mercoledì 5 dicembre 2007

Chiara

Chiara era tutto quel che sognavo per me stesso nell’età che i sogni ancora permette. Era il principio di un nuovo senso addentro l’incipiente buio che non avrebbe trovato sbocco e, vinto per tempo da tanto raggio, altro non avrebbe che potuto ritirarsi nelle latebre che il cervello cela. Colta l’imago in quella mattina dinanzi all’ingresso del loco ove mertammo il titolo accademico, entro le segrete stanze del conscio suscitai la consapevolezza e che lei fosse la depositaria di tanta facultate e che me medesmo fossi, al contrario, già perduto. È vero, leggemmo Parini e non più avante, scorremmo la bianca pagina e il Giorno mentre la Cariatide dalla cattedra menava il can per l’aia di vuoti e ameni dissertari atti al Settecento; è vero, parlammo del più e del meno mentre s’attendeva il turno per sbracare la preparazione, io sul Novecento, lei sull’Ottocento; è vero, c’incontrammo altre e altre volte, ma non tignemmo il mondo di sanguigno. Anzi. Feci quello che mi è sempre riuscito meglio: ascosi la mia persona e il mio errabondo io. E il caracollare nella finitudine prese quell’abbrivio che più non trovò ostacoli. Chiara cambiò in meglio. Io sparii a me stesso e a lei e a chiunque.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

" Il caracollare nella finitudine prese quell'abbrivio..."
parlami di questo.

Anonimo ha detto...

vogliamo postare qualcosa di nuovo??? perfavore????