lunedì 21 luglio 2008

Bozza

Le macchinette non chiedevano mai s’eravamo felici; in effetti non ti chiedevano proprio niente, sennon di foraggiarle di vile, mica poi tanto, danaro. Poi pigiavi sapiente dei bottoni rossi e, sullo schermo, ruotavano vorticosamente caselle di slot machines virtuali, fino a fermarsi fingendo pure il rallentamento; combinazioni di frutta dichiaravano vincite minime o, il più delle volte, perdite definitive, il tutto corredato da simpatici jingle, tanto funesti nella sconfitta quanto non uditi qualora ci fosse una fortunata congiuntura; naturalmente di buoni consumazione, altrettanto naturalmente convertibili in altri dindi pronti a ritornare nella macchinetta medesima per nuove sarabande e gighe.

È che c’eravamo rotti della solita partitina a chiusure e nessuno mai ci metteva più di un euro al punto, quindi spaccarsi il melone per scartare più jolly aveva il valsente molto scarso, e il sugo ci perdeva; mai uno che volesse scaricare sul piatto la casa, la macchina, la putela, l’orologio pataccone, mai un brivido surrenale. Solito tavolo, solite sedie con calco anale, solito mazzo unto e bisunto, che le poteva riconoscere un cieco le carte in mano all’avversario, tant’è l’avarizia dei baristi; soliti calici lungo il limen, solite macchie, solite parole e riti, scongiuri, minacce: per puntare ad una uscita in un intorno dello zero. Nessuno di noi era un vero giocatore, dostoevskijanamente parlando: la sconfitta spaventava come l’orrido su cui affacciarsi per provarsi eroe e scoprirsi cagasotto; tutti cercavano solo il danno minore e, per forza, la vincita minima. Just passing time, direbbero in Albione. Fino ad esagerazioni esacerbanti: una sera il Causs, che però non partecipava al consesso degli ottimi buoni iovani, chiuse una semplice con tre Jolly; quello fu il segnale, il faro anche per ciechi naviganti: s’era oltrepassato il limite della degenerazione. Ricordo che l’unico con un po’ di animo battagliero aveva in mano pure lui una semplice già da qualche passaggio e puntava almeno ad una tripla: quando vide le carte dell’avversario adagiarsi sul tavolo e un sette di picche finire sul mazzo onde avvisare della chiusura a più uno, non disse nulla: con l’indice destro contò toccandoli i joker, poi si alzò e uscì dal bar. Non si poteva più giocare in quelle misere condizioni.

