Non ci volevo andare, cazzo! No! Non ci volevo andare! Teste David cum Sibilla, o Majin Bù, o… Odino, qualcuno che testimoni che io non ci volevo andare ci sarà, epperdio! Che se poi non mi volete credere, allora andate a farvi fottere, o non leggete, dato che della vostra comprensione, o pietà, o… o critica, m’importa ‘na sega elettrica. Ma ci sono andato: tutti a dirmi: -e sei un misantropo –e morirai nella tua polvere –e non sai vivere – e non sai che ti perdi… e cagate così che ben conoscete, miei tre-quattro lettori, miei cagacazzi soliti, trinciagiudizi da botteghino del salame d’asino, con rispetto per l’orecchiuto sodale, germano, esempio di lungimiranza imbecille e stoica. E ci sono andato: che ci devo fare? Me ne sto lì davanti al quindicipollici aziendale per otto ore a menare il can per l’aia, a spulciare quattro bolle di a da in per con su tra fra… a cercare donnine prone nella rete e scaricarmele sulla chiavetta onde sognar di chiavar colle medesime, mentre, seduto nella mia tana, brandisco il fratello di nessuna battaglia, di nessuna presa della Bastiglia, a pagamento o per volontario spalanco di cosce olezzose e ingannatrici. Otto ore di scaricamento merda giù per la discesa della Santa Madre Azienda e pause e pranzo e banana e brioches, sempre nelle tasche della Piovra Tentacolare Economica. Ma a voi ikkè ve frega? Ecco, sì, li vedevo ciacolare come sempre, levando la mia pelata sopra lo schermo cosicché i lumi facessero il loro servizio, dico, li guatavo fare un cazzo pure loro, ma lavorare di lingua, saliva, denti, mani, sudore e mentula ritta e subina grondante… alquanto, tutti lì alla scrivania della Vippi che se la chiamassi io così me menerebbe il pippo per ore denunziandomi al capo, al capo del capo, alla Santa Inquisizione, agli amici suoi guaglioni. La passeraccia se ne stava di tre quarti sulla sua sua cadrega rossa ottenuta con fellazioni straordinarie, il gomito sulla nivea scrivania, il biondo crine gemmato scarmigliato ad hoc, la camicetta aperta giusto per mostrar la valle tra le due poppe della Mesopotamia che vide alle sue falde più di un Isacco di Ninive… rossa, ‘a camiscetta soa, la microgonna nera sulle cosce diafane e li tacchi da zoccola de ‘a Mandolosa… tutto bene in vista, merce alla mercè de li colleghi libidinosi ma privi di possibilitate armeno fin quanno la barbella c’avrà l’età e la pelle per li yacht, poi però, si nun l’arà truat er gonzo ricco da spellà, mo je toccherà er colleghino, o er spazzino per scovolognà ‘a subina e mantener la sua tracotanza. Insomma la Vippi teneva banco sbavazzando attorno e i lapilli di bava li coglievan felici i dù zozzoni der marchetingo aziendale, il Vanni e il Poppi, la valchiria della valle raminga, la Giuni, e il nano puzzolente e gaio, il Bucio. Id est: tutto l’offizio braveggiava al table della Vippi, tranne me, pelato, occhialuto, mezzosegaiolo. Raggiunsi la picture d’una slava impallinata da un verro e ghignando serafico risollevai i lumi verso la Vippi iusto in time per vedere l’assenza delle mutandine e udire un gridolino di piacere dacché il nano puzzone s’era preso la briga di estrarre qualcosa di prezioso dal suo giocondo taschino, frate del gonnellino di Eta Beta, ma ferente sole minchiate. Giudicai la Vippi passabile anche dal verro… ma solo perché sono foioso, invidioso, sfigato, boaro, e finito, valligiano. Loro, cittadini, la crema della società, del consorzio umano, del monno impiegatizio e vattelapesca. Pure la Giuni, solita a dirmi oltre il ciao ordinario