porto, e berci di poppe, culi, fiche, merda… e non sai un cazzo di niente. Già. –Ascolti sempre musica… Cerco te, o il senso di te. –Sono davanti all’alba, dietro l’imbrunire, nella pioggia, o nel sole ardente… sono il Senso e sono stanco… di esserlo e di non essere capito. Ora vado, ci si vede. Sicuro, sicuro come che un uovo è un uovo. Paperoga ha vinto, Paperino ha nuovi debiti da saldare. Via il cuscino, ci devo pensare. ( A Lori, che ci pensa.)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ti ringrazio.
Questa pagina mi è piaciuta moltissimo.
Anche il ritmo in queste righe è stanco, come il Tristo Mietitore, come te che torni dal lavoro e, tolto il cuscino, lasci che il sonno-nulla-morte ti inghiotta.
'Sono il Senso e sono stanco' è il cuore poetico di questo pezzo.
Ci sono altre cose che voorei dire, ma non trovo le parole.