Parto da Montaigne, dallo scrivere che non provoca tormento ma nasce dal tormento. Ci credevo, nella procellosa adolescenza, quando pensavo che l’età dell’oro sarebbe arrivata e che un dì i fiumi di latte e miele sarebbero rullati giù sotto casa e le barbelline m’avrebbero atteso festanti davanti al portone di casa. E sui banchi del liceo lasciavo che il presunto tormento, generato persino artificialmente dietro la lieve sottana bionda, ché si studiava lo dolce stil novo e si guatava buscando la Beatrice da portare appresso l’aorta, lasciavo dunque che le passioncelle producessero materia siccome li bubboni tipici dell’etade e della nutella. Persino in Patavia scambiavo il tremolar della marina per spirito creatore… ma di maculato conciato appresi che, a lo ver dire, l’era tutta un questione di implosione interna, esclusivamente una faccenda personale. Il prodotto estrinsecato non corrispondeva mai al sentire, proprio perché mi gabbava l’idea di vergare il sentimento ignudo e crudo, ignorando che se non lo si fa salire su tutt’altra carrozza, lo si veste con abiti e maschere e gli si fa dire altro da sé ma che nasconda, in nuce, il sé vero e proprio, il sentimento va a farsi fottere. (pausa: Lemmy il grande bercia: march or die; e se fossi dipartito senza conoscere lui, o Leo, o Rino… ?) Tutto lo scritto è pura finzione: si maschera il sentito e si butta giù un’accozzaglia di fantasime che rechino un barlume di quel che si vuol comunicare. Italo avea ragione, la Medusa la locchi con lo scudo, di riflesso… altrimenti te tu diventi petra e l’è bella e finita l’impresa. Sicché se guardi il sentimento dritto nelle palle degli occhi, lo sbagli del tutto, ché si nasconde e perdi, dacché non lo stani più. Tana libera tutti. Così ci ho provato: pigliavo un casus belli, una scusa di indignazione, uno spunto dalla realtà becera e un altro dai grandi modelli, e imbastivo una vicenda che la dovea essere nient’altro che la scorza che cela la polpa, il pensiero, la convinzione, ‘a teoria buggiarona. Ho provato col teatro, col prosimetro… ma è solo sbrattando sulla carta la Strana Urbe che ho capito che da raccontare non avevo un cazzo di niente, e ben di più mi bisognava sfogare la pentola a pressione con estemporanee venute cerebrali. In effetti, o che storia mai si può raccontare? Senza voler minchionare il lettore con baggianate… ché ti basta spiluccare l’ultimo dei quotidiani per aver più materia di quanta ne abbia partorita Stefano Re e ‘o piccì suo. Ma, o dei dell’empireo, le vicende sono nella vita, o perché mai qualcuno deve inventarsele e qualcun altro deve leggerle? Per l’economia, le tasche, i dindi tintinnanti? Ah, sì, Mammona. Quindi io non ho un bel niente da scrivere, eppure nel cervello sento un fru fru tra le fratte, e sbuca fuori la berciata, da cristallizzare lì sul foglio, o sullo schermo, ché non se ne può più fare a meno, bastarda tecnologia. Sicché quando il mio DaviDino mi dice: devi scrivere qualcosa in cui pur’io compaia, ebbene io non lo so che vergare; e torno pischello sui banchi, quando l’era lo dì del tema: cominciai in terza liceo a fare così: pigliavo il titolo, lo leggevo due, tre volte e poi mi stiracchiavo le membra sulla sedia e pensavo, viaggiavo nelle segrete della mente alla ricerca di appigli. Me ne stavo così a riflettere una buona mezzora, poi, raunate idee buone e pessime, abbrancavo la penna e giù di un botto tutto il rimasto nello scolapasta. Poi rileggevo onde evitare macroscopiche fregnacce e via a copiare in bella. Un’altra rilettura anti-errori, e stop. Consegna. Un ora e mezza, persino troppo. Feci così anche all’università, mi toccò attendere la fine delle due ore per poter tornare dal buon Michele e sberciacchiare per l’urbe. Il professore, così come accadeva al liceo, mi guardò attonito: ma quando riesci ad imbastire tre, quattro idee (che di per sé son vecchie quanto Matusa) in un decente italiano, e piantala lì, chiosa dignitosamente e basta: altro che torte a strati di fregnacce, ingigantite di fuffa. Così rifletto: io e Davide. E potrei parlare del lavoro, delle ghignate, degli sci da montare o di quelle cazzo di racchette che vuol farmi imparare a raccordare, delle pizze, dei pasti dai suoi, o dei nostri finti rimproveri reciproci, delle sigherette che gli incatramano i polmoni e ammorbano l’aere, o dei videogiochi con sterminio di massa. E potrei dirne di cose… eppure caracollo dal particolare al generale: quante cose non riesco a dirgli nonostante le tante ore insieme; quante cose un individuo non riesce a dire ad un altro anche se passano otto e più ore nelle stesse stanze. Quanta incomunicabilità in ‘sto monno globalizzato, frenetico nel far sì che tutti sappiano tutto… quello che si può far sapere e che di solito non vale un cazzo. Sì, perché le cose, i pensieri dominanti… a quanti, e quando li si dicono?
A flower?

1 commento:
E' vero, hai ragione.
I pensieri dominanti.
A chi e quando? Mai?
E a guardarli, dritti in faccia cercando le pupille a 'sti pensieri dominanti, ai propri pensieri! mica a quelli degli altri! ci si ritrova di sale,magari. E allora bisogna spostare lo sguardo, di lato e mentire. La scrittura è finzione, dici.
Non ti offendere se ti rispondo così: "Ma va?????????????".
Ma chissenefrega, Andre.
Chissenefrega.
la verità serve nel mondo, non nella scrittura.
E' di nuovo il 'come' ad essere il centro e tu lo sai. E chi ha un 'come' come il tuo hai il dovere di scrivere. Sì, il dovere. MI dispiace per te ma è così.
Tu non sai quanto mi fa incazzare che tu abbia piantato lì l'oreglio.
e chisssenefrega se non arriverà mai, tu fallo andare avanti.
Fallo e basta.
E smettila di dare schiaffi alla miseria, per favore.
ti bacio e ti abbraccio.
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