anche frasi come: -ekke cazzo fai?... pure lei gridolinava in preda ad un orgasmo tantrico che nun saccio che vor dì. Bah, salvata la foto, me ne stiracchiai la schiena, facendo cric-croc… e sentii la profferta del Vanni: -Aperitivo? No, minchia, no, l’aperitivo, no! Tutto, gas nervino, napalm nel culo, ma no l’aperitivo, no! Cominciai ad occultarmi, a sparire: bastardi, lo sapevano che odio l’aperitivo, ma son di strada, pezzi di merda, mi invitano per ridermi in faccia, per soffocarmi nel loro verbo mostruoso, per spingermi al suicidio. Ogni volta mi invitano, balocco da sbaloccarsi prima di ire nelle villule loro, nei pubi, nelle palestre, o dove vanno a passare la serata loro must, very, very must. E ogni volta: ho il cagotto, ho fretta, ho un impegno, è tardi… e sfottono di più. Ma l’ultima, giusto due sere fa, m’ero ingabbiato da solo, avevo detto: la prossima volta vengo, ma cristo, perdonatemi, pensavo di morire ieri, o che morissero tutti loro. E invece no. Eccoli: -sì, dai, ape, ci si vede là, okkei, poi si va… . No, non guardatemi, non guardatemi, bastardi… sempre più giù, avevo visto uno scarafaggio sotto il case… e invece: - ehi, A., stasse vieni anche tu! Ricordi? La Giuni, troia fottuta di ganna: - ah, eh, ecco ho un impegno… . –eh, no, caro, stasse vieni pure tu. Il Poppi, mefistofelico fijo de ‘na mignotta. Così, cari vicini e lontani, levai il mio bolso cadavere e sull’attenti dissi che sì, ci sarei andato, parola è parola. –Evviva! Chiosò la Vippi già ghignando, lurida spompa gessati aziendali. E ci andai, come vi dissi. Trillò il campanello e tutti uscimmo, io ultimo, lontano, appestato, testa china. Loro davanti a berciare sempre e comunque, ad imperlinarsi scambievolmente, a tessersi elogi e progettare inculate scambievoli, schiavi ipocriti merdosi. Il bar era poco lungi, grandio, almeno quello: io sempre dietro, cane bastonato, seguivo il lezzo delle barbelle e la bauscia dei paini, liete loro carole, alti loro cachinni. E bestemmiavo in me, iddio, li santi quattro evangelisti, angeli, arcangeli, troni, potestà, virtù e dominazioni, e quanno ‘a Candida s’era impaurita… giungemmo al loco d’ogne intelletto muto: il Bar Strogolo, pullulante di impiegati allo sbando, e tintinnante come una legione di cristalli di Boemia, il ritrovo prima delle missioni uterine e cardiovascolari di quei cittadini principi dell’umana spezzie. E c’era un table libero, porcogiuda, manco a farlo apposta: via di filato verso le sedie, giù i culoni, ecco il vespillone col farfallino verde, ecco le ordinazioni, carte per la conversazione per tutti, e bacardiaperolgingercrodinocolbianco e patatine e olive e vaffanculo. Gighe e sarabande, sudore e ghigni, poppe che sobbalzavano, scroti che sgrondanavano, saliva a flutti, esse sbiascicate a vanvera, passere deflorate e pippi spippottati, senza sosta, senza ritegno, senza sacramento. E io lì, solo nella pazza folla di coglioni, scoglionato e represso, fumiginante sulla cabezza e loro giù di macchine, palestre, night, yacht, tennis, uccigucci, coccoscianel, mascara, pizzi merletti e tanto, tanto sperma profuso a profusione, che nun je manca ‘a fame a ‘sti zozzoni. Ecco, c’ero andato perché dovessi sentirmi inferiore, indegno, inetto. Fuggii. Pagai tutto io. Nessun grazie. Tutto dovuto. Prosit. Merda a gogo.
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1 commento:
Ma no, ci sei andato perchè ti avrebbero dovuto salvare. Non ci sono riusciti. Deus gratia.
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