mercoledì 19 settembre 2007

18 settembre 2007

Seduti sui gradini dentro al Duomo Vecchio guardavamo il dipinto di un’altra età: nell’aria la gregoriana melodia che non riuscivo a non pensarla frutto di un mezzo fuori luogo, uno stereo inappropriato. Ti chiesi: cosa viene a cercare la gente qui dentro? Un'altra avrebbe risposto: la fede, senza sapere di che si tratta. Tu mi dicesti: vogliono solo dirsi di esserci entrati, di averlo visto. Hai ragione: quante persone fanno una cosa solo così, per dirsi ecco l'ho fatta. Mi piacciono i contrasti: io, non certo il principe dei fedeli, incapace di abbrancarne anche una a caso, di fede, dentro le chiese mi sento sempre a mio agio, non sento alcunché di diverso dall’aria fredda e dall’odore di cera o di incenso, non vedo altro che dipinti, sculture, e, se ci rifletto, bugie. Ma mi trogolo ove è richiesto il vuoto, per riempirlo d’assenso. Attraverso il profilo dei tuoi ricci, il crocifisso: quello lì, esemplifica la vita, che non è solo un correre verso la morte, ma un salire il Golgota, con la propria croce sulle spalle: non ti ho aggiunto che solitamente di Simoni di Cirene non ce ne sono, perché forse tu ne troverai. Con una persona intelligente anche quattro chiacchiere sono interessanti, anche in un Duomo, anche in una cripta che sempre mi narrerà del tuo volto. C’è uno stacco tra la realtà e il sogno? Il varco è qui? Camminavo con te sentendomi come sempre avanti di dieci anni, quando tutto è ricordo sbiadito, i volti ombre, gli odori impossibili da richiamare. Non recidere forbice quel volto, solo nella memoria che si sfolla, non fare del grande suo viso in ascolto la mia nebbia di sempre. Eppure va così, nonostante l’opposizione: col tempo l’acqua scava buchi nella roccia; ma il tempo non è che un filo che sfugge via tra le dita sempre meno precise. Il silenzio, la pausa bianca tra le parole: ricorderai il berciare pseudopolitico di quel predicatore in piazza? Anche lui troppe pause: ci deve pensare su. Ed intanto lassù lo sfottono. Come la vita, che ghigna mane e sera, alle spalle di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ancora Montale, sempre le stesse cose. Bisogna saper ascoltare: i genitori, gli insegnanti, il guaito del cane, il sussurro dei vecchi, il fischio del vento, il richiamo della natura; c’è però di più nel non detto che nel detto; o nel dimenticato, perché forse ci si ricorda solamente di quel che fa più comodo, o meno male. Non lo so, io non so niente. Una panchina: ricordi la vecchia davanti a noi? Ha ragione Svevo, il tempo si cristallizza e non vivono più giorni campali; ma non serve essere vecchi, basta guardarlo il tempo, la freccia che dall’arco scocca, e frettolosa fugge verso il bersaglio, non è che la stessa freccia che, se se ne chiedesse il senso, cadrebbe a terra inerme. I tori? I luoghi comuni, per esserlo, comuni, devon corrispondere alla verità. La cognizione del dolore: volevo scriverci la data, come ricordo di un dì, o di una estate intera, stand by me. Per chiudere, la scacchiera: ricordatene, è lì, e lì resterà dopo di noi, sempre che un qualche accidente non le capiti; a quel livello del terreno, un’altra vita, ma gli stessi problemi legati al tempo, al da farsi, al da dirsi, alle pause senza senso. Ci giocavano col legno, credo anch’io, e forse han levato al testa e sopra loro sono apparsi due volti sognanti, uno sotto la pelata, l’altro sotto i ricci rossi. Il tempo: nient’altro che illusione; e la corriera blu, e il bus arancio eccetera eccetera. Come un santino, protettore solo supposto: nella terra dei cazzi e dei tori ci vengo come pensiero, finché evaporerò come l’acqua sull’asfalto dopo la tempesta. (A Stefy)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Scriverò la data e dentro metterò queste tue parole.
Nessun commento stavolta... solo lacrime e un grazie.