<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276</id><updated>2012-02-05T18:21:13.630+01:00</updated><title type='text'>Pensieri faziosi di un fazioso</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>92</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-7643354275687100469</id><published>2011-12-31T10:39:00.000+01:00</published><updated>2011-12-31T10:40:06.697+01:00</updated><title type='text'>Brogliaccio 1</title><content type='html'>Che si ambienti un racconto in una città ovvero in un'altra non dovrebbe essere un grosso problema: uno se la sceglie, la descrive, la rende un oggetto immaginabile dal lettore che, ovviamente, invece, ne fa un uso personale, addobbandola con la propria fantasia che eccederà l'intenzione dello scrittore; questa eletta città quindi dovrebbe solo animarsi tra le righe e vivere il suo momento artistico, almeno fin quando le pagine si sono esaurite, il sipario cala, l'attenzione del sopracitato lettore vien totalmente meno.&lt;br /&gt;Invece è una bella grana, una gattona da pelare: quale città e perché quella e non altre? Come se uno non sapesse che si tratta invero della città mentale, il tèmenos, che esce dalla testa dell'autore, indossa i panni di una reale e s'adagia tra le pagine: ma mai sarà la fotografia di una città esistente. Quindi perché perdere tempo a cercare riscontri, a correre le vie asfaltate usando come guida un racconto? Qui c'è una forneria: perché il fantasioso autore ha collocato invece una libreria? Perché è un maniaco lettore? Perché vorrebbe che lì ci fosse una libreria? Probabilmente gli serve per questioni, diciamo, artistiche; meglio ancora non farsene un cruccio.&lt;br /&gt;Allora si tratta di eleggerne una, ovvero inventarsela totalmente: ai fini dello scopo di un racconto dovrebbero funzionare entrambe le scelte, visto che una descrizione semplicemente topografica è il fine di qualcuno che non è certo un narratore di storie.&lt;br /&gt;S'impone così la struttura della città interiore con vie che nascono dalle tortuosità delle nevrosi, con edifici che sorgono e poi crollano come i sentimenti, con le stesse persone che nascono, vivono e muoiono, più o meno effimere, a seconda di fenomeni che si sanno legati al mondo degli archetipi.&lt;br /&gt;E allora lasciamo perdere la scelta della città e diciamo solo che la storia che mi accingo a raccontare è ambientata in una città del nord Italia: si vuole che dica la mia città? Allora diamo questa soddisfazione.&lt;br /&gt;Nella mia città la vita scorre con i ritmi di tutte le altre: frenetici al mattino, stancamente indaffarati il pomeriggio, indolentemente lenti la sera. In alcuni punti, chiamiamoli ritrovi, la gradazione della vita sale, s'impenna anzi, verso livelli da: questa è l'unica vita che vale la pena di vivere.&lt;br /&gt;Qui c'è una banca in cui io intendo entrare; ma verso mezzogiorno t'accorgi che varrebbe la pena lavorarci, anzi, ogni altro lavoro che non sia il bancario, nemmeno lo è, un lavoro. Anche questi privilegiati devono nutrirsi di solidi, quindi escono nei loro abiti firmati, occhieggiano verso ogni sottana i più giovani e verso le quattro-ruote i più scafati: hanno di per certo eletto un locale a loro ritrovo e ci vanno a passi lenti e contati, come le banconote del mattino. E là, dopo alcuni accertamenti borsistici, iniziano a mostrar l'uno all'altro le loro fedine, le medaglie, gli onori, evitando ogni scorno patito e dal capoufficio e da lingerie con la puzza chiaramente sotto il naso, mogli di chiari cornuti.&lt;br /&gt;Su tutti loro l'alone della vita, l'odore del successo e qualche miasma lasciato sui loro gessati da poveri questuanti, da petulanti conti-corrente oltremodo ridicoli.&lt;br /&gt;Nei portafogli esibiti in effluvi di olezzi e pelle di coccodrillo, le ganze loro, quella ufficiale, l'autografo di un Fugger, una sfilza di carte di credito e non una banconota, che è roba da poveri tapini. Quando rientrano verso la Madre Banca, al solito, dissertano di palestre ed esercizi gluteo-formanti e, soprattutto, di natiche sulle cyclette che loro avrebbero benissimo visto altrove e che, anzi, vedranno da vicino, prendendole, infine, persino per fame.&lt;br /&gt;Si capisce che il narratore della presente ci vada malvolentieri in banca, laddove, però, sostano pure i suoi quattro risparmi; non v'è benevolenza nei suoi confronti e verso la sua pelata.&lt;br /&gt;Allora leviamoci da questo centro di Vita; poco più in là, prendendo la viuzza a destra e costeggiando quella fontanella con due agnoletti intenti a carole, si può benissimo scorgere la piazza del Mercato, oggi appunto occupata dalle bancarelle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…&lt;br /&gt;Ma il protagonista del presente racconto non amava comparire tra le bancarelle del mercato ovvero nelle vie dei negozi mandorlati. Per lui la giornata si divideva in due tronconi netti: la mattinata a scuola, ove copriva come poteva il ruolo di supplente di Lettere, e la sera, quando, a meno che piovesse o nevicasse, amava passeggiare tra le vie della città osservando, e un poco invidiando, la vera vita.&lt;br /&gt;Aveva amici di vecchia data, quelli che le Parche ti danno sul principio del loro filare, tra i banchi delle medie e poi del liceo: alcuni persino colti sul tardi tra le mura degli atenei; me nessuno di loro viveva nella città e li incontrava di rado, sbocconcellando, in quei casi, triti e ritriti discorsi di non-vita, non-successo, non-lavoro. Nell'ennesima scuola della sua odissea da supplente, aveva colleghi e colleghe, coi quali condivideva solamente questioni educative, programmi cartacei, sedute in consigli di classe, per consigliarsi sul come sbarcare pupi in livelli più o meno alti: suonata la campanella, gli zaini fuggivano ratti e lui appena dopo, dimenticandosi spesso persino di salutare. Non è che non gli piacesse insegnare: se ne stava in aula passando da giornate in cui l'entusiasmo elocutivo lo faceva persino sfarfallare, ad altre in cui si sarebbe volentieri eclissato.&lt;br /&gt;Fuori dalle aule brancolava e si nascondeva nel silenzio. La vita gli scivolava via come i palazzi appena sfiorati lungo il ritorno nel suo monolocale che si succhiava mezzo stipendio; proprio come nel suo caracollare diurno, quando talvolta alzava gli occhi dal marciapiede volgendoli verso qualcosa che lo aveva incuriosito, anche nei suoi anni migliori aveva avuto le sue curiosità soddisfatte, qualche giornata campale, qualche protagonismo seppur di infimo livello.&lt;br /&gt;Poi aveva chiuse le verande. I suoi occhi non vedevano più il presente davanti al lui, ma sempre più in là, dove però la nebbia umidiccia della negazione ovattava e poi annichiliva ogni pensiero che i saccentoni dicono positivo. In verità tutte le vite, vere o presunte, si sfarinano in poltiglia insignificante, ma se scopi sempre la polvere sotto lo zerbino, ti capita di diventare vecchio pensando ce davanti a casa tua sia tutto ben pulito. &lt;br /&gt;Il nostro fissava la vita sgranando gli occhi, così la vedeva talmente bene che ci passava attraverso, notando sempre e solo cosa ci sta al di là: nella sostanza lui non viveva proprio. Figuriamoci come poteva essere notato da chi sbranava i grappoli delle occasioni lordandosi sempre e facendosela addosso spesso: l'ingordigia degli affamati e dei golosi non rendeva certo questi granché propensi a vedere la quotidiana condanna dei Sisifo. Tutta la città trasudava di indaffarate esistenze, di corse speculative, di lotte di Venere, ormai resa avida pure lei e sempre meno callipigia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E c'era un luogo in cui tutti si ritrovavano, soprattutto quando il buon Apollo andava a coricarsi dietro i monti e le speculazioni diurne si davano requie: vicino all'incrocio tra le due arterie principali, al limitare del quadrilatero che dal medioevo determinava il centro della città, faceva bella mostra di sé la statua d'un antico eroe chiamato Arnaldo che dava così il suo nome pure alla piazza tutt'intorno. Locali adibiti a bar, a negozi di abbigliamento, ancora a banche, lo caratterizzavano: di sera erano i primi a farla da padroni, con insegne visibili solo frontalmente e manipoli di sedie e tavolini su quelli che dovevano essere marciapiedi. Per passare ci passavi, ma tra l'ingresso e i clienti seduti, per un pertugio che ti faceva sentire invariabilmente in mezzo ai piedi: così preferivi scegliere la strada, rischiando di finire sulla carta quotidiana come l'ennesimo disattento investito dal giustamente frettoloso pilota.&lt;br /&gt;Dimenticavo le magnifiche esposizioni di automobili parcheggiate in doppia fila, nei pressi dei bar, cioè ovunque, dato che i proprietari non amavano ledere le suole dei calzari e le loro ganze proprio non potevano rischiare di perdere l'altezza dei loro vertiginosi trampoli. A volte un improvvido vigile urbano passava, taccuino ferente, ma poi si accorgeva che ciò che di sera parevasi multa, di mattina era carta straccia sotto il tavolo del tal assessore.