lunedì 13 aprile 2009

II

È di nuovo il giorno dello spurgo. Madonnina mia, di nuovo. Me ne accorgo solo ora, guardando il calendario, la data cerchiata e il mio disegnino: lo schizzo di un cestino dello sporco e la puzza che sale in ghirigori. Il camion sarà qui alle 16-16:30 al massimo. Penso subito alla scala a chiocciola, già di per sé perigliosa e nauseabonda: mi troverò il tubo risucchiatore tra i piedi, dovrò afferrare il corrimano per non rischiare il collo, dovrò scendere senza respirare, la merda comunque mi trapanerà il cervello. Non è proprio cacca, eh, sono i rimasugli limacciosi delle vasche dove gli operai immergono i calci per essere rivestiti dalla pellicola colorata; l’intruglio si mesce collo scarto delle verniciature, con liquami di dubbia entità. Non è merda, è peggio. Alzo gli occhi verso la vetrata che separa gli uffici (il mio ufficio) dal primo reparto-verniciature: gli african-boys sparacchiano tintura bianca fischiettando; ho cercato spesso di convincerli ad usare le mascherine, pure avvisandoli della possibile loro futura sterilità, ma non capiscono, forse non sanno preoccuparsi; bisognosi di denaro, fanno quello che gli si chiede ignari della giustezza o meno delle condizioni. G mi guardava sempre perplesso, incapace di accettare la mia distanza dal sesso: -ma come cazzo fai quando ti tira? Spalancava gli occhioni e la sigaretta rimaneva a mezz’aria. –beh, uso la mano; rispondevo sempre così, sorridendo. Lui no, non sorrideva: -no, non puoi, non puoi, cazzo, non puoi, non è mica lo stesso, no, no. E voleva prestarmene una delle sue. Questi ragazzi approdati dal continente nero: ho imparato alcune cose dal loro non misurare il tempo; ma non posso metterle in pratica, costretto dal dover fare, essere, sembrare. Il capo bestemmia da basso, lo sento fin qui, come il ghignare delle ragazze al collaudo. Quando sono entrato qui per la prima volta, avevo il sorriso di chi pensa di restarci per poco, giusto il tempo di gonfiare un po’ le giberne. Avrei dovuto contare quel che arriva e quel che parte, tener d’occhio il materiale necessario per tutte le lavorazioni e parlare e parlare… con i clienti privati e con le aziende schioppo-produttrici. Travolto dalla novità e dall’imparare, non ti accorgi dei giorni che passano; finché ti sorprendi a controllare senza ragionare, ad agire senza riflettere e allora il cervello torna a mordersi la coda. Le ragazze mi avevano accolto dubbiose: abituate a femmine incapaci in ufficio, diffidavano dell’improvviso maschio. J non mi guardava nemmeno. Entro in reparto, mi accolgono battute e ansie lavorative: -cosa dobbiamo fare, cosa non dobbiamo; -ma L sa, non sa, che fa? Un orda di banali questioni mi assale. In fondo si tratta di non farle smettere mai, di dar loro il pane quotidiano, il lavoro, i numeri da realizzare, le tabelle di marcia. Io, a volte, spengo tutto: resto sospeso nel vuoto; non voglio nulla, non penso a nulla; poi rientro piano, piano. Potrei gestire attese di secoli, perché, in fondo, il secolo è una serie di minuti. E se sai aspettare un minuto, puoi farlo per cent’anni. Invece questa gente brama l’attività seppure stolida, ma purché non si stia con le mani in tasca… , non importa come, si deve fare; inutile mostrar loro che si può pure pensare, riflettere, sognare, contemplare. Devo scendere a pigliare una latta di acetone: potrei uscire, prendere il Fiorino verde, fare il giro lungo, entrare nella fabbrica dalla discesa per i camion, caricare l’acetone e tornare qui. Ma non mi và. Necessito di distruggere un po’ i muscoli delle braccia e scaricare la mente: affronto la scala a chiocciola in discesa vuoto e in salita carche le mani della latta. Questa mia fissazione all’inizio era guardata come si osserva un folle ubriaco; ora sorridono tutti, dandomi del matto completo. Pensavo: ci resterò qualche mese, poi volerò via, ho le ali io, mica come questi qui, pesanti, zavorrati dalla mente ristretta. Infilavo la Ford nel vialetto alla mattina e ne uscivo alla sera e il sole se ne stava in cielo sempre meno tempo: le maniche corte s’allungavano e spuntavano le giacche pesanti; e fioccava ed io ero ancora qui. Finché una mattina ho camminato nel prato accanto all’ingresso per i camion e ci ho trovato novelli fiori e ho finalmente inteso che un anno era passato e non ricordavo più dove volevo andarmene. Risalgo dalla scala a chiocciola col bidone levato in alto; se mi sbilanciassi farei un bel tonfo, giù in basso, ai piedi della cisterna: ah, sì, oggi verranno a vuotarla; in fin dei conti sono sempre azioni, gesti che si ripetono ciclicamente e oggi i protagonisti hanno il volto liscio, domani la preoccupazione avrà reso la pelle un canyon di rughe. Le ragazze mi ringraziano e hanno nuovi problemi, vecchie questioni. Spesso mi fermo a reggiare i bancali: le mani mi scottano facendo ruotare il rocchetto del cellophane e la testa gira; eppure, quando ho finito sono passati ben 10-15 minuti e l’ora della sirena è ben più vicina. Posso andare alla scrivania a conteggiare un po’ di calci e aste: a riflettere sul meccanismo che ci attanaglia alla realtà. Quando sono entrato qui per la prima volta pensavo che ci sarei rimasto per poco tempo; le ragazze non mi guardavano e sbocconcellavano parole verso la mia persona. Poi tutto cambia piano piano, l’abitudine erode e sgretola lentamente i muri divisori. La sera esco sotto lo stesso cielo di qualche anno fa: ancora mi chiedo quale influenza potrò mai avere sul cosmo, o nel mio continente, o nella lungimirante attesa del Mella. In fondo lo so.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Mi è sempre piaciuto, sin dai tempi de La Stana Urbe, questo osservatore avulso ma nel pieno della scena, attento ma distaccato, indifferente ma dolente. E' un osservatore molto particolare. Inconfondibile.
Sei proprio tu.

Continua!

Lorena