Sono un autodidatta. In qualunque cosa è molto di più quello che ho imparato da solo che ciò che invece m’è stato insegnato; non c’è alcun compiacimento, solo la riflessione che l’innata tendenza alla solitudine s’è portata appresso questo onanismo multiforme e sfrenato. Non che io abbia mai negato al verbo o all’azione altrui di giovarmi o almeno condizionarmi: nelle basi, nella costruzione della struttura influisce molto, troppo, il lavorio di fattori esterni che, se tali restassero, esterni, tanto male non riuscirebbero a farlo: ma quando s’impongono come interni, il danno è già fatto. A tal proposito mi ha sempre incupito il senso di impotenza nemmeno percepito: quando si è bambini, si è pasta inconsapevole nelle mani altrui senza poter opporre niente, ma senza nemmeno sapere che si dovrebbe fare una qualche opposizione; si è in balia degli eventi, della struttura sottostante gli educatori, oramai esseri non più consapevoli delle loro fratture interne, ovvero consci, ma capaci solo di bendaggi persino più dannosi della ferita stessa. In effetti io non ho mai aderito al cerchio della vita, al ripetersi delle stesse cose: solo perché mi sembra banale: delicta maiorumque immeritus lues, è già tutto lì, nella sapienza latina che scopiazzava la greca che scopiazzava l’orientale e così via. Ma al semplice tapino che importa tutto ciò? Non ci si può curare di ogni pettirosso caduto, finisce che ci si cura o ci si potrebbe curare solo di sé, pettirossone caduto e splattato sulla via di una vita qualunque. Quali danni sono stati fatti in me? È possibile distinguere il danno provocato dall’esterno dalla qualità innata? Penso di no, sarebbe un vantaggio eccessivo per quei bighelloni di psicologi intenti a dipanare la matassa dell’es-ego-superego, conditi dai vari complessi con un pizzico di vanità nel transfert. Gli anni da chierichetto, il catechismo m’hanno forse impedito di riuscire a vedere oltre la farsa, oltre lo sfarzo, oltre il superficiale e vederci niente? O la scuola stessa: piena di nefandezze e purulenta di ignoranza; quali vie m’ha sbarrato? Un professore alle medie disse ai miei che io ero diffidente: quindi non mi fidavo… i miei se la presero, al contrario già allora a me sembrò giusto: proprio così, non mi fidavo di principio di nessuno, di nessuna verità, di nessuna opinione… senza averla sviscerata, ora direi destrutturizzata, ma da piccolo che ne sapevo? Conoscevo solo un’impressione: l’incomprensione; non degli altri verso me, ma mia verso gli altri: non mi era chiaro il perché sbatacchiassero per alcune questioni, perché si facessero certe domande, perché non vedessero oltre… oltre cosa, non sapevo spiegarmelo. Imparai a leggere, a scrivere ma non capivo perché si desse così tanta importanza a cose che mi parevano naturali. Ho il sospetto che le continue malattie m’avessero educato più di persone in carne ed ossa: ha ragione Fante, in merito a se stesso e a Dostoevskji: la malattia ti pone in un certo qual modo in stretta parentela con la sofferenza, tua ma anche altrui, e in definitiva ti affianca anche al sentimento della caducità del tempo, della precarietà dell’esistenza, al sentimento della morte. Io non saprei dire chi altri sennon le malattie, m’abbian potuto inculcare nel cervello che niente dura, niente è così importante… tutto muore, perché altrimenti non sarebbe nemmeno vivo. Per questi pensieri non ravviso cause esterne, fatta eccezione per i libri: ma quelli vengono più tardi, dopo i pensieri di un bambino, in realtà solo abbozzi, niente di formulato ed elaborato, ma sensazioni, forti ma non decifrabili. La fragilità: sono sempre stato e lo sono tuttora, un essere fragile: eppure non si spiegherebbe il perché io non abbia mai rinunciato a quello che mi si chiedeva di fare o che per un attimo volevo fare; non si può scavalcare la questione che da qualche parte sono andato e sono arrivato. Ho sempre fatto tutto senza sentirlo veramente, senza crederlo essenziale, fondamentale, importante, ma solo così, perché andava fatto: tanto poi tornavo nel mio mondo che per tanto tempo è stato pieno di ninnoli, almeno finché anche questo universo consolatorio s’è svelato per quel che è: nulla. Quindi, da una parte la capacità di fare quello che serve, dall’altra l’incapacità di credere: la prima sì, mi sembra frutto di mani altrui che han agito sulla mia pasta, o dell’ambiente stesso, delle circostanze. Ma la seconda: nichilismo di fondo, interiore; relativismo innato; l’Assurdo: sfiduciato ma non disperato; negatore ma non rinunciatario; insoddisfatto cosciente. Marinaio di un vascello alla deriva. Oh, non naufragare.
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1 commento:
Perchè dici 'venità nel transfert'?
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