Qualche buontempone biancovestito c’ha studiato alla scola di Freud poco peripatetica, o a killa di Jung, se ne verrebbe fora a dire che l’è normale caso di sdoppiamento tante vorte schizofrenico, tipico di una disordinata o totalmente assente attività vàevienesca ovverosia trombatoria. E, seduto innanzi al predicatore di foiose teorie, gambe incrociate a difesa dei gioielli, potrei assentire: salvo che sdoppiamento mi parrebbe riduttivo: e preferirei immaginare una girandola di maschere, un guazzabuglio truglioso di facce. Sempre a difesa di un Io molto cacasotto. E sbufferei sicuramente sostenendo che qualcuno a spasso per l’orbe colla vera sua faccia bell’esposta, io mica l’ho ancora visto, anzi, mi pare che la mascherata sia uso e abitudine ben radicata nell’omo moderno o presunto tale, finché non l’è passato, vecchio, cadavere marcescente. Almeno io non fò mistero di recitare. È che sempre più spesso mi capita di soffermarmi, rapito da immagini e ricordi del passato procelloso e restar lì attonito con un pensiero: ma li avrò vissuti davvero io quei momenti, le avrò dette io quelle parole, oppure l’era un altro, oppure me le son immaginate quelle situazioni? Potenza della verità assoluta che solo il presente esiste: l’hic et nunc nudo e crudo: solo questo si può vantare dell’esistenza. Non certo il futuro; ma nemmeno il passato, discarica dove il vissuto finisce per essere troppo spesso manipolato, colorito o sbiadito ad uso e consumo… e risputato fuori diverso. È cosa normale rievocare i tempi andati imbolsendoli di fanfaluche… quanti tapini lo fanno; ma il sottoscritto no: il mio passato raccontato quando a qualcuno interessa conoscerlo, mi balza fuori dalla bocca ignudo e vuoto di invenzioni, semmai scarnificato, all’osso, quasi che io abbia paura di sentirmi accusare di menzogne. La questione precipua non è però questa. È nella mia mente che il passato subisce un collasso: rievoco l’accaduto ma con la mente di ora ed inevitabile è il quesito: ma come l’è possibile? Ma chi era colui, cioè io? E molti fatti slittano in un tempo che ricorda l’età dell’oro, il mito, la leggenda, la favola, la fola. I fantasmi del passato sembrano recitare su un palcoscenico inammissibile… ora. È così che a ritroso si stana l’inganno che nutre in continuazione il presente: nelle maglie di ciò che è accaduto s’annida l’illusione che gli dava consistenza e lo nutriva. Spianato dal caterpillar il passato perde consistenza, coerenza, si sfalda nell’incomprensione, denuncia tutta il suo scandaloso nudo: il tutto era già morte e degenerazione. Sicché non è nemmeno più il presente a preoccupare, assassinato in continuazione dalla nullificazione, dalla morte degli dei, dall’invereconda tendenza a stanare l’inganno, la mia croce sul lento Golgota. Ma è il revisionismo mentale: operazione indegna, ma naturale, illecita, nefasta, inevitabile. Senza giudicare, senza assolvere o condannare, ma solo non ricordare il perché, il percome, il protagonista: vedere solo le strutture sottostanti, le impalcature, rese vive dall’illusione, dalla voglia di mentirsi, di credere, di non morire. È avvenuto il tilt e il flipper non gioca più ma ripete scioccamente gesti, opere e parole come uno zombie senza bara: ma quando la pallina correva, le luci sfavillavano, i suoni annunciavano vittorie e il punteggio saliva, saliva… chi giocava?
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1 commento:
Eri sempre tu.
Però la forza di ciò che si legge, le esperienze vissute e le delusioni subite, hanno una tale straordinaria capacità di cambiarci, di deformarci che ad un certo punto lo specchio sul passato è rotto in così tanti pezzi che sembra quasi impossibile potersi riconoscere.
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