domenica 17 agosto 2008

Semafori

Alcune mattine contavo i semafori ma, invariabilmente, verso il trentesimo perdevo il conto. Così cercavo di ripetere il tragitto nella mente e li ricontavo e peggioravo la situazione, visto che dovevo sommare i passati a quelli che stavo abbandonando durante la conta. Finché un sabato mattina d’agosto col traffico reso nullo dalle altrui vacanze, potei prendermela comoda ed essere preciso: tra accesi e spenti facevano quarantatre, più sei rotonde. E mi dissi: cavoli! Sono veramente tanti, ma davvero li passo tutti, e tutte le mattine? La cosa mi puzzava alquanto: possibile che all’arrivo, che fosse dell’andata o del ritorno non fa differenza, non tornassero mai i conti? Riavvolgevo la bobina mnemonica e stanavo fratture; eppure il traffico sempre congestionato avrebbe dovuto favorire l’attenzione, non avrei dovuto saltare qualche semaforo: se lo trovavo spento si passava liberamente e la faccenda mi avrebbe dato una minima gioia, altrimenti se verde, e che diamine!, l’avrei visto e distinto dal rosso; lo sanno le mani e i piedi ancora prima degli occhi. Si avviano meccanismi solo all’appropinquarsi dei semafori: nella mia vita ne ho saltato solo uno inconsapevolmente, ed era rosso, ma di quelli che ti fanno chiedere a che cacchio servano lì, ed infatti era nuovo, nel senso che il giorno prima era imbracato. Nell’ignorarlo ho provato una fitta e ho sentito un ghigno e mi sono auto-insultato. È quindi impossibile transitare davanti ad un semaforo e non vederlo, quindi mi sarei dovuto ricordare di tutti e quarantatre ogni volta, visto che non è che ci sia poi molto da fare quando si percorre una strada e sempre la stessa per due volte al giorno, a parte stare in campana.

Questa idea di contare i semafori mi venne dopo l’ennesimo buco mentale: ricordo che ero in coda, nei pressi del castello, fissavo la targa di quello davanti a me e d’un tratto precipitai nel presente: mi chiesi: -ma come ci sono arrivato, io, qui? Guardai a destra verso una signora che impelleva nelle terga di chi la precedeva, poi nello specchietto ed un’altra si ripassava il rossetto; l’orologio sul cruscotto dimostrava che erano passati tre quarti d’ora dalla partenza da casa, un tempo onestamente ragionevole, nella media: ma in me potevano essere dieci minuti, come mille. Dove ero stato? Oh, certo, sulla strada, nel traffico, certo. Fisicamente non poteva che essere così. Sei così fottutamente preso dalla battaglia tra pneumatici e lamiere che il tempo viaggia con te ma non te ne accorgi, la strada ti rotola sotto, le case si susseguono, le insegne, i cartelli pure, i volti di chi sorpassi o ti sorpassa, le loro parole o berci trascorrono e si perdono. Sotto la cappa di un viaggio normale, tutto dall’istante finisce nel dimenticatoio e non lascia traccia di sé. È l’anormalità a rompere l’incanto, a sormontarlo e ad installarsi pomposa nel ricordo: i tamponamenti, pure il mio, subito in coda (ehi, non ti avevo visto! – In coda? Mah) una macchina a cavalcioni di una rotonda nuova, uno scooter a terra tra i suoi vetri, un’ambulanza che corre tra gli ululati d’avviso, una manovra azzardata (di là dallo spartitraffico per non scontrarlo, poi, repente, di qua, attraverso il pertugio, la leggera scodata e la macchina s’assesta a fianco del camion che non m’aveva fatto strada), una manifestazione di protesta, la pioggia, la neve, la grandine (il mio cristallo, seicento euri). Elementi che sfottono l’ordinario e si fanno notare e ricordare. Altrimenti la normale esistenza passa e basta. Ecco perché finivo per non ricordare come ero giunto nel parcheggio, o a casa, la sera: se tutto filava liscio, perdevo coerenza tra tempo e luogo. Mi fissai sui semafori, come tappe, pietre miliari, eppure non erano mai gli stessi, numericamente uguali; finché, senza traffico, potevo contarli con precisione.

Se non li osservi attentamente, gli istanti della vita, passano e, con loro, gli anni, senza che ci si ricordi di loro, senza che segnino tappe: solo l’imprevisto, la maglia rotta, il varco, possono darci modo di riafferrare le redini, di accorgersi che non si è più padroni del tempo. Oppure fissarli per bene, i mesi, gli anni, fissarli così da farli tradire se stessi e rivelare la loro sostanza: nulla.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Sai, sono stufo di te, del tuo volerti male, questo tuo distinguerti e fare il diverso, perché tu non puoi essere normale, tu devi distinguerti, essere anticonformista, mascherarti dietro quello che ritieni la tua vera essenza. Non so, non ti capisco, non ti comprendo, ma in fondo che te ne importa, che te ne frega, a te piace così. Ciao.