&lt;br /&gt;La piazza viveva tutto il giorno: di mattina soprattutto impiegati a colazione e pranzo, massaie dirette  come treni verso altre vie, studenti scioperati o in inutili dialettiche, anziani eternamente scocciati e nostalgici dei mores maiorum, venditori di chincaglierie prestamente allontanati, garzoni spericolati su biciclette sive motorbikes, scolaresche o turisti attirati, i primi, controvoglia, i secondi penso per scelta, dal vicino museo e dai fasti di romana antichità.&lt;br /&gt;Il pomeriggio la stanchezza segnava i volti, i piedi erano ancora più veloci dato che il tempo era pur sempre tiranno, e qua e là, le prime soddisfazioni perché già la sera s'appropinquava.&lt;br /&gt;Ed infatti scendeva, come detto, Apollo e piazza viveva qualche istante di requie: breve, visto che subentrava in fretta e furia ebefrenica l'ora dell'aperitivo. Allora sì che la piazza s'adornava il manto di succulente vita; allora sì che il futile spallava via l'inutile indaffararsi del lavoro, che gli affari veri, bramati, e desiderati sin dal mattino, trionfavano sul dovere imposto dai padroni.&lt;br /&gt;In verità l'autore queste cose non le comprende, essendone ignorante; ma in quell'ora dell'aperitivo sembrava condensato il senso di tutta una giornata, di tutta una vita.&lt;br /&gt;Sorrisi smaglianti, intese di abbracci e baci e trilli di cellulari; profumi inediti e inconcepibili di mattino, accordi veloci senza trattative: in pochi istanti di bicchieri tintinnanti e olive annegate, i protagonisti siglavano la sera e contratti di varie spezie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di fatto poi la piazza assisteva a nuova pausa e poi s'accendeva la sera, protagonista poi del presente racconto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'amore aveva bussato alla sua porta, del resto bussa a quella di tutti, o no? Pressapoco nell'età in cui i pensieri nascono e riescono a morire nell'arco di una giornata, i capelli lunghi e biondi di una compagna di classe erano entrati nei suoi sogni compensatori e di giorno gli impedivano di favellare con sicurezza. Come una bella folata di vento caldo che, a dir il vero, scalda i cuori solo dei poeti, il nostro s'era sentito scombussolare all'improvviso e non gli era piaciuto, anche perché l'apparecchio per allargare il palato non lo favoriva certo, anzi: guardava la fonte di tanta illogica combustione con un misto di paura, attrazione, emozione, orrore e via dicendo. Che fosse l'afflato numinoso ce lo teniamo per noi. Venere lo aveva additato a suo figlio e quella fu la stagione del suo primo amore, probabilmente il più puro, quello almeno più vicino all'essenza cristallina, scevra della realtà: oh, questa irruppe mesi dopo che la passioncella s'era scemata, dietro ad una nuova fonte, si nera chioma. Così volubile l'animo umano, quello adolescenziale poi... che grande fortuna vedere nuovi occhi scuri, contornati di manto corvino e perdere di nuovo il senno raziocinante. La biondina gli chiese conto del primo amore, ma lui era al secondo e non ci fece caso. &lt;br /&gt;L'età delle scuole passa al rallentatore: sembra sempre di vivere attimi eterni, così importanti, pieni di determinanti questioni. Invariabilmente invece gli anni passano e ci si scopre con meno capelli e meno tempo a disposizione, visto che Crono inizia a farlo correre ossessivamente. Così come si può rimproverare a qualcuno di aver preso strade diverse dalle nostre e aver visto le stagioni ruotare vorticosamente fino a non comprendere più che c'è un momento per ogni cosa e se lo lasci passare, non ha più senso cercare di recuperarlo? Il nostro rimase solo perché solo era nato: mettiamoci certe sue fisime legate all'aspetto fisico, mettiamoci della fellonia esistenziale, mettiamoci un senso estetico non conforme alle sue possibilità, mettiamoci la contingenza che non si fa mai i fatti suoi: mettiamoci quel che vogliamo, all'epoca del racconto il tapino era finito ai margini della vita attiva. Un lavoro, pure se fosse gratificante, non riesce certo a coprire il fabbisogno mentale di un individuo, figuriamoci il suo, per nulla soddisfacente: una affettività mai sbocciata, repressa in involuti alambicchi, non educata nella mano nella mano, nei baci rapiti sotto casa, nelle veglie in attesa del guiderdone, nelle sedute al cinema senza alcuna attenzione per la trama... una affettività sacrificata all'altare dell'esigenza puramente naturale, dove volete che conduca, sennon alla trappola, al cul de sac. Invero ci avevano messo del loro pure i tomi divorati al lume sulla scrivania, o ai raggi di un sole marino che doveva essere utilizzato diversamente: certi fanfaroni russi, francesi, italiani lo avevano intortito per bene, esasperando quel che la natura arpia gli aveva donato, come semplice difetto. Ingigantito e reso bolso da mille pensieri distruttivi, aveva scambiato  la realtà col sogno e il pensiero coll'azione, rimanendo appunto ai margini.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-7643354275687100469?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/7643354275687100469/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=7643354275687100469' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7643354275687100469'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7643354275687100469'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2011/12/brogliaccio-1.html' title='Brogliaccio 1'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1526298905304656230</id><published>2011-12-13T14:38:00.000+01:00</published><updated>2011-12-13T14:39:07.972+01:00</updated><title type='text'>New</title><content type='html'>Raggiungo la Valle che è già immersa nel buio: probabilmente, vista dall’alto, la Statale avrebbe pure un suo fascino, interamente addobbata da mille fari ad intermittenza frenetica. Dal basso non è che l’eterno traffico: passarci troppo presto o troppo tardi è l’unico esorcismo alle code.&lt;br /&gt;Mi sorpassa e mi stringe senza affetto una Panamera grigio topo: locchio di sfuggita il profilo lampadato del pilota; mi figuro i suoi totem: denaro, macchina, borsa che sale e che scende, lui che sale e che scende da barbelle sempre più imberbi; volontà di potenza. Adler non mi ha mai fatto diventar matto, così come Freud, cocciutamente ossessivo nel fissare il pene. &lt;br /&gt;La Porsche se ne va dritta in terza fila, sbravacchiando la sua urgenza di ostender le fedine. Risalgo la Valletronfia; da anni non la osservo più: la mutano, la lordano in corpo e spirito per inseguire chimere industriali ma, poi, è sempre la stessa: la percorri e si stringe, fa gibbetto a sé delle sue case; lassù si apre a ventaglio.&lt;br /&gt;Chi la guarda dal basso, la Statale? Attenti agli stop, alla fregola della destinazione, chi si prende la briga di guardarla con attenzione? Il buio è la Pietas divina che scende a celare gli errori, le rughe, i segni che la vita lascia, in barba alla Natura. Apollo m’è sfuggito nel parcheggio: se n’è sciorinato via dietro monti che non conosco; ricordo cieli attraversati da stormi guidati dall’armonia dell’istinto. Vanno e tornano in anse di piume, rincorrono traiettorie dipinte nel loro inconscio dalla volontà divina, dall’istinto, che poi è la stessa cosa. &lt;br /&gt;Un pennuto psicopompo s’aggira furfante, del resto birbaccione lo era pure Mercurio, tra le auto ferme in cerca di cibo: non perdono mai l’eleganza, che li guidi la fame, l’istinto di sopravvivenza, il sogno, questi volatili, loro sì, sono sempre in armonia. Lassù l’eterno ciclo della vita; io, in basso, ad infilare analogie una dietro l’altra, per trattenere il tempo, sempre mariuolo quando si sta bene. Ricordo quei gabbiani in St.Kilda: seduto, solo, sulla sabbia, di notte, li osservavo giocare la loro logica vita: la mia, in parte, finiva allora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli occhi di M. sono della sua terra: si nasce e ci si porta appresso le radici natie, vero Williams Carlos? Penso che la primavera increspi il colore delle sue iridi e che lei se le conservi come cartoline di un mondo lontano: che ne so io della Calabria? Mi pare così distante, ma non fisicamente. Io sono nato in un imbuto stretto, solcato da un fiume che non fa che trascinare in basso i miasmi della libidine imprenditoriale, che sia scarno o tumultuoso; ho il pallore cereo dell’aria ammorbata dalle fabbriche e se non vedo le barriere dei monti limitarmi a ritta e a manca, non so nemmeno dove sono.&lt;br /&gt;Lei si apre in sorrisi solari: del sole caldo sulle piagge della Calabria e credo che, ad esempio, anche a me piacerebbe il sud; nei volti c’è l’origine, la Terra, la Dea Madre, Cibele: il suo arrossire è il tramonto calabrese o l’alba? Eppure nell’inizio c’è la fine, il senso è lo stesso: non c’è vita senza la morte, la dialettica hegeliana non perde mai occasione di imporsi con la logica fanciulla della morte e della rigenerazione. &lt;br /&gt;Io parlo e si addensano nubi di analogie: non vivo mai nel presente; le immagini dell’attimo si fondono subito con quelle passate ed è sempre il tempo misto in cui volti e situazioni entrano nel gorgo e ne escono in sature di figure: sullo sfondo un arcobaleno d’argento.