Ogni mattina, che sia benedetta dal biondo Apollo o bagnata da Giove Pluvio ovvero coperta dal bianco manto che tanto può esser gradito in Pezzeda quando bestemmiato on the road, apro il portone del garage e porto la vecchia quattroruote bianca sulla Statale, pronti entrambi ad affrontare il serpente d’asfalto tra la media Valtronfia e Santa Femia. Né l’automobile si chiama Argo e né io Giasone, ma il viaggio verso il Vello d’oro degli Argonauti, cari miei, mi pare uno scherzo se confrontato con i miei ventinove chilometri all’andata e i medesimi al ritorno: cosa sono ventinove chilometri? Il sottoscritto ha fatto un giretto a Melbourne e ha soggiornato ad una considerevole distanza dalla City, ma, a seconda dei suoi umori e dall’urgenza, poteva pigliare il treno, o il tram, o l’autobus oppure uno dei milioni di taxi e coprire le distanze senza tanti esaurimenti e travasi di bile: un giorno dissi ad un autoctono curioso: -guarda, da noi, per andare in città ti ci vuole una buona ora, se sei fortunato, e son una ventina di chilometri. Non mi ha creduto, manco fossi un mercante di buaggini. Ebbene, ogni mattina, senza tante cerimonie, mi iscrivo alla Grande Corsa verso la Leonessa, e il premio, lo sapete benissimo, sono gli euri dello stipendio, che ben servono anche a mantenere questa deliziosa competizione, fornendomi la benzina, l’assicurazione, il medico per l’automobile, che, poarella, risente alquanto della sua età e degli strapazzi. Ma oggi è sabato, signori, oggi in tanti ancora stan sotto le coltri, e alle otto del mattino pochi forzati mi fan compagnia: sicché eccola qui, la Statale, questa biscia grigia che non riesce a stare ferma… e cambia, cambia in continuazione. Sembra un fenomeno da mente aliena, ma questa strada, l’è viva! È ufficiale, non può che essere un organismo vivo che subisce continue mutazioni: ora presenta un fenomeno curioso: la rotondite. Le spuntano sul dorso continue rotonde, come tracce attorno purulenti foruncoli, il cui sfogo potrebbero essere i talenti dei contribuenti, Giove assenziente. Non sono che uscito dal mio paesello( pure lui, sia lode a Bacco, finalmente, ha un semaforo!) ed ecco il primo mezzo giro di tango: mi inrotondo (il termine è mio, ché mi sento un po’ D’Annunzio) guardingo e solingo, di sabato non v’è da essere tanto attenti… ma nei ventitre o ventiquattro, chi può dirlo con certezza?, rondò successivi, come potrò pagare l’attenzione, come si dice nella perfida Albione, senza distrarmi, dando sempre, sempre la giusta precedenza? O come potrete voi, cari compari di viaggi e disavventure mattutine e serali, che avrete pure i vostri problemi, i vostri pensieri, star sempre in campana? Ma la strada a questo non pensa, e muta, muta come il vento, come la fama. Nel vialone che guida a Santa Femia la mutazione genetica l’è stata alquanto poetica o pornografica: ti pare di adocchiare le gobbe di cammelli, le pelate di giganti sottoterra conficcati, o invece le poppe di belle signore stese al sole mattutino d’un sabato come un altro. Non c’è che da guidare, stare attenti e pagare: benzinaio, assicuratore, psicologo ed, un dì, il becchino: ma questa è la vita.
domenica 26 agosto 2007
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