lunedì 25 giugno 2007

17:14 BS-Marcheno: pensieri sconnessi

Vorrei anche io saper parlare degli anni della scuola, un po’ come Venditti, rendendo chiaro che a tutti accadono le stesse cose e che quindi non c’è proprio nulla di straordinario; così nella vita di noi solitomini che ci crediamo di fare, dire, pensare qualcosa di unico, di vivere vite uniche, salvo poi che, quando ci confrontiamo con gli altri… le stesse cose, da dire: -ehi, sei già stato qui; oppure un deja vù, un bieco trucco della mente per proteggersi dal fatto che tutti vanno nello stesso verso. Guardavo le aule, oggi, passeggiando per l’università, e sentivo i battiti di nervosismo di un tempo, ma non era più il mio, era quello dell’occhialuto alla finestra con gli appunti in mano, proiezione reale del ricordo di me stesso; sentivo il chiacchiericcio delle fiche infilate in infradito colorate e camicette leggere sui seni balbettanti d’emozione: anche così, sei già stato qui, anni fa. Guardo il tempo che passa e il ripetersi delle illusioni: che sia questo che mi respinge dalla scuola, dalla terza fascia, la serie c? Vedere orde di ragazzi ripetere movimenti, parole, bestemmie, giochi, errori, pianti che pure io… vissi? Sentire il tempo strisciare fuori dalle aule, giù dalle scale e tintinnare alla campanella? In fondo, nella solitudine onanistica Crono è più lento: batte sulle lastre della camera, alla porta, nelle casse dello stereo; ma non c’è negli occhi di chi vive la presunta edificazione culturale: non c’è perché non ci sono io davanti a notarlo.

Chi non si è innamorato di quella del primo banco? Già; alle medie aveva i capelli biondi e le poppe già sode; all’università era corvina, diafana e leggevamo Parini, senza che fosse galeotto. Tutto come copione. Non mi sono mai soffermato a pensare: -e se… ; è una mossa cretina farlo, perché se avessi fatto diversamente… il finale sarebbe lo stesso di tant’altri miei coetanei che con me giocavano alle sgàe, scambiavano le figurine e sbirciavano i primi porno. Non c’è mai granché di nuovo, nella sostanza almeno: sfumature dello stesso arrabattarsi. C’è un tempo per una cosa, poi uno per un’altra, magari per il contrario: e tutto con lo stesso comun denominatore. L’illusione? Il liocorno? La medusa? L’idra? La chimera? Forse la vita. Poi nel decantare della capacità di credere… ognuno vede la giusta proporzione, la pallottolina, il pulviscolo… che ognuno di noi è di fronte al mondo, all’universo; che ho fatto poi di… non dico straordinario, ma almeno nuovo? Eh, niente. E come mai in tanti corrono verso la definizione di sé come facente parte di una categoria? Impiegato, insegnante, marito, moglie, ricco, stronzo? E prima ci arrivano, meglio stanno, o credono di stare. Sì, Gibran, sembra che la vita non sia altro che nascita, matrimonio e morte, e quelli che s’azzardano a parlare di qualcosa di diverso, ancora siano ghettizzati. Omogeneità di intenti, destini: ma non basta la natura a farci solitomini, tanti Sisifo con tanti massi da far rotolare su e poi giù? Occorre forzarla? Negli altri, destini che potrebbero essere miei. Forse no. Fondare la causa sul nulla, sull’unico, sul sé… e sapere di non essere altro che… un altro.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho letto, e sono un po' invidiodo del tuo bel modo di scrivere. Invidioso in senso buono. Questo l'ho anche capito. Quel che mi viene da dire è: SIMILI MA DIVERSI. Il passato è passato. Puoi imparare, puoi fartelo raccontare da qualcuno, ma conta soprattutto la tua esperienza. Il futuro in quanto futuro non si sa. Ma in fondo dipende dal presente. Il presente è ciò che abbiamo. Carpe diem, quam minimum credula postero! E in fondo credo che vivere il presente sia un buon tentativo di influenzare il futuro. Può funzionare! Scendi dal fico! Dici che tutto si ripete, ma in fondo lo dici solo per sentirti diverso. Domanda: cosa desideri con tutto il cuore? Con affetto, Max

Anonimo ha detto...

Se si desidera credere che tutto si ripete, non si può contemporaneamente crogiolarsi nella nostalgia.

Lorena