&lt;br /&gt;Di fronte ad un sole che scende, alle bizzarre, per me ignorante, teorie dei volatili e al buio che sale, gli occhi e il colore di M. avvolti di spuma corvina, mi portano al mare, alla sabbia che scivola tra le dita e alla salsedine sulle gambe, a giochi mai giocati e a passioni mai vissute.&lt;br /&gt;Che cosa cerco in mondi lontani?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1526298905304656230?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1526298905304656230/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1526298905304656230' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1526298905304656230'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1526298905304656230'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2011/12/new.html' title='New'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-6049658993983730824</id><published>2011-06-07T10:15:00.000+02:00</published><updated>2011-06-07T10:16:06.839+02:00</updated><title type='text'>III</title><content type='html'>La capacità di arrossire narrando di fatti passati indica un ancora vivo senso di purezza e di verecondia.&lt;br /&gt;Ci sono occhi d’acqua marina o lacustre, che tradiscono pensieri sognanti e sogni infranti.&lt;br /&gt;Leggerezza: quel che mi trafigge di più; movimenti impercettibili nell’aria che nemmeno si scansa; eppure l’attenzione è viva e presta all’eloquio.&lt;br /&gt;Forse i colori non sono i più adatti ma nemmeno il luogo contingente lo è, o lo era.&lt;br /&gt;Forse sotto Apollo cocente in limine all’acqua, occhi e labbra trovano riferimenti e risposte.&lt;br /&gt;O forse, ancora, perdo i colpi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-6049658993983730824?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/6049658993983730824/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=6049658993983730824' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6049658993983730824'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6049658993983730824'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2011/06/iii.html' title='III'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-6202633510171006951</id><published>2011-03-13T15:18:00.002+01:00</published><updated>2011-03-13T15:18:46.877+01:00</updated><title type='text'>-II-</title><content type='html'>La tragedia mi arrivò alle orecchie in obliquo: pressappoco a quarantacinque gradi a sinistra, rispetto al dondolo. Non toccavo nemmeno a terra, troppo largo il sedile imbottito, azzurro malato e già prossimo ai buchi; senza la ruggine, cigolava comunque e forse ero seduto da solo quando iniziarono le voci, alte, convulse, disperate. &lt;br /&gt;Un cugino arrivò all’improvviso dal bosco con la notizia che, per me allora, non aveva senso: una pianta era caduta sullo zio, trascinandolo verso una càhia. Manco sapevo che fosse una càhia, e, del resto, a cinque anni che ne potevo sapere, né delle càhie, né delle piante che cadono, né della morte che arriva, nonostante il sole, il caldo agostano, il fatto che fossimo tutti insieme in montagna per goderci una giornata?&lt;br /&gt;Ricordo papà che apparve al cancello e mi indicò; poi se ne andò correndo. Una zia mi stava vicina, mi tutelava dalla notizia di un’altra dipartita, la seconda di uno zio, dopo il mio vice-papà, colui che impresse in me decine di immagini, figure d’archetipi che covo e curo ancor oggi. Ma la sua fu per malattia, per il cuore e io ci persi molto, ancora non so quanto. Come scesi a valle? Non ricordo nulla. Tutto si confonde nel pensiero che era accaduto l’irreparabile; restai sul dondolo, sullo stesso dove poi piansi per il mal di denti. Quando ci sono ripassato negli anni successivi, non mi ci sono più seduto, giusto per non risentire voci di piante che cadono, di motoseghe, di càhie e pianti impotenti. E una mente troppo bimba registrava.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-6202633510171006951?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/6202633510171006951/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=6202633510171006951' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6202633510171006951'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6202633510171006951'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2011/03/ii.html' title='-II-'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-7789906049243486089</id><published>2011-03-12T19:27:00.001+01:00</published><updated>2011-03-12T19:28:28.019+01:00</updated><title type='text'>Memorie di loro non lascerò indietro -I-</title><content type='html'>La strada si inerpicava allora come ora, petrosa e contorta tra isole e poggi aerei da cui i cacciatori solgono e solevano tirare la loro stupida bramosia di omicidio. Né ricordo l’ora, né la stagione, solo il tetto ceruleo del cielo e il sole caldo. Del fatto che ci si presentò davanti un trattore, ebbi contezza colo scendendo dalla jeep dello zio: ne ero sballottato nei miei cinque anni e avrei preferito zampettare per i prati, sennonché le mie zampette non m’avrebbero portato lassù. Smontammo tutti dalla jeep, senza nemmeno dubitare dell’idea che presta divenne atto e poi, per fortuna, fatto. Io svoltai con la zia e qualcun altro, vedendo la corda e non capendo altrimenti che lo zio manovrava in modo convulso. Ricordo le preghiere, le urla degli uomini e il fragore dei sassi sparati a valle dalle ruote della jeep che facevano un mestiere ben strano: ruotare vorticosamente onde impedire, assieme alla corda, legata ad un capo ad una pianta, tenuta tesa dalla braccia tese nello sforzo degli uomini, e all’altro al frontale della jeep, che questa, scesa nel dirupo in retro, piombasse nel vuoto e si fracassasse a valle con sopra lo zio a pigiare sull’acceleratore. Passò il trattore per la strada stretta con le ruote sulla corda e sciorinò via dalla memoria; la jeep tornò su, per nulla spinta dalle nostre preghiere: ci sono risalito, per poi non salirci mai più nei restanti giri della luna e del sole che io vidi. Piangevano le donne, ma la tragedia non fu quella, sebbene accadde sempre lassù e io, come allora, c’ero, testimone muto per poca età.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-7789906049243486089?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/7789906049243486089/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=7789906049243486089' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7789906049243486089'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7789906049243486089'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2011/03/memorie-di-loro-non-lascero-indietro-i.html' title='Memorie di loro non lascerò indietro -I-'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-4186499837559099653</id><published>2011-01-22T13:54:00.002+01:00</published><updated>2011-01-22T13:55:40.971+01:00</updated><title type='text'>Cattolici e Protestanti, lezione ad A. 2011</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/TTrTw7vkecI/AAAAAAAAAFU/q2M_wgMx3xw/s1600/z5.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; 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Oltre il tornante filtra odore di lago e il ricordo d’una cima innevata sfuma come sogno all’alba della colazione. Si sentono i pensieri cercare il pertugio sotto la visiera per uscire e restar lì, in secondi di sonnolenza, in vagiti di evasioni, in rigurgiti d’indolenza. &lt;br /&gt;E poi la galleria.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-3148900071787533855?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/3148900071787533855/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=3148900071787533855' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3148900071787533855'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3148900071787533855'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2010/09/pillole_28.html' title='Pillole'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2717588826502556997</id><published>2010-09-27T18:59:00.001+02:00</published><updated>2010-09-27T18:59:56.470+02:00</updated><title type='text'>Pillole</title><content type='html'>Nel beccheggiare del legno non ancora malsano ma già incapace di solcare le onde, c’è il solingo nostromo sottocoperta, checché d’un vero comandante non s’è mai parlato, che osserva il disordine di carte pasticciate e strumenti dimenticati. Licenziati i marinai e ogni possibile dio, il legno non segue alcun disegno né rotte di stelle, bensì il Caso, vero ammiraglio, del resto, d’ogni vascello.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2717588826502556997?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2717588826502556997/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2717588826502556997' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2717588826502556997'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2717588826502556997'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2010/09/pillole.html' title='Pillole'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1725236425489473496</id><published>2010-08-14T14:01:00.001+02:00</published><updated>2010-08-14T14:02:56.387+02:00</updated><title type='text'>Me</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/TGaF5pJOWRI/AAAAAAAAAEo/J-6g3sN1CHs/s1600/11.