venerdì 8 agosto 2008

Mediocrità

Sono un mediocre, e in questo sapersi mediocre senza alcuna reazione attiva verso una qualche direzione, risiede il colmo della mia assurda mediocrità. Intendiamoci: non c’è mica né da vergognarsi né da scandalizzarsi di una tale autocoscienza; in tutta onestà, è di gran lunga maggiore il numero dei mediocri che di quello degli ottimi in questo bischero mondo: e non è l’accettazione a fare la differenza, quanto l’ignoranza. I più non sanno di essere dei mediocri e si autodipingono come speciali, particolari, interessanti oltremodo, e altre amenità: l’inganno poi trionfa quando altri mediocri par loro, li trattano come vorrebbero essere trattati, cioè da ottimi, salvo che, gli uni e gli altri, quando sono da soli, si considerano reciprocamente insignificanti e persino pessimi. Ma nel consesso dei mediocri, nessuno lo è, o almeno, nessuno considera il compagno come tale: si strusciano le gobbe a vicenda stendendo grandi coperte di complimenti così da stornare via l’impressione di pigliarsi per i fondelli. È tipico pure dei deboli riunirsi in crocchi e tramutare la debolezza in forza e poi andarsene per i fatti propri col santo pensiero che, in fondo, gli altri sono veramente deboli, ma noi no, si fa un po’ di scena, così per solidarietà.

È che la parola mediocrità ha questo non so che di dispregiativo, come sempre ben distante dal latino, dalla mediocritas che, come si sa, è una delle caratteristiche della maggioranza dei viventi: come si potrebbe pensare una società di soli ottimi e massimi? Eh, no; per due forti, duecento deboli. I mediocri sono necessari, come la malta, come il fango, come la merda, da concime. I fiori, belli, luminosi, atti ad essere storicizzati, sono in numero minore: una società di ottimi non esisterebbe mai, altrimenti sarebbe di soli mediocri, ma anche questa non avrebbe senso. C’è sempre bisogno di una minoranza che si elevi, indichi la via, istruisca o semplicemente faccia bella mostra di sé. Questa è la natura: un essere forte, geneticamente, c’è sempre, ed ha il sopravvento sul resto degli inferiori, ai quali toccano le briciole e con dignità! Sotto la cappa della natura tutto ha dignità: carnefice e vittima, superiore e inferiore, forte e debole: così deve essere e c’è ben poco da inviperirsi davanti all’inevitabile necessità. Ecco il punto: la mediocrità è tanto naturale quanto necessaria, e lo è pure la superiorità così come l’inferiorità.

Gli animali lo sanno e pare che non importi più di tanto a loro: il forte ha il sopravvento, il debole soccombe; l’istinto va verso la preservazione delle razze, dando maggior spazio alla migliore genetica, ma ricordando che la beffa è altrettanto inevitabile e quindi sempre ci saranno i peggiori, anche se le matrici saran state ottimali. Tutto così naturale.

Ma: gli animali mettono in gioco appunto le loro caratteristiche genetiche, e i migliori lo sono sempre da questo punto di vista, così il mediocre ha ben poco da recriminare per il suo stare sotto, ai margini, o nella massa che guarda il capo; i requisiti per essere un animale superiore sono dati dalla natura e in questa democraticità che crea un circolo di accettazione, riconoscimento, trionfo, risiede il trucco che ha permesso a tante specie di sopravvivere nei secoli e nei secoli, amen.

Fino all’essere superiore: l’uomo.

Ecco il problema: quali sono i parametri su cui si basa la creatura di Dio per stabilire una normale scala di valore? E, ancor peggio, come reagiscono quelli che si trovano al di sotto di altri? Più semplicemente: come si stabiliscono i superiori, i mediocri, gli inferiori e, ammesso che si riconoscano come tali, poi come reagiscono l’un verso l’altro? Purtroppo la natura c’entra poco. O nulla.

Non è la genetica a far di uno un essere superiore alla media, ovvero su di uno scalino sopra la mediocrità: altri i parametri che usa il nobile consesso umano, la comunità degli aventi diritti, i figli prediletti di Geova, i supposti padroni dell’orbe: non la forza fisica, non la salute, non le doti naturali, non i talenti mentali, non le capacità di studio, di lavoro, di apprendimento. Alcuni di questi fattori concorrono a creare, un giorno, il superiore, ma colui che la massa dei mediocri effettivi e pure degli inferiori, ritiene tale, lo è in funzione di un concetto orripilante: l’ostentazione di un successo, effimero o duraturo già poco se ne cale, nel presente, meglio se nell’immediato, hic et nunc, e più smargiasso è meglio è.

Il superiore oggigiorno è il vincitore, l’eroe, ma il dramma non è questo; infatti pure nell’antichità, e pure nel discorso naturale il migliore sopravanza il resto della marmaglia: la questione è il campo di battaglia, il contesto, i mezzi, le strategie, le cause che fanno di qualcuno un degno portatore d’alloro.

Ciascuno di noi sa chi pensa possa essere un superiore: applichiamo il concetto-piramide alla nostra quotidianità e ne traiamo una casistica che potrà pure essere strettamente personale, ma corrisponderà o, alla meglio, potrà essere adattata a quella di tanti altri. Senza menare il torrone oltremodo, va riconosciuto che esistono eroi sociali, comuni, epocali, quindi esseri supposti superiori appunto sociali, comuni ed epocali. Ogni età li forgia a sua immagine e somiglianza, quindi il superiore può benissimo essere pure l’emblema con cui identificare senza fallo un periodo storico.

