martedì 12 gennaio 2010

L'Ultimo dell'an(n)o (frammenti)

Ci sono stati anni in cui l’ultimo giorno giungeva all’improvviso, quasi ladro dalla finestra a scuotere la presunta tranquillità famigliare. Si stava chi al lavoro, chi a scuola o all’università e poi si scopriva il pensiero convogliato all’unisono verso quel solito 31 di dicembre. L’altra festa, quella che fu del Sole Invitto, serviva da freno, appiglio, come per dire: -eh, beh, ma prima c’è Natale! E santo Stefano, pure, ma di quello importava granché a nessuno.
A risentire oggi i sogghigni d’intesa e il tintinnio delle bottiglie di spumante nelle borsine da supermercato, nelle mani dei nuovi minorenni, capisco, una volta di più, che non cambia mai niente; a parte i cellulari, quei casinisti imberbi che non stanno seduti giù in fondo alla corriera che mi riporta al paese, potremmo essere io e i miei coetanei, o mio padre e i suoi, o… più indietro negli anni, con fogge ed intercalare leggermente diversi, ma mica poi così tanto.
E l’Ultimo sfumerà via per loro come per noi, finché per qualcuno si rivelerà una infida bolla di sapone cui non credere più, nemmeno se attraverso ci vedi l’arcobaleno, nemmeno se è profumata: volteggiando in aria, seppur con grazia, finirà per esplodere.



La pistola compariva nelle mani dello zio come un trucco in quelle di un prestigiatore: sentivo il cuore accelerare, fenomeno tipico dell’accoppiamento tra pericolo e fascino. Ma era finta, una scacciacani: ma, in quel tempo di mia vita, una pistola era una pistola e il rumore, perbacco, era lo stesso. I petardi perdevano la loro attrattiva, pure i magnum e l’esercito dei raudi finiva per intristirsi nel suo sacchetto all’avvento del regno della berta nera: lo zio usciva sul poggiolo, seguito da suo figlio e da me, più indietro, timido all’inverosimile.
Ricordo, via naia, quando andammo a tirare la bomba a mano in Val Gallina ed, effettuato il mio lancio arcuato, sentita la ridicola esplosione, invece di fare la pantomima prevista, inginocchiandomi con le braccia sopra l’elmetto, casomai un qualche lapillo o scheggia fosse mai fuggita e piombata su di me, esclamai: -ma è meno di un raudo! Mi appiopparono una mini punizione; anche allora come adesso la mia mente era sul poggiolo con le mani sulle orecchie metre lo zio pumpummeggiava ridendo: forse il rimbombo causato dalla parete della casa: lo ricordo come un rumore forte, da lasciarmi un lieve fischio nella testa; non certo come gli attuali acufeni.


Salone sopra l’oratorio: grazie al geniale soffitto a capanna ha un’acustica in grado di rendere impossibile persino la visione di un film; ma è buono per ospitare mangiate e feste. Penso al pavimento unto e ai piattini di carta con poco spiedo e ancor meno polenta; allo spumante che eiacula intorno e a qualche risata. Non ricordo parole, discorsi; forse cercavo occhi di certo non visti.
In un altro Ultimo ci passammo così, in visita, belli brilli e sorridenti: non mi riesce di determinare dove avessimo mangiato. Camminammo qua e là per il paese, come sbandati muniti di qualche bottiglia, senza manco sentire il freddo. Ad un’altra festa anziana ci offrirono tartine e di nuovo da bere: poi le strade si sono separate e forse lo erano già allora; quando non distingui più gli anni, tutto sembra appiattirsi nel medesimo istante e il nulla di oggi si fa di sempre.

Fuori fioccava che pareva bambagia: non sentivamo il freddo giocando coi minuscoli carri armati in guerre di cartone colorato; il fuoco crepitava poco convinto della nostra attitudine ad aizzarlo: ma fingevamo di tollerarne l’insolenza. I dodici rintocchi e il rimbombo di schioppi e petardi mi colsero all’esterno, sotto la malcerta tettoia: d’un tratto pioveva e il bianco si macerava in fretta. Sputammo vodka sul fuoco saccente, incendiano la paccottiglia tutt’intorno: riuscimmo persino a riderne. Dov’erano allora tutte le lamie della mia giovinezza? E quelle attuali?


Passare l’Ultimo dove passavi le giornate e ingoiavi rospi e rane a profusione, ostentando incisivi e canini di tutto il resto dell’anno… dà il senso della catena corta, a limitare la libertà del botolo. Tavolo lungo di più tavoli, imbandito di vassoi spiedati e polenta; tramestio in cucina, brama di sentirsi speciali. S’infrangono le barriere dozzinali in ipocriti consensi festivi; cin cin allo stesso anno… del precedente. Si è già al domani, a raccontare l’un all’altro quel che ha detto fatto visto. Chi a sciare. E il salone si pulisce, ma non da sé.

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