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; margin:0px auto 10px; text-align:center;cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 240px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/TGaF5pJOWRI/AAAAAAAAAEo/J-6g3sN1CHs/s320/11.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5505234819850590482" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1725236425489473496?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1725236425489473496/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1725236425489473496' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1725236425489473496'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1725236425489473496'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2010/08/me.html' title='Me'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/TGaF5pJOWRI/AAAAAAAAAEo/J-6g3sN1CHs/s72-c/11.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-4075684291064764431</id><published>2010-06-21T15:08:00.001+02:00</published><updated>2010-06-21T15:10:06.511+02:00</updated><title type='text'>me, my dog and my motor</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/TB9knuol6dI/AAAAAAAAAEg/y7XEi6fjjn4/s1600/kawa1.jpg"&gt;&lt;img style="display:block; 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Si stava chi al lavoro, chi a scuola o all’università e poi si scopriva il pensiero convogliato all’unisono verso quel solito 31 di dicembre. L’altra festa, quella che fu del Sole Invitto, serviva da freno, appiglio, come per dire: -eh, beh, ma prima c’è Natale! E santo Stefano, pure, ma di quello importava granché a nessuno.&lt;br /&gt;A risentire oggi i sogghigni d’intesa e il tintinnio delle bottiglie di spumante nelle borsine da supermercato, nelle mani dei nuovi minorenni, capisco, una volta di più, che non cambia mai niente; a parte i cellulari, quei casinisti imberbi che non stanno seduti giù in fondo alla corriera che mi riporta al paese, potremmo essere io e i miei coetanei, o mio padre e i suoi, o… più indietro negli anni, con fogge ed intercalare leggermente diversi, ma mica poi così tanto.&lt;br /&gt;E l’Ultimo sfumerà via per loro come per noi, finché per qualcuno si rivelerà una infida bolla di sapone cui non credere più, nemmeno se attraverso ci vedi l’arcobaleno, nemmeno se è profumata: volteggiando in aria, seppur con grazia, finirà per esplodere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La pistola compariva nelle mani dello zio come un trucco in quelle di un prestigiatore: sentivo il cuore accelerare, fenomeno tipico dell’accoppiamento tra pericolo e fascino. Ma era finta, una scacciacani: ma, in quel tempo di mia vita, una pistola era una pistola e il rumore, perbacco, era lo stesso. I petardi perdevano la loro attrattiva, pure i magnum e l’esercito dei raudi finiva per intristirsi nel suo sacchetto all’avvento del regno della berta nera: lo zio usciva sul poggiolo, seguito da suo figlio e da me, più indietro, timido all’inverosimile. &lt;br /&gt;Ricordo, via naia, quando andammo a tirare la bomba a mano in Val Gallina ed, effettuato il mio lancio arcuato, sentita la ridicola esplosione, invece di fare la pantomima prevista, inginocchiandomi con le braccia sopra l’elmetto, casomai un qualche lapillo o scheggia fosse mai fuggita e piombata su di me, esclamai: -ma è meno di un raudo! Mi appiopparono una mini punizione; anche allora come adesso la mia mente era sul poggiolo con le mani sulle orecchie metre lo zio pumpummeggiava ridendo: forse il rimbombo causato dalla parete della casa: lo ricordo come un rumore forte, da lasciarmi un lieve fischio nella testa; non certo come gli attuali acufeni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Salone sopra l’oratorio: grazie al geniale soffitto a capanna ha un’acustica in grado di rendere impossibile persino la visione di un film; ma è buono per ospitare mangiate e feste. Penso al pavimento unto e ai piattini di carta con poco spiedo e ancor meno polenta; allo spumante che eiacula intorno e a qualche risata. Non ricordo parole, discorsi; forse cercavo occhi di certo non visti.&lt;br /&gt;In un altro Ultimo ci passammo così, in visita, belli brilli e sorridenti: non mi riesce di determinare dove avessimo mangiato. Camminammo qua e là per il paese, come sbandati muniti di qualche bottiglia, senza manco sentire il freddo. Ad un’altra festa anziana ci offrirono tartine e di nuovo da bere: poi le strade si sono separate e forse lo erano già allora; quando non distingui più gli anni, tutto sembra appiattirsi nel medesimo istante e il nulla di oggi si fa di sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fuori fioccava che pareva bambagia: non sentivamo il freddo giocando coi minuscoli carri armati in guerre di cartone colorato; il fuoco crepitava poco convinto della nostra attitudine ad aizzarlo: ma fingevamo di tollerarne l’insolenza. I dodici rintocchi e il rimbombo di schioppi e petardi mi colsero all’esterno, sotto la malcerta tettoia: d’un tratto pioveva e il bianco si macerava in fretta. Sputammo vodka sul fuoco saccente, incendiano la paccottiglia tutt’intorno: riuscimmo persino a riderne. Dov’erano allora tutte le lamie della mia giovinezza? E quelle attuali? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passare l’Ultimo dove passavi le giornate e ingoiavi rospi e rane a profusione, ostentando incisivi e canini di tutto il resto dell’anno… dà il senso della catena corta, a limitare la libertà del botolo. Tavolo lungo di più tavoli, imbandito di vassoi spiedati e polenta; tramestio in cucina, brama di sentirsi speciali. S’infrangono le barriere dozzinali in ipocriti consensi festivi; cin cin allo stesso anno… del precedente. Si è già al domani, a raccontare l’un all’altro quel che ha detto fatto visto. Chi a sciare. E il salone si pulisce, ma non da sé.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-6369562281596326053?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/6369562281596326053/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=6369562281596326053' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6369562281596326053'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6369562281596326053'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2010/01/lultimo-dellanno-frammenti.html' title='L&apos;Ultimo dell&apos;an(n)o    (frammenti)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-3251188385990910838</id><published>2009-11-14T15:36:00.001+01:00</published><updated>2009-11-14T15:37:20.792+01:00</updated><title type='text'>Abbandono 2</title><content type='html'>Fermo come una pietra miliare sul ciglio della Statale, A guardava il monotono traffico del sabato pomeriggio: argonauti verso il Vello d’oro accudito gelosamente nei Centri Commerciali, mamme a pigliare i loro pupi dopo la catechesi, dopolavoranti sulla rotta del campo a sei per scaricare l’energia repressa nella settimana correndo e tirando ai garretti contendendosi la pelota, semplici perditempo come lui, bimbe in troppo belletto e poca sottana, stranieri dietro ad invisibili fili di misteriosi doveri.&lt;br /&gt;Lontana la ruota della vita cigolava nel suo eterno moto. Eppure lui, immoto, pareva evaporato dal presente e sbalestrato in un qualche passato, o futuro, chissà.&lt;br /&gt;Si scosse solo perché Apollo aveva mutato opinione e riscaldava un po’ più in là e si spostò pure lui; dall’altro lato della strada la Cooperativa gli parve un cadavere abbandonato perché nessuno sa che farsene: anni addietro era un attivo mini-market e pure A c’era entrato spesso, per sé per esigenze altrui. Ricordò la cassiera, florida bionda poi smagrita e involata in un altro paese dietro alle fiaccole nuziali. Il profumo del persciutto cotto gli sembrò svolazzare sotto le nari come un tempo fa: pia illusione, come quando ci si fa certi d’aver sentito voci o sussurri nel buio della notte ed è invece la disperata solitudine.&lt;br /&gt;La serranda della Coop non tradiva dubbi nella sua fatiscenza, nella ruggine decorata con polvere nera; un vetusto dagherrotipo si frappose tra la realtà e il ricordo: i binari del tram che scendeva da T verso l’urbe, tutto in bianconero e A si ritrovò a formulare una domanda a se stesso: perché mai s’era rinunciato al tram? Non sarebbe stato ancora comodo sferragliare verso i calli cittadini senza i rompimenti di palle del traffico?&lt;br /&gt;Un trullo dal suo cellulare: un sms, un suo sms, un altro? No, un volgare scherzo della tecnologia: era una copia fluttuante nell’etere di quello ricevuto in mattinata, quello definitivo, lapidario: -è finita! Con punto esclamativo per innalzare la voce in grido, bercio. Faceva seguito ad una telefonata della sera precedente, in cui lui s’era impegnato nella parte dell’innamorato ferito e aveva inscenato sgrondamenti di sangue dal cuore e di lagrime dagli occhi pesti di dolore. Ma lo sapeva bene che era finita. E non quel giorno ma sei mesi prima, quando lei era salita sull’aereo per Albione colla scusa dell’Orgasmus.