Fermo come una pietra miliare sul ciglio della Statale, A guardava il monotono traffico del sabato pomeriggio: argonauti verso il Vello d’oro accudito gelosamente nei Centri Commerciali, mamme a pigliare i loro pupi dopo la catechesi, dopolavoranti sulla rotta del campo a sei per scaricare l’energia repressa nella settimana correndo e tirando ai garretti contendendosi la pelota, semplici perditempo come lui, bimbe in troppo belletto e poca sottana, stranieri dietro ad invisibili fili di misteriosi doveri.
Lontana la ruota della vita cigolava nel suo eterno moto. Eppure lui, immoto, pareva evaporato dal presente e sbalestrato in un qualche passato, o futuro, chissà.
Si scosse solo perché Apollo aveva mutato opinione e riscaldava un po’ più in là e si spostò pure lui; dall’altro lato della strada la Cooperativa gli parve un cadavere abbandonato perché nessuno sa che farsene: anni addietro era un attivo mini-market e pure A c’era entrato spesso, per sé per esigenze altrui. Ricordò la cassiera, florida bionda poi smagrita e involata in un altro paese dietro alle fiaccole nuziali. Il profumo del persciutto cotto gli sembrò svolazzare sotto le nari come un tempo fa: pia illusione, come quando ci si fa certi d’aver sentito voci o sussurri nel buio della notte ed è invece la disperata solitudine.
La serranda della Coop non tradiva dubbi nella sua fatiscenza, nella ruggine decorata con polvere nera; un vetusto dagherrotipo si frappose tra la realtà e il ricordo: i binari del tram che scendeva da T verso l’urbe, tutto in bianconero e A si ritrovò a formulare una domanda a se stesso: perché mai s’era rinunciato al tram? Non sarebbe stato ancora comodo sferragliare verso i calli cittadini senza i rompimenti di palle del traffico?
Un trullo dal suo cellulare: un sms, un suo sms, un altro? No, un volgare scherzo della tecnologia: era una copia fluttuante nell’etere di quello ricevuto in mattinata, quello definitivo, lapidario: -è finita! Con punto esclamativo per innalzare la voce in grido, bercio. Faceva seguito ad una telefonata della sera precedente, in cui lui s’era impegnato nella parte dell’innamorato ferito e aveva inscenato sgrondamenti di sangue dal cuore e di lagrime dagli occhi pesti di dolore. Ma lo sapeva bene che era finita. E non quel giorno ma sei mesi prima, quando lei era salita sull’aereo per Albione colla scusa dell’Orgasmus.
Due giorni prima, passeggiando per il paese senza meta veruna, s’era imbattuto nel P: i soliti ameni saluti e commenti sulle vicende calcistiche e poi il saggio carpentiere gli disse: -oh, ieri ho visto la tua R, giù in posta; sempre quei fianchi eh, da stantuffo, eh, beato te. Ma non l’era partita? E ad A era pure toccato di inventarsi delle fanfaluche così a braccio per non far capire che scendeva dalle nuvole come un perone marcio. Quindi era tornata e lui non ne sapeva un cacchio. Tornato a casa la faccenda non gli parve più così maleducata, anzi prevedibile, naturale, dovuta. E appollaiato in poltrona sapeva che così le cose vanno.
Poi lei era andata a casa sua: l’aveva vista dalla finestra in soggiorno; solita macchina rossa con le fiancate decorate da graffiti teppistici e gomme lisce come l’olio. Era scesa in un effluvio di rossi capelli e shampoo, in gonna corta e calze colorate, viola-nero, e tacchi. Borsetta sempre appesa alla spalla e ciondolante, manco aveva suonato alla porta: era entrata e basta.
Infatti nella sua vita era entrata e basta.
Donne come R non bussano mai, non chiedono il permesso: pigliano. E poi, quando mutano idea, se ne vanno lasciando dietro si loro code di panico e cuori spezzati.
Vedendola per la prima volta, in un negozio di articoli sportivi, A le aveva osservato le caviglie: erano tipiche di fanciulle che camminano, che non stanno ferme e ricordò il grande americano quando scrisse dei fianchi che salgono su per le scale degli aerei. Al bar vicino al negozio l’aveva conosciuta, dato che gli pareva gran peccato lasciar fuggire via quella cascata di capelli rossi; e s’erano frequentati. Lei faceva l’università e vantava dieci anni di meno di A; lui le offrì la sua conoscenza artistica e, finché questa le bastò, andarono d’accordo, ma non d’amore, eh. Quello, l’amore, lei lo faceva più per dovere che per trasporto emotivo o piacere: anche in ciò che sarebbe dovuto essere naturale si tradiva l’artificiale o artificioso. Giocava alla ragazza del libero pensatore. Ma quando s’accorse che più che libero era nullo cominciò a sbattere le ali per il suo inevitabile volo.
A le disse spesso, soprattutto osservandole i boccoli sbarazzini sulle spalle, che lei sarebbe partita e che era innaturale il suo restare radicata al paesello: qualcuno sarebbe sempre rimasto ancorato alle proprie radici e qualcun altro doveva invece rispondere al vecchio dovere di visitare il mondo e le genti. Lei sorrideva onesta.
Quando si presentò l’occasione dell’Orgasmus a sorridere fu lui: -vai.
R tremava dall’emozione perché avrebbe potuto finalmente levarsi dalle pastoie della famiglia, dai pesi: -vieni anche tu, vivremo insieme. Qui lui allargò le braccia e le mimò un volo impossibile. Ciò che seccò abbastanza A fu il vuoto chiedere di aspettarla, di non tradirla, di darle fiducia: lei avrebbe mantenuto fede alla loro storia. Quanto di tutto questo c’è di naturale? Nemmeno R credeva in quelle frasi belle e finte, nelle rose senza vita proprio perché durino in eterno.
Fu un errore scuotere la testa? Non fu disprezzo, ma obbedienza alle leggi di natura.
L’accompagnò all’aeroporto perché così s’addiceva ad un moroso; l’abbracciò prima che lei passasse il controllo del passaporto e poi se ne andò senza aspettare il decollo.
Poi il vuoto; nessuna telefonata, nessuna mail: così le aveva chiesto, timbrando di fatto la fine della storia.
Sulla strada era scesa l’ombra della sera, poiché il biondo Apollo s’era imboscato dietro i monti; A cancellò pure il doppio sms. Aveva finto una offesa di rito, la sera prima, chiamandola: gli sembrava giusto non accontentarsi dell’addio che lei gli aveva detto venendo a casa sua, tutta trionfante, nella sua bellezza di rubino. -non mi hai mai cercata? è finita, e la colpa è tua!
A la guardava dal basso verso l’alto, visto che manco s’era alzato dal divano: il seno sembrava cresciuto e le labbra più carnose: era bella e conturbante come un bacchico carnevale; l’avrebbe morsa volentieri e, lì per lì, la desiderava. Ma più potè la freddezza che il digiuno. –vabbene, è finita, come ti avevo detto. Lei era rimasta un secondo più del previsto ad osservarlo, così ebete, inetto. Poi era uscita sibilando: -sfigato. E aveva sbattuto la porta. Classico.
Poi A l’aveva chiamata per giocare all’amato deluso e al cuore infranto, ma più per noia che per sentito dovere. Manco aveva avuto la giusta intonazione: le parlava di dolore e vedeva i fianchi stantuffanti con altrui anche. E quando si trovò a sorridere chiuse la comunicazione.
Poi, alla mattina, l’sms; replicato nel pomeriggio, per celia.
A si avviò verso casa, dove nulla lo aspettava e dove lui non s’aspettava più nulla.
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