Lunedì. Le chiese sono chiuse. Esercizi commerciali per lo smercio di fole e speranze e argomenti di cose che non appaiono. I battenti lignei in fronte a noi: chiusi. E come facevo a spiegarti la pianta del Duomo Vecchio con parole che non conosco? Senza mostrarti il respiro rappreso giù nella segreta di tempi lontani, senza locchiare l’occhio di Geova, senza la croce aurea, senza il doppio filare di banchi, ove non puoi che sentire il lamento di fedeli delusi per parusie mai verificatesi? Chiusi, i templi dei cristiani chiusi come negozi di chincaglierie… e poi non pensar male, non associare commercio e smercio, e monete tintinnanti nelle cassette in giro per terre teutoniche, per far incazzare monaci separatisti senza manco volerlo, né pensarlo. Aperta, la natura, e i fasti esterni di romana memoria, illusione d’essere nella città eterna, grazie a chi lavora come per un puzzle con pochi mezzi e qualche fiducia. Bianco o rosato, l’originale? E non mi fai questa domanda, sotto il cielo grigio che rende l’aria più calda per noi, perché si possa andare a spasso su sassi ove incespichi, ben lungi dal volerti reggere alle triunfline braccia. E la scacchiera, oramai simbolo di sodalità perse in terre cangure, in patrie teutoniche, in paeselli di bassa nebbia, in corride coi tori e toreri… e io qui a mostrartela, sì da farti entrare nella cerchia che lo sa, che sa di antichi bighelloni seduti sul bianco a farsi una partitina, con il gladio appoggiato ove ora solo corone di metallo permettono che tutto non caschi in un tonfo scazonte. Il poggiolo, t’è piaciuto il poggiolo affacciato ove la bomba trafisse il perbenismo e i sogni di qualche gioventù mai più prossima alla senectute? I neri matti e la campana, una piazza vuota, qualche sparuto piccione senza manco la voglia di cacare. E la bianca scalinata? Non l’avevo mai… scalata, né mai avrei pensato di farlo in un giorno di ottobre. E ritornare sui passi mattutini, lungo le vie verso il pezzo d’Africa colonizzante ove sferragliano via treni sempre in ritardo. E quel pensiero legato all’addio o all’arrivederci: ci pensavo ancora prima di vederti: come ci si saluterà? Si ripetono i passi, i tocchi sull’asfalto, i cappuccini e le macchinine dentro vetrine, esposte da bimbi adulti. Poi via verso il tramonto, verso il giorno successivo, tra il solito da farsi, tra il dire cose il cui valore sfugge come neve primaverile. Non sono ritornato indietro, non faccio mai le cose giuste, non mi riesce la tombola, manco scommetto. Ma certo ci ho pensato: ed è un po’ come farlo, lo sai, volevo ritornare sui brevi passi e ripetere il saluto. Ma poi? Riparte il teatrino, le marionette guardano i fili sconsolate, Sisifo ripiglia la pietra: il momento della consapevolezza è durato un dì. In dolce compagnia. (A Lori, per la quale tutto è chiaro)
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2 commenti:
Lunedì.E' vero: il cielo è grigio e l’aria è calda per noi. Le chiese sono chiuse per noi: mie complici ti impediscono di seguire un percorso interamente già noto, un ricalco di passi già fatti per altri motivi e per dire un addio. La scalinata bianca è per noi.Brescia dall’alto è per noi e per noi sono i sassi e il poggiolo e la campana e i neri matti e i piccioni sparuti. Il traffico si ferma per lasciarci passare e la gente ci guarda perché mica è un segreto che veniamo da un altro pianeta.
A che serve tornare indietro e ripetersi quando un cenno da lontano basta a rendere vera la trasformazione di un addio in un arrivederci?
Arrivederci Andrea.
Arrivederci e basta. La prossima volta il tempo si adeguerà al nostro passo così potremo parlare di tutto il taciuto. Se vuoi.
Ti abbraccio forte.
Lorena
Ti ho trovato , finalmente .
Adesso , la festa continua!
Un bacio ,b.
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