&lt;br /&gt;Due giorni prima, passeggiando per il paese senza meta veruna, s’era imbattuto nel P: i soliti ameni saluti e commenti sulle vicende calcistiche e poi il saggio carpentiere gli disse: -oh, ieri ho visto la tua R, giù in posta; sempre quei fianchi eh, da stantuffo, eh, beato te. Ma non l’era partita? E ad A era pure toccato di inventarsi delle fanfaluche così a braccio per non far capire che scendeva dalle nuvole come un perone marcio. Quindi era tornata e lui non ne sapeva un cacchio. Tornato a casa la faccenda non gli parve più così maleducata, anzi prevedibile, naturale, dovuta. E appollaiato in poltrona sapeva che così le cose vanno.&lt;br /&gt;Poi lei era andata a casa sua: l’aveva vista dalla finestra in soggiorno; solita macchina rossa con le fiancate decorate da graffiti teppistici e gomme lisce come l’olio. Era scesa in un effluvio di rossi capelli e shampoo, in gonna corta e calze colorate, viola-nero, e tacchi. Borsetta sempre appesa alla spalla e ciondolante, manco aveva suonato alla porta: era entrata e basta.&lt;br /&gt;Infatti nella sua vita era entrata e basta.&lt;br /&gt;Donne come R non bussano mai, non chiedono il permesso: pigliano. E poi, quando mutano idea, se ne vanno lasciando dietro si loro code di panico e cuori spezzati. &lt;br /&gt;Vedendola per la prima volta, in un negozio di articoli sportivi, A le aveva osservato le caviglie: erano tipiche di fanciulle che camminano, che non stanno ferme e ricordò il grande americano quando scrisse dei fianchi che salgono su per le scale degli aerei. Al bar vicino al negozio l’aveva conosciuta, dato che gli pareva gran peccato lasciar fuggire via quella cascata di capelli rossi; e s’erano frequentati. Lei faceva l’università e vantava dieci anni di meno di A; lui le offrì la sua conoscenza artistica e, finché questa le bastò, andarono d’accordo, ma non d’amore, eh. Quello, l’amore, lei lo faceva più per dovere che per trasporto emotivo o piacere: anche in ciò che sarebbe dovuto essere naturale si tradiva l’artificiale o artificioso. Giocava alla ragazza del libero pensatore. Ma quando s’accorse che più che libero era nullo cominciò a sbattere le ali per il suo inevitabile volo.&lt;br /&gt;A le disse spesso, soprattutto osservandole i boccoli sbarazzini sulle spalle, che lei sarebbe partita e che era innaturale il suo restare radicata al paesello: qualcuno sarebbe sempre rimasto ancorato alle proprie radici e qualcun altro doveva invece rispondere al vecchio dovere di visitare il mondo e le genti. Lei sorrideva onesta.&lt;br /&gt;Quando si presentò l’occasione dell’Orgasmus a sorridere fu lui: -vai. &lt;br /&gt;R tremava dall’emozione perché avrebbe potuto finalmente levarsi dalle pastoie della famiglia, dai pesi: -vieni anche tu, vivremo insieme. Qui lui allargò le braccia e le mimò un volo impossibile. Ciò che seccò abbastanza A fu il vuoto chiedere di aspettarla, di non tradirla, di darle fiducia: lei avrebbe mantenuto fede alla loro storia. Quanto di tutto questo c’è di naturale? Nemmeno R credeva in quelle frasi belle e finte, nelle rose senza vita proprio perché durino in eterno.&lt;br /&gt;Fu un errore scuotere la testa? Non fu disprezzo, ma obbedienza alle leggi di natura. &lt;br /&gt;L’accompagnò all’aeroporto perché così s’addiceva ad un moroso; l’abbracciò prima che lei passasse il controllo del passaporto e poi se ne andò senza aspettare il decollo. &lt;br /&gt;Poi il vuoto; nessuna telefonata, nessuna mail: così le aveva chiesto, timbrando di fatto la fine della storia.&lt;br /&gt;Sulla strada era scesa l’ombra della sera, poiché il biondo Apollo s’era imboscato dietro i monti; A cancellò pure il doppio sms. Aveva finto una offesa di rito, la sera prima, chiamandola: gli sembrava giusto non accontentarsi dell’addio che lei gli aveva detto venendo a casa sua, tutta trionfante, nella sua bellezza di rubino. -non mi hai mai cercata? è finita, e la colpa è tua! &lt;br /&gt;A la guardava dal basso verso l’alto, visto che manco s’era alzato dal divano: il seno sembrava cresciuto e le labbra più carnose: era bella e conturbante come un bacchico carnevale; l’avrebbe morsa volentieri e, lì per lì, la desiderava. Ma più potè la freddezza che il digiuno. –vabbene, è finita, come ti avevo detto. Lei era rimasta un secondo più del previsto ad osservarlo, così ebete, inetto. Poi era uscita sibilando: -sfigato. E aveva sbattuto la porta. Classico. &lt;br /&gt;Poi A l’aveva chiamata per giocare all’amato deluso e al cuore infranto, ma più per noia che per sentito dovere. Manco aveva avuto la giusta intonazione: le parlava di dolore e vedeva i fianchi stantuffanti con altrui anche. E quando si trovò a sorridere chiuse la comunicazione. &lt;br /&gt;Poi, alla mattina, l’sms; replicato nel pomeriggio, per celia.&lt;br /&gt;A si avviò verso casa, dove nulla lo aspettava e dove lui non s’aspettava più nulla.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-3251188385990910838?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/3251188385990910838/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=3251188385990910838' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3251188385990910838'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3251188385990910838'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/11/abbandono-2.html' title='Abbandono 2'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1492939307096902536</id><published>2009-11-12T10:29:00.001+01:00</published><updated>2009-11-12T10:30:58.854+01:00</updated><title type='text'>Abbandono</title><content type='html'>L'aveva guardata bene fissa negli occhi cerulei, cercando mentalmente nell'archivio letterario qualche bella frase romantica, o post-romantica. Afferrarle le mani pareva esagerato: chiunque avrebbe così stanato l'affettazione. I secondi passavano come sempre inconsapevoli del rimuginio del suo cervello; poi in un'altra stanza il trillo giocondo di un cellulare e lei si era alzata rompendo di fatto nessuna comunicazione: e lui l'aveva osservata ancheggiare in poca stoffa e a piedi nudi verso la cucina. Vista da dietro faceva sempre una figura migliore che da davanti, con quell'ingeneroso seno e gli occhi sempre troppo spalancati in doppia ellisse, o triplo “o”, mettendoci pure la bocca solitamente pronta a pigliare mosche.&lt;br /&gt;Tutti questi benigni pensieri gli sfarfallavano veloci nella testa come estemporanei sottotitoli, ove il titolo l'era bello fissato: lasciata bionda mozzafiato (analmente parlando et cum gratia).&lt;br /&gt;Quindi giustificazioni a strati di torta perché scelte perentorie, da vero uomo, mica ne sapeva mai prendere: e continuava a guardarsi attorno mentre lei parlava al cellulare, di là, in cucina. E cercava consensi, lui, dai soprammobili o dai poster appesi alle pareti: cantanti di dubbia fama e lattine di cocacola in improbabili collage post-moderni. Finché s'era fissato col guardo su una saggia mosca; savia perché planata bel lungi dalle sue mani assassine; gli parve muovere sua costa e proferire verbo: -ma tu, sfigato, una così, e quanno mai te tu la ritrovi? Vero. E quando l'aveva trovata?&lt;br /&gt;A quel tempo non guardava più nessuna: vinto dalla sua umana, troppo umana, inettitudine, aveva deciso di non osservare più niente che non potesse poi avere (sennon pagando); cosa o persona faceva lo stesso. Così coi gomiti ben piantati sul tavolo di quella birreria, ciarlava coi sodali di macchine, moto e siccome d'aria fritta e non si curava del contorno, né di altri clienti, né di cameriere, del resto ben memore di Huysmann.&lt;br /&gt;Sapeva essercene una nuova, straniera di Slavonia, con notevoli terga e crin biondo, ma all'epoca era come ripiombato nella fase orale, ove bramava poppate da gigantesche mammelle. E comunque, anche senza guardarla né sapere niente di lei, l'era certo, come che l'ovo l'è ovo, di non esserci nulla in comune né possibilità alcuna di intavolare benché minimo discorso colla callipigia. Quindi ciarlava senza costrutto. &lt;br /&gt;Da qualche anno non seguiva più nemmeno il filo dei suoi discorsi, né seri, né faceti; né coi sodali, né con parenti o conoscenti: lasciava che l'estro e la contingenza mentale costruissero idee e opinioni a cui far seguire persino giustificazioni e accorate conclusioni. Senza però mai crederci: chiusa la ciarla ritornava nella sua gabbia mentale ove trastullarsi con sparuti poeti, solinghi romanzieri ed ebefreniche nereidi sul video del PC.&lt;br /&gt;La realtà? La sua realtà era il continuo produrre e distruggere bolle di sapone in una stanza quadrata con una sola finestrella munita di quattro barre e una porta mal chiusa; costruita con mattoni educativi e rabberciata d'edificanti elucubrazioni, come seghe mentali. E il mondo fuori continuava il suo giro. &lt;br /&gt;Se qualcuno gli avesse chiesto: -ma tu? Avrebbe replicato: -perché io? Versava frottole in un vaso buco, almeno sotto richiesta; altrimenti se ne stava lì fermo con la Comedia nella ritta. Spinto dai suoi due tre imparruccamenti di psicanalisi s'era convinto a rinovellare dell'energia volitiva, focalizzandola verso un obiettivo concreto ed arrivabile: le due-ruote. Simile alla femmina, almeno nella sua gioconda immaginazione, la moto gli avrebbe dato euforia ed ebrezza, panico e bellezza; tempo di far guide ed esame e la mente s'era ingoiata l'illusione sputando fuori brandelli di disincanto. Altro che gabbiano e pesci: in lui s'era verificato un cortocircuito e, in breve, la volontà di riuscire era finita sotto lo zerbino, fuori dalla stanza ove solingo conduceva inutili voli pindarici.