Scendeva serpeggiando la road sotto i tuoi piedi scalzi e sanguinanti: già il tetano saliva assassino ad abbrancare il cuore, ma c’era tempo, oh, se ce n’era. E l’occhio seguiva l’asfalto cotto dal sole, ben oltre le teste dei pochi ancora al fianco del tuo resistere; più giù potevi vedere il grande Comignolo grigio, rigato di blu, sbuffare morte falsamente bianca: costante sale verso la volta che si vorrebbe azzurra e s’espande silente, persino inconsapevole dell’omicidio di massa. La volontà è in altri luoghi: ha i gomiti appoggiati al nocciolo, ha valige di coccodrillo e Rolex di diamanti e sotto la scrivania, riccioli biondi stantuffano lo straordinario, o la categoria, o il premio che i desideri avanza. La volontà non è dove nasce l’archibugio, in sé, ovvero foglio di progetto: in palazzi, tra fasti dipinti di glorie che furono e che non son né più intese, né più verificate, in sale di cibo e acqua potenziali per tutto il buio continente, ove ogni cosa luccica e profuma e il vuoto s’espande pomposo, per arrivare sopra archi lignei di scranne ove s’immagina concepita, secoli or sono, senza orgasmo la Costituzione. O l’immagino io, tra i fumi della scatola cranica oberata. La volontà, sempre d’altro, e poi… non si poteva fare a meno, poi il male minore, poi i calcoli abbozzati ché mica si poteva ponderare bene tutto, poi… il fumo, appunto, morbo involontario lassù và a scomparire dalla vista per apparire nel palato, giù per i bronchi, attaccato ai polmoni o forse si espande in tutte le membra e ci gioca.
Oh, chiudevi gli occhi, per affrettare la dipartita, ma non c’era neppure per te la Grazia, ti si accaniva contro il tuo stesso corpo con un’indomita volontà di non farsi sopraffare senza pugnare. Si propagavano nell’aria i rumori, il clangore produttivo, lo sferragliare via, via più lontano dei siluri a grande velocità: non c’è tempo da perdere; quando recuperano fiato nelle stazioni li odi scalpitare la loro urgenza frettolosa; non c’è tempo per riflettere, lo spazio tra il punto A e quello B più non conta altrimenti che per gli attimi persi tra produzione e vendita, ché si spera al consumo segua la rottura per non interrompere il circolo vizioso, per non stroncare il senso del folle correre. Ma non li vedevi, li sentivi e sapevi che la dialettica regge il gioco di prestigio del tuo pazzo Illusionista. Nemmeno la forza di un sorriso e il respiro meno sicuro: chiudevi gli occhi per sperare potesse essere l’ultima volta.
La collina era il retaggio di una stagione edilizia al risparmio: di materiale dentro le mura, s’intende, non negli emolumenti alle maestranze. Quel nero-vestito che biascicava di lager ebbe buone idee, le puoi vedere, (su! Apri gli occhi che dalla corona in titanio non puoi avere tanto dolore!) laggiù in quella parte della città che tutta pare uguale, sì, certo, tutto sembra sempre lo stesso delirio, ma se ti concentri vedrai che quei tetti non sono così alti, i colori sbiaditi, la forma architettonica, oh, così vecchia! Da esserci ancora, epperdio: non il gentile Favonio, non la Bora hanno saputo spazzar via quelle casette, eppure il sacerdote le volle al risparmio, per dare un’alcova a tutti, in onestà, mica così, per propaganda, come quei verbosi reucci che t’ha indicata la via, una seconda volta. Sarà pur vero che quel che è di Cesare gli va dato, ma i moderni cesari non ti lasciano nulla. Non faccio retorica, del resto… il ratto gentile viene ad omaggiarti: tende i baffi verso te che potrai anche essere il suo pasto futuro prossimo; questa tua collina non è quella del Cranio, non è più disponibile, è un sito turistico per zitelle in cerca di manici aspergenti senza la puzza sotto il glande. Ti tocca in sorte l’accumulo di macerie, quel che resta dopo l’erezione di quei condomini, lì, a destra, come dici? Giunta di destra? Oh, vecchio idealista, che cambia, che è mai cambiato se si parla di ritta sive di manca, poooliiticammente pavlando? Dai, su, siamo seri. E non ti venga in mente che un qualche straccio si stracci nel tempio, ché intanto di stracci nei templi dei tuoi seguaci, presunti tali, non ce ne sono, e le loro tele morigerate mica possono essere rovinate come segno folcloristico o effetto speciale della tua dipartita. Non è più il tempo di trovate ad effetto, al massimo si potrebbe squarciare la verginità di una ultima adepta dei Valori, ma peneremmo a cercarla, figurati a trovarla. Forse un petardo lo rimediamo, di qualche ultimo dell’anno fa.
Di lontano, repente, un grido.
Un tuono lo ricopre e lo ricaccia nella gola ch’osò proferirlo.
O modularlo: estetica dell’urlo.
Alto, allampanato, calvo, ma con parrucchino, ti giudica, ingiudicato a sua volta, tante volte. Dalla scranna aurea, colla porpora sulle spalle, incoronato un dì a reti unificate, spargendo sulla folla festante aroma di marianna e finti centoeuri. Seduto t’ha guatato non sentendosi coinvolto: ritmico l’anello coi rubini ticcheggiava sul bastone sacro, ma quello, almeno quello, sulla schiena non l’avresti sentito. T’eran bastate le sferzate dei sottoposti, dei beghini, dei sepolcri imbiancati, delle vecchie postulanti, dei rivenditori ambulanti, dei politicanti, dei verbi atrofizzanti, dei diserbanti, dei coatti, dei puristi, dei puri di cuore, dei santi santificati subito, dei commercialisti uniti, delle coscienze a nolo, dei campeggiatori, dei rivoluzionari senza rivoluzione, dei benzinai. Tutti ammassati in discesa per il loro turno. E gli sputi, e gli scarracchi, e i berci e gli sfottò, e i cori da stadio, uniti pur’essi come mai, sotto la bandiera del “Puniamolo”. Parlasti dal balcone, e un monosillabo non ti potè salvare, assurdo idealista. Pronunciasti il tuo “Io”, davanti alla massa che l’Io nega, a favore del plurale tanto, di quel noi che sottintende prono schiavismo. Coglione.

2 commenti:
l'ho letto solo una volta. Come ti dicevo devo uscire. Dovrò rileggerlo altre mille prima di lasciare un commento.. ma, Dio, quanto è bello questo pezzo!
Ti ho già detto ciò chs ne penso via sms.... aggiungo solo che io tolgiere a 'Passion' la sua caratteristca di provvisorietà.
Posta un commento