Le macchinette ci sorpresero in pieno trapasso: la birra stava lasciando il posto al rosso e al declino del fegato, oltre che dei capelli già radi. Rimanemmo sconcertati allorquando un tizio in salopette trascinò nella sala del bar la prima di tre esemplari, quella che scelsi per cavarmi la verginità ludica; le scambiammo per videogiochi ghignando all’ottusità del commerciante paesano che non conosce l’avanzare della modernità delle console; ma i berci si quietarono all’accendersi delle mille luci delle tre finte LasVegas per sfigati della valle: ci avvicinammo come i pupi ai presenti nella mattina di Santa Lucia, le accarezzammo implorando una distrazione, un appiglio per non calarci nel rosso e scivolare nella senectute. Qualunque novità sarebbe stata ben accetta e non ricordo più chi volle per primo divenir esperto, inserendo i dindi e iniziando a pigiare tasti o sensualmente o da fabbro ferraio, a seconda delle teorie e delle speranze. Ci fu spiegato il meccanismo della conversione della vittorie in buoni consumazione, con un sorriso italo-furbo che tradì la gabola. E la frase-condanna si generò: prima o poi si deve per forza vincere. L’abbrivio verso la rovina economica: sono molti i poi che si ammucchiarono e il prima divenne miraggio, eppure le notti si fecer giorni e viceversa e qualcuno sempre sorvegliava le mefistofeliche macchinette, in attesa di una mutazione impercettibile ma definitiva: il segnale che la prossima è la giocata fortunata. Poi si iniziò a vincere: nessun prodromo, solo così, ex abrupto si infilarono combinazioni e la fiducia salì verso l’empireo: tutti vincemmo qualcosa, ma nessuno centrava il massimo, la combinazione di diamanti, intrusi nel marasma tutti-frutti. Ma la vincita definitiva incombeva e, per quel che ne so io, incombe tutt’ora. Quelle mogli che nessuno osava giocarsi a carte cominciarono a fuire dalla varie domo proprio dopo l’avvento delle macchinette: non certo le nostre, dico, miei e dei miei sodali, visto che le fiaccole nuziali mai s’erano accese per noialtri. Le banche chiamarono, i piccoli commercianti videro diventare lunghe le liste di pagherò, i bimbi non avevano ricambi di vestiti e l’automobile urgeva benza: particolari della nuova indigenza, e la vincita corposa mica usciva. Io c’avevo già rinunciato, ribolle in me sangue da manica stretta e le perdite mi schifano come la peste: mi sedevo col pirlo e manco mi serviva guatare, bastava l’udito per i jingle e l’olfatto per lo stantio sudore dei tapini. Ci fu un tempo in cui a rovinarsi con le slot, con il black Jack, con i cavalli ci pensavano in due-tre paisani e basta: le macchinette portarono la ruina democratica e globale, abbassando il quoziente intellettivo necessario al giuoco; ed in fondo il segreto era proprio questo: bastava un testa di vitello per pigiare i tasti e perdere diottrie dietro ai pixel rutilanti, oltre che i soliti soldi.

Ci si rompeva le palle osservando il correr verso la rovina, sempre più rattamente, di questi fessi: alle volte non sapevo se eran più cupe le occhiaie della vittima ludica o le mie, che finivo per contare i denti dei francobolli.

Nell’età dei flipper ero oltremodo bimbo e guatavo invidioso i grandi dagli di anche e spinte aggrappati al mastodontico, per me, gioco: sullo schermo c’eran pure donnine discinte e questo accattivava e io, dal mio basso, mi figuravo che nel pazzo viaggiare della biglia ferrea, si generassero reazioni proibite; nel nostro bar ne arrivò uno con le astronavi e ad ogni punteggio elevato, lasciava partire un frastuono simile ad uno shuttle in rampa di lancio coi motori accesi; c’eran pure dei verdi alieni i cui occhi sfavillavano siccome dopati ad ogni mille raggiunto. Fu un vero orgasmo, ma quando ebbi l’altezza, i flipper già avevano ceduto i passo ai videgames e io divenni discipulo loro. A pensarci ora… ci volevano duecento lire a partita, una miseria, oggi. Ma questi ludi non rovinavano nessuno e muovevano poco l’economia: adatti a menti agili e dita pronte, richiedevano persino perizia. Come pensare che attraessero i minchioni? Ricordo con malcelato orrore i giochini tipo puzzle cinogiapponese o i poker, con bimbe pronte a levarsi mutandine tra mugolii incomprensibili: cercavan di carpirti il denaro con lo spogliarello virtuale; ma anche qui, ripeto, si necessitava di abilità; usavamo persino sei-otto occhi per farcela. La rivoluzione era vicina: non ci voleva un genio per portare un mignon di casinò in ogni bar; eppure io ci avrei visto bene il black Jack, il poker, un qualche gioco stimolante. Devono aver osservato i fessi nei veri Casinò: dove vanno a finire? Ma alle slot. Tiri giù la manetta e dlin, dlin, dlin… un cacchio di sforzo.

Seduto, scazzato e sconsolato li osservo: dita nervose perché ora non possono più stringere le paine, sbofonchiano piccole bestemmie, muovono i piedi come se temessero di bloccare la circolazione, scuotono il capoccione e tiran fuori banconote: se stanno zitti, vincono, come se non volessero rendere certi gli altri del momento favorevole, e ambissero ad essere i soli a sfruttarlo. Peccato che quelli fossero solo attimi.

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