&lt;br /&gt;Un amico gli fece notare la gonna alquanto corta della bionda cameriera: lui si voltò e in realtà, rimase colpito dal roseo incarnato delle mani e se ne volò verso terre slave, in città nevvero mai visti, in case edificate all'istante dalla sua immaginazione: e vide le stesse dita attorno al crine di una bambola di pezza, e della stoffa cremisi. Gli capitava spesso, sin da piccolo, di osservare delle persone e costruire loro attorno dei supposti mondi e non erano mai belli né sereni. Gli bastava un guardo, una voce, in gesto e subito dava a quei sogni ad occhi aperti delle sfumature diverse.&lt;br /&gt;Il bello era che poi, quelle fantasie, passavano il segno e condizionavano la realtà delle sue opinioni circa quelle persone: diventavano vere nella sua testa, quindi assolute. &lt;br /&gt;Allora quella cameriera doveva essere nata povera, con padre violento e caracollata qui in carovane di sofferenza; non era felice e cercava mantenimento. Quanto ci fosse di semplici archetipi in quei pensieri, lasciamo perdere; ma una riflessione concedetemela: in effetti per ciascuno la realtà è quella che in noi è supposta tale.&lt;br /&gt;Guardò l'amico e replicò che sì, quella aveva un bel posteriore, ma un po' troppo scarna innanzi. Ma, in fondo, nelle oscure latebre del desiderio, l'impressione data da quella fanciulla, l'era un bel po' più profonda. &lt;br /&gt;I giorni eran passati amorfi perché senza forma si trascinava il loro protagonista, finché un pomeriggio capitò che piovesse a dirotto, con inverecondi scrosci e lui corricchiava trattenendo a stento l'ombrello, impossibilitato però ad evitare l'ammollo. Era una persona generosa, questo glielo si deve: come tutti quelli che non han precisa direzione, a volte, sapeva cavalcare idee mirabolanti e parere valoroso. S'avvide d'una donna in difficoltà: tutta schiacciata contro un muro nel vano tentativo di proteggersi dalle secchiate d'acqua, cercava con frenetiche occhiate, un riparo o almeno un'anima pia, e la trovò nel nostro eroe. L'ombrello e il suo corpo sarebbero stati un buon puntello per raggiungere un luogo coperto o la casa, o l'automobile di quella persona ancora a lui ignota. E corse in aiuto.&lt;br /&gt;Dall'altra stanza non proveniva verbo comprensibile: ogni qual volta lei parlava coi suoi paesani ripiombava in un mondo a lui ignoto, nei volti e nei luoghi. Mistero assoluto, oppure mezze parole, più storie strambe che altro. Ma, volendola abbandonare, questi vuoti gli avrebbero resa la faccenda più facile: poteva persino pugnalarla con frasi di grande effetto come: io non so nulla di te; oppure: abbiamo cavalcato ma della tua vita che ne so io? E variazioni di tal tono ed argomento. Questo se lei si fosse messa a piangere davanti al gran rifiuto di trarre innanzi la loro storia principiata sotto Giove Pluvio: e, a parer di lui, le lagrime sarebber scese certamente.&lt;br /&gt;La pioggia appunto. Lui era corso verso lei dicendole: -serve una mano? L'aveva protetta con l'ombrello finendo lui a favor d'acqua. Non la riconobbe subito così fradicia, ma poi ch'ebbe sorriso e ringraziato, la bocca feminina e i boccoletti bbiondi fuggiti in cerca di latebra dall'immonda goccia, gli rivelaron l'arcano. E si avviarono verso la birreria ridendo giocondi e salvandosi a vicenda dall'annegamento certo. Cominciò così.&lt;br /&gt;Qualche tempo dopo il nostro ebbe a chiedersi il perché di tanta facilità di successo: dal fascino suo ascoso vieppiù, se ne piombò nel buio del sospetto che lei la fosse un pochino vanerella. Eppure ciò non gli impedì di gonfiarsi a mo' di pavone tronfio e di ingigantirsi a gran Don Giovanni. S'andava ripetendo che non gli piaceva poi così tanto, che, in fondo, lui le faceva grande onore standole assieme.&lt;br /&gt;Gli pareva d'essere doppio eroe: quando la sentiva elogiare d'altri, lui si inebriava di gloria conquistatoria: chè più difficile l'è la preda, migliore l'è il cacciator che l'ha agguantata al volo o colla rete truffaldina; e quando voleva pensarsi benefattore, le trovava i mille difetti facendola sartina e lui principe o satrapo. Nella sua testa giganteggiava sempre. Eppure doveva avvedersi almeno che non faceva mai un passo verso le esigenze della fanciulla: preso dalla sua immagine, vera o supposta, e succube della tendenza a giustificare ogni suo pensiero o azione, non si chiedeva mai che cosa potesse volere lei.&lt;br /&gt;A volte la poverella sgranava tanto d'occhioni dinnanzi a certi vuoti di comprensione; oppure li abbassava vereconda sperando nell'affetto di colui che le era parso comprensivo, attento, gentile e premuroso. Ma lui scambiava le mute richieste per gesti di sottomissione e grandeggiava; oppure le chiedeva di voltarsi non distinguendosi dalla ferinità comune e banale.&lt;br /&gt;L'ammirazione dei sodali cresceva perché notavano i sorrisi e l'accordo da lui così benn simulato: giocava a fare il morosino ma non mutava alcunché della sua scialba quotidianità. Un raggio di sole lo illuminava e lui non sapeva che pavoneggiarsi dicendosi: -come sono bravo, bello e generoso; invece che: -come sono fortunato. E nel colmo della sua stupida teatralità s'inventò il colpo di genio, il fulmine in chiusura: l'abbandono.&lt;br /&gt;Si vide assiso in trono, fulgente nell'oro e nella porpora e lei prona in abiti sdruciti; e da Zeus Tonante l'avrebbe fissata tremendo negli occhi già tremanti e: -finisce qua.&lt;br /&gt;Qua, qua, qua, qua, che male fa chi se ne va?&lt;br /&gt;Capite pure voi che può fare la foiosa immaginazione senza i freni della ragione?&lt;br /&gt;Dicevo sopra che l'era certo delle lagrime grondanti copiose non appena lei avrebbe inteso: già la vedeva trasfigurare e scolorarsi in viso; l'avrebbe implorato di recedere nelle intenzioni ma lui si sarebbe erto col petto e con la fronde, come avesse le femmine a gran dispitto e: -ho deciso; forte, sicuro come il fulmine di sé sicuro. &lt;br /&gt;S'andava ripetendo la favoletta che l'era ormai gran conquistatore e che sarebbe mutato in mostro gigantesco, almeno nelle opinioni paesane; ma poi ancora un cangiamento covava in cuore: sublime     magnanimo. Questo perché avrebbe recitato per qualche settimana la parte del freddo abbandonatore ma, poi, vinto dall'altrui patire, sarebbe tornato generosamente sui suoi passi e le avrebbe concessa la seconda possibilità. E così lei non sarebbe stata certo più reticente per alcune piccole concessioni che lui da tempo le chiedeva lascivo.&lt;br /&gt;Orbene, tutto questo costituiva il pastolotto ben cotto nella sua testa; ma, entrato nella casa della tapina nel giorno stabilito pel grande affronto, non era più ben convinto del discorso da farsi. Teneva molta fiducia nella sua elocuzione, ma quante volte capita che due occhi tremolanti ci mozzino il fiato e sfarinino le parole che sicure già albeggiavano dalla gola? Ecco perché quel trillo di cellulare non era poi così infausto: lui s'era impappinato.&lt;br /&gt;Oh, convinto era convinto; la cosa sarebbe stata fatta; eppure non aveva ben ponderato il periodare da usarsi in simile tenzone, e la letteratura non gli veniva in aiuto. Ma ce l'avrebbe fatta. Non le lagrime, non gli occhi, non i boccoli e la seta mal certa nel nascondere la carne, non le terga, gli avrebber mutata l'intenzione: e così attendeva il ritorno della callipigia.&lt;br /&gt;E lei venne. Un po' rossa in volto, doveva aver discusso, si muoveva a scatti veloci, finché gli si piantò davanti e a lui parve opportuno tossire. Attimi di silenzio. Poi la bionda cameriera parlò: -stasera arriva il mio ragazzo dalla Bulgaria. Devi sparire e non farti più vedere, sennò t'ammazza di botte.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1492939307096902536?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1492939307096902536/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1492939307096902536' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1492939307096902536'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1492939307096902536'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/11/abbandono.html' title='Abbandono'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-3453563131556340130</id><published>2009-09-21T11:16:00.001+02:00</published><updated>2009-09-21T11:18:38.371+02:00</updated><title type='text'>Risveglio tipico</title><content type='html'>&lt;meta equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8"&gt;&lt;meta name="ProgId" content="Word.Document"&gt;&lt;meta name="Generator" content="Microsoft Word 10"&gt;&lt;meta name="Originator" content="Microsoft Word 10"&gt;&lt;link rel="File-List" href="file:///C:%5CDOCUME%7E1%5CANDREA%7E1%5CIMPOST%7E1%5CTemp%5Cmsohtml1%5C01%5Cclip_filelist.xml"&gt;&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt;  &lt;w:worddocument&gt;   &lt;w:view&gt;Normal&lt;/w:View&gt;   &lt;w:zoom&gt;0&lt;/w:Zoom&gt;   &lt;w:hyphenationzone&gt;14&lt;/w:HyphenationZone&gt;   &lt;w:compatibility&gt;    &lt;w:breakwrappedtables/&gt;    &lt;w:snaptogridincell/&gt;    &lt;w:wraptextwithpunct/&gt;    &lt;w:useasianbreakrules/&gt;   &lt;/w:Compatibility&gt;   &lt;w:browserlevel&gt;MicrosoftInternetExplorer4&lt;/w:BrowserLevel&gt;  &lt;/w:WordDocument&gt; &lt;/xml&gt;&lt;![endif]--&gt;&lt;style&gt; &lt;!