Esiste, quindi, il tipo-essere superiore: la mediocrità invece è generalmente sempre il resto, fatta eccezione per l’inferiorità. Chiarisco pure che non v’è in ciò alcunché di morale-amorale: ripeto, dovrebbe essere naturale, non c’è in ballo la dignità personale, ma solo l’inevitabilità di tutto questo. Eppure proprio l’avvento della morale ha rovinato un fatto semplicemente costituzionale, convincendo i più che non è dignitoso, anzi è umiliante, sentirsi, essere inferiori ad altri. Poteva essere comunque un buon viatico: ciascuno deve pensare ad un modo per valorizzarsi accettando le proprie qualità come le magagne, i difetti e le deficienze. Le mancanze costituzionali avrebbero potuto essere la molla, una volta accettate come naturali e vissute serenamente, confrontate con le qualità altrui, che spinge verso le direzioni migliori.

Se ciascuno fosse stato abituato a prendere coscienza di sé ad ampio spettro, con seria e serena sincerità, tutti noi avremmo un orticello in cui sentirsi modestamente contenti e persino soddisfatti: questa è l’aurea mediocritas. Ma abbiamo avuto una forte influenza che proprio non poteva insegnarci l’orgoglio dell’inferiorità: per nascere, sedimentare e poi sopravvivere, questa ha creato un esercito di esseri che odiano la natura e la selezione naturale; persone che non devono accettare ma ambire, mai accontentarsi, piuttosto odiare, e, anche nella melma più abbietta, consolarsi pensando ad un futuro ribaltamento, ove gli ultimi saranno i primi e viceversa. Innestando la morale e l’arrivismo, tutto è andato in frantumi: la bellezza della vita non è più stata nel nascere, vivere e morire, sulla base di qualità-difetti naturali, ma nel vincere, nell’avere successo, se non ora, almeno dopo, nel vivere funestati dalla morale e nel morire sempre più in là, meglio se mai, confidando in una congerie di strumenti artificiali.

Il problema pratico sta nell’odio di chi nell’intimo si sa inferiore ma aspira alla superiorità: con quali mezzi, naturali o meno, uno sia diventato un ottimo, non importa più; se c’è arrivato lui ci devono arrivare tutti. Ecco dove casca l’asino: la grandezza deve essere per tutti, la bellezza, la sapienza, tutte le migliori qualità devono essere patrimonio comune, negando la semplice conseguenza che ciò che è posseduto da molti, non è proprio più straordinario, ma ordinario, quindi dozzinale, quindi mediocre. E se questa condivisione non si verifica lo si attribuisce ad una oltremondana ingiustizia, contro la quale reagire con violento rifiuto dell’ordine naturale e di quello soprannaturale, a seconda delle proprie tendenze filosofiche.

La lampante mediocrità, invece di essere accettata, o viene negata, o ficcata nel subconscio originando simpatici complessi, o violentata con patetici tentativi di superarla battendola: comunque con un occhio, oscurato dall’invidia, che punta verso il superiore.

Non si può proprio accettare di stare su gradini inferiori, bisogna sbavare guardando in tralice gli altri, non più fortunati, ma diversi, e nella diversità c’è anche l’essere migliore, e, per giunta, pure peggiore!

Cosa vado cianciando? Oh, semplice: sono un mediocre e accetto la mia mediocrità; ma la sorte mi ha dato fottuti occhi mentali per locchiare più su della superiorità, e più giù dell’inferiorità, per vedere la frattura in tutte le cose e l’inutilità fondamentale di essere e superiore e mediocre e inferiore. La natura colloca così, ma poi si creano cortocircuiti nella ragione e sorgono abiezioni ripugnanti esplicabili solo come errori: nel mio profondo c’è un errore fondamentale, una mancanza.

Alla personale mediocrità uno reagisce un po’ come vuole: non l’accetta e reagisce bendato per sbattere addosso a muri inevitabili; l’accetta e si conforma, ma la nega, altrimenti offeso; l’accetta, si conforma e l’ammette, ma io non li conosco questi tizi; l’accetta, rassegnato, si conforma e lascia ogni tavolo su cui si gioca la vita, e tale sono io. L’insoddisfazione di fondo sta nel deprecare la natura che mi fa atto a scardinare la menzogna ma inetto ad andare avanti, per cui in barlumi di lucidità, si preferirebbe la bella incoscienza, l’inconsapevolezza del saper destreggiarsi nel mondo; la rinuncia a tutto sta nell’annichilimento all’origine e alla fine, totale o al destrutturalismo; l’assenza di speranza non è disperazione, ma placida permanenza in una regione senza tempo, priva della malinconia per il passato, dell’attivismo del presente e della progettualità del futuro. Con una base naturale-fisica mediocre, un cervello non mediocre avrebbe potuto far poco, ma soprattutto avrebbe necessitato di una forza-speranza che invece non gli è mai appartenuta, così s’è permesso di squarciare il velo di Maja dimostrandosi abile, ma inabile a ricoprire il tutto e vivere. Il cane si morde la coda, il volto si fissa allo specchio, il sacco si chiude: non si può essere dei, non si può avere tutto, allora perché sacrificare la distorsione di non credere, per aggrapparsi al primo treno e dimenticare, o fingere di dimenticare, che si è morti ancorché deambulanti.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Qui ci mettiamo a filosofeggiare, eh? Povero sciocco, tu sei tante cose, ma non mediocre. O meglio, tutti siamo un po' mediocri, mediocri in qualcosa, ma per nulla mediocri in altre. E tu non fai eccezione. Tante sono le tue qualità e le cose in cui riesci. Che poi tu non le apprezzi o riconosci. Beh, quello è un problema tuo...