--  /* Style Definitions */  p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal 	{mso-style-parent:""; 	margin:0cm; 	margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:12.0pt; 	font-family:"Times New Roman"; 	mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 	{size:595.3pt 841.9pt; 	margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; 	mso-header-margin:35.4pt; 	mso-footer-margin:35.4pt; 	mso-paper-source:0;} div.Section1 	{page:Section1;} --&gt; &lt;/style&gt;&lt;!--[if gte mso 10]&gt; &lt;style&gt;  /* Style Definitions */  table.MsoNormalTable 	{mso-style-name:"Tabella normale"; 	mso-tstyle-rowband-size:0; 	mso-tstyle-colband-size:0; 	mso-style-noshow:yes; 	mso-style-parent:""; 	mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; 	mso-para-margin:0cm; 	mso-para-margin-bottom:.0001pt; 	mso-pagination:widow-orphan; 	font-size:10.0pt; 	font-family:"Times New Roman";} &lt;/style&gt; &lt;![endif]--&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Mi sveglio alla mattina e sento che potrei dire con infallibile certezza quello che accadrà entro sera: poi rifletto che, proprio per averlo pensato, quel qualcosa non si materializzerà. Così sorrido nella consapevolezza che, anche se sapessimo prevedere il futuro, saremmo perduti comunque: come Merlino che conosceva data e causa della sua morte e, contemporaneamente, viveva nell’ineluttabile fluire degli eventi; quando incontrò la donna che avrebbe cagionato la sua fine, non oppose alcuna resistenza: non avrebbe certo potuto. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Così finisce la razionalità: giù nel sifone del water, sempre che la Casualità tiri la catenella.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non ci sono rumori nella mia camera, almeno oggettivi, come il tic-toc di una sveglia, o cose così: c’è il fiume all’esterno, ma quello non lo sento da anni, come il suono dell’aria che dovrà pure esserci, mica appena quando si fa vento; dico, pure il refolo un suo accento deve averlo, ma non l’odo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;In camera mia regna il silenzio oggettivo: è quello soggettivo a spadroneggiare, l’orrido acufene. Non smette mai, ha un livello medio, tripartito e costante e, a seconda dello stress, della pressione atmosferica e/o sanguigna, sale in concerti di scrosci, fischi e sortite di stridii. Così sollevo le palpebre e principio a notare il rumorio interno. Levo la testa e si mette in moto il naso: pruriti e necessità di svuotare i canali, i cunicoli, sì che l’aria novella possa fluire garrula su e giù, lungo vie che immagino giungere fino al poco ossigenato cervello.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Meglio alzarsi e ciabattare al bagno e poi in cucina. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;C’è indifferenza nelle case di primo mattino: gli oggetti dormono più a lungo di noi tapini. L’aria notturna ristagna sui mobili, sui quadri, sulle foglie delle ridicole piante di mia mamma: non c’è attesa di qualche cambiamento, potrebbero restarsene lì per sempre: oh, certo, le piante morirebbero, ma non se ne accorgerebbe nessuno.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Accendo la luce in cucina offendendone gli abitanti nascosti. Una mosca, convinta di spadroneggiare, si leva presta e la locchio nell’abile suo planare sul tavolo, con lieve strafottenza. Al lago imparai a pigliarle con la mano: ti avvicini sornione, attendi la distrazione del nemico e poi parti; se avviene all’unisono con la volontà dell’insetto, te lo trovi nel pugno e lo sbatti sul pavimento in esplosioni di organi vitali. Crudele: le mosche sono più vecchie di noi bislacchi bipedi, potrebbero insegnarci mille cose e poi altre mille, ma farebbero anche un bel gesto evitando di sorvolare la mia pelata in ghirigori acrobatici. Tra me e la mosca il divario genetico è enorme e, prima o poi, qualcuno splatterà il sottoscritto ma io so che inevitabile: questo è l’unico vantaggio di una mente razionale ed evoluta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Preso da queste belle e profonde riflessioni m’ingozzo di pane e latte e caffè e fetta biscottata. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Che giorno è? Un altro giorno perfetto? Senza bere sangria nel parco? Lontana la strada risuona di marmitte e motori sbuffanti: c’è chi vive per davvero e chi, buon per lui, ignora il caso. Dovrei afferrare una bandiera e sventolarla dal balcone, nell’indifferenza delle piante, del Mella, delle trote, dei passeri e dell’airone girovago. E delle montagne, lì prima e dopo di me. La mosca ne sapeva di cose, perciò l’ho ammazzata. Vecchio inconscio. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-3453563131556340130?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/3453563131556340130/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=3453563131556340130' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3453563131556340130'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3453563131556340130'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/09/risveglio-tipico.html' title='Risveglio tipico'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-3332794302159122037</id><published>2009-05-31T10:31:00.001+02:00</published><updated>2009-05-31T10:33:06.293+02:00</updated><title type='text'>L'Omino e la Luce</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;C’era una volta un Omino magro, smunto e quasi pelato. Viveva in una Torre a pianta rotonda, quasi una gabbia di pietra, ad un solo piano, con un pertugio volto a nord, una branda, un tavolino tondo posto al centro del pavimento e una sedia. Tre libri sul piancito: i Demoni, la Divina Commedia e il Circolo Pickwick. Attorno alla Torre una landa desolata: terreno brullo, latrati di lupi e ghigni di iene, buio pesto. Talvolta nel cielo notturno, ma era pur sempre notte, passavano rapide e lancinanti veloci comete, il cui bagliore squarciava l’oscurità per brevi istanti, sebbene il tempo nella Landa Desolata non avesse misurazione: l’Omino correva fuori dalla gabbia e restava ad osservare questi fenomeni, rapito da un profondo senso di compartecipazione. Finito il tutto, rientrava un po’ più ricco e, insieme, un po’ più povero. C’era stato un tempo in cui una sorta di Stella brillava costante: l’Omino la chiamava la sua Età dell’Oro, ed aveva avuto un inizio ed una fine, anche se nemmeno lui sapeva più dire quando, visto che, come già detto, lì il tempo non valeva che un soldo di cacio. Conservava in sé una buona impressione di quell’Età, ma ormai ogni particolare che allora pareva chiaro, ora gli sembrava consistente quanto una fantasima. E c’era pure stato un tempo, diciamo così, in cui piovevano lapilli di luce come pioggia estiva, con tuoni e lampi e l’Omino si sedeva sulla soglia e sorrideva. Poi aveva scovato un puntino luminoso, laggiù, dove, chissà perché, lui si immaginava potesse esserci una grande città: quando gli pareva di stare per scomparire, lo cercava e s’immaginava che in quella urbe qualcun altro, simile a lui, potesse guardare nella sua direzione. E tutto, all’improvviso, si fece più oscuro: quasi impensabile, eppure la situazione, all’esterno, si fece peggiore. D’un tratto il cielo cominciò ad essere attraversato da suoni continui, come fischi, lamenti, scrosci: l’Omino uscì allarmato e pensò che quel buio avesse preso vita e stesse per ghermirlo e portarlo via. Scappò nella Torre e la chiuse a chiave. Quando già pensava che quella sarebbe stata la Fine, dal pertugio filtrò una Luce fortissima: l’Omino non se ne curò subito, sapendo che questi fenomeni vengono e vanno, ma quando s’accorse che tale bagliore era proprio intenso, scese e riaprì almeno un poco la porta. La Luce era veramente uno spettacolo e lui si beava nel contemplarla, come un tempo. Seppe subito che non ci sarebbe stata un’altra Età dell’Oro ma se ne fregò: eppure quella luminosità perdeva improvvisamente intensità oppure era attraversata da lampi di buio. L’Omino aguzzò la vista e s’accorse del Problema. Poteva rientrare nella Torre, ah, sì, era uscito un pochino, non l’avevo detto, ripeto, poteva tornarsene dentro e lasciar perdere, visto che quelle ferite non dipendevano da lui, eppure una vocina interiore gli sussurrò che sarebbe stata una gran cosa provare ad aiutare quella Luce a sconfiggere le strane Tenebre che la lanciavano, così che potesse tornare al fulgore originario, ed, in fondo, naturale. L’Omino brandì le sue armi: Intuito, Scritti e Parole e pugnò per la Luce. Sapeva che com’era apparsa, poi sarebbe scomparsa, eppure gli seccava proprio vederla patire ingiustamente. Ogni tanto pensava: come sarebbe bello se questa Luce fosse mia, anche solo per un minuto, un ora, cinque ore. Ma gli pareva ingiusto, impossibile e, comunque, lui si sentiva illuminato lo stesso. L’Omino sapeva che la Torre era la sua casa e che le luci venivano e andavano e le età dell’Oro o dell’Argento forse erano solo favole: eppure non voleva che quella Luce se ne andasse. E Quella guarì: almeno così sembrava. Aveva sofferto, la Luce aveva gradito l’intervento dell’Omino, pareva ora vittoriosa: e lui parve che fosse giusto che Lei se ne andasse ad illuminare le sue terre, o le terre di altri. E brancolò nel buio. Quando la Luce non c’era l’Omino pensava interdetto che fosse normale non vederla più brillare, eppure sentiva un forte senso di malinconia. Ma perché non può restare almeno ad intermittenza? Nella gabbia l’Omino pensava, come sempre, leggeva e sognava: quando dalla finestrella intuiva il barbaglio, correva fuori, ma faticava a sorridere, perché lui di luci così non ne aveva mai viste e sapeva che non l’avrebbe mai avuta, ma non sapeva rinunciare al sogno di averla anche per pochi istanti, secondi, e poi riportare nella Torre il lume del divino. L’Omino non ha mai creduto alle favole, né ai sogni oltre il possibile: eppure aveva cura anche solo del breve benessere che traeva e raccattava in sé, allorquando la Luce compariva, e penso che fosse giusto l’aspettare di Drogo, l’attesa di una splendida battaglia, sapendo, in cuore, che mai l’avrebbe combattuta.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-3332794302159122037?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/3332794302159122037/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=3332794302159122037' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3332794302159122037'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3332794302159122037'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/05/lomino-e-la-luce.html' title='L&apos;Omino e la Luce'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-4204420440790788730</id><published>2009-05-03T10:23:00.001+02:00</published><updated>2009-05-03T10:25:07.603+02:00</updated><title type='text'>VIII</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 18pt; text-align: justify;"&gt;Il verbo &lt;i style=""&gt;partire &lt;/i&gt;non aveva, per noi, frequente coniugazione; e, in quelle sporadiche occasioni, s’accompagnava sempre al complemento di fine o scopo: &lt;i style=""&gt;per le ferie. &lt;/i&gt;Arrivava l’estate coi soliti jingle, coi calzoncini corti e le magliette colorate, e noi seduti nell’atrio della facoltà, ove almeno si pippava frescura e s’odoravano le barbelle allora splendide, leggere e agili, noialtri ci si guardava nel ghigno e ci si chiedeva che mai avremmo fatto in quel mese e mezzo di solleone e afa da stiantare. E non avevamo mai riposte: cosa facciamo in queste ferie? beh, niente; non abbiamo mai fatto niente, sennon aspettare che il Bar chiudesse, l’Università pure e i negozi anche; poi ognuno se ne rimaneva nel suo paese a menare il can per l’aia. L’assoluta assenza di passere bipedi nella nostra giornata, ci lasciava spazio per la depressa follia e per i mille intrecci di progetti fumosi; già al principio si sapeva che l’idea appena nata sarebbe morta magna cum celeritate, in un cul de sac di volo-nolo-malo. Poi ciascuno di noi, in tempi diversi, s’intende, carpì la sua laurea, e sotto il sole, insisto giaguaro, si videro grandi novità. Io che da sempre berciavo teorie culsacchiane e mediocrità da fallito esistenzialista, ho cartabollato siffatti pensieri, in opere e parole vergate sul nulla. Sapevo che non sarei mai partito, mai veramente: anche nel breve termine, m’angosciava e bloccava in dualismo &lt;i style=""&gt;partenza-ritorno&lt;/i&gt;. Baloccavo l’idea di salpare ma, immantinente, volavo al momento in cui sarei dovuto rientrare nella quotidiana dabbenaggine. Un weekend, one week, two weeks e via dicendo: sì, ma poi si torna. E allora perché illudere il gulliver con fiaccate del tipo relax, libertè, fraternitè, cosce all’aria e pelle bronzea? Poi tornava il momento delle catene, del masso su per la salita, e poi giù, tra lacrime e sospiri; o che me lo faceva fare di illudermi con pillole di vitalità, se poi la natura e la dozzinale quotidianità mi rassembrava più allo zombie di Romero che agli eroi iperattivi di nasonica concezione? Persino la gita nell’urbe mi carcava le spalle di un pondo insopportabile; così vedevo i miei monti e mai strillavo &lt;i style=""&gt;Addio&lt;/i&gt; sul barcarola né burchiello. Mi ritrovavo nella quotidiana routine lavorativa, in cui mai mi chiedevo il senso perché già sapevo la risposta e, novello Sisifo, subivo la condanna ad una forzata contingenza. Quando M partì per la prima volta, l’era l’anno del mundial nippo-coreano. Ricordo questo, ma il torneo dietro la pelota volgeva ormai al termine durante quelle due settimane che lui se ne rimase in Thai, e al buon M del calcio fregava una fava cotta. Se ne sciorinò con un suo paesano, un po’ incattivito per il fatto che né io né il barbuto N s’era deciso di accompagnarlo: in fede mia, io non volevo affrontare il cielo con le mie turbe otorinolaringoiatriche e dentali; neppure la profferta di cosce a pagamento m’avea pungolato la volontà. In quel tempo avevo ancora l’Intrallazzo. M partì e noi restammo in urbe a carpire sole e afa e sputacchiate delle marmitte, non certo dei Giganti. I giorni volarono, io feci pure un esame, non delle urine, e m’invaghii del Pickwick. Poi M tornò. Non ci si vide per altre tre settimane, finché stabilimmo per telefono un giorno all’uopo, e ci trovammo nell’urbe. Quando lo vidi scendere dal treno, capii subito che qualcosa era cambiato: sorrideva d’un sorriso troppo ampio e pieno; aveva ancora i riflessi di Apollo orientale sulla pelle; senza occhiali, quasi mi passava davanti senza vedermi: poi se li infilò. “Laggiù c’è il Paradiso” scandì per bene le parole, con calma serafica. Che fosse una questione di donne, mi parve subito cosa cristallina: s’era ritrovato nella Shangri-là della passera e manco rimembrava il tempo di sua vita mortale quando la subina l’era distante; tot bat, e via, su in camera: e le aveva amate tutte; a questo ci credo ancora oggi: so che le ha rispettate tutte ed è stato con loro come vero amante, non come occasionale fottitore. Come fosse riuscito a tornare, mi sembrava un gran mistero: il paesano l’aveva spinto nell’aereo a calci nel sedere, altrimenti mica sarebbe rientrato in Ausonia. Ma tanto solare e tronfio mi parve quel dì del nostro incontro dopo il viaggio, quanto lo ritrovai abbattuto tre mesi dopo, inverno già entrante: appassito. Questo l’aggettivo più consono. Splendido fiore apertosi al calore orientale poi aberrante cadavere sfarinato dal grigiore ausonico. Dalla loquace favella pronta a pignere le gesta erotiche di thai dalla splendida pelle, al silenzio musonico, condito di mugugni e latrati. E venne l’inverno e venne la primavera d’un altro anno. Parve ripigliare colorito: mi tampinava in continuazione: “dai che si parte… dai che pure tu ti ritrovi… dai che ti passano tutti i mali… ”. E più passavano le settimane più riprendeva vigore: lo incupivano solo i miei rifiuti. Il mio problema era, ed è, la menzogna: pagare per ricevere un pizzico di amore truffaldino, per quanto possibilmente accattivante e godereccio, non è una cosa che mi aggrada. Temo me stesso più che i Danai, pure con i doni nelle mani. Ho il sospetto che se mi trovassi sul talamo con una donna, seppure arrapaho, pagata per starci e sorridermi e dirmi che sono bello e bravo e forte e magari fingere poppismi, mi sa che farei flop. Gran parte dei miei problemi risiedono nella mente e nella distorsione continua; dovrei pagare per credere in qualcosa, pure nell’amore di una gallinella, altrimenti il trucco non funzionerebbe. Non pago per auto-prendermi per i fondelli, figurati per le palle. E gli dicevo di no, che non sarei partito per mille motivi. Poi arrivò l’estate e s’imbarcò nuovamente. Partire, dicevo all’inizio. Un conto è partire per tornare, sapendo almeno, di tornare. Un altro è partire odiando il ritorno. M sapeva, ne sono certo, che far rientro questa seconda volta, sarebbe stata una impresa titanica. Un mese dopo me lo trovai di fronte: occhi sbarrati, abbronzato, sì, ma nessuna felicità. Una settimana prima s’era ripresentato alla porta di casa sua squattrinato, senza valigia e s’era chiuso in un mutismo ostinato. La prima volta aveva sorseggiato la perdizione, la decadenza orientale, in forma di passera: questa seconda, s’era ubriacato del tutto. Aveva il biglietto di ritorno, altrimenti sull’aereo non ci sarebbe mai salito e c’erano pure due, tre doveri qui da risolvere. Ma non fu più lo stesso. Ti parlava e sorrideva forzatamente; io che lo conoscevo, intuivo il progetto latente: era tornato col corpo, ma la mente no, quella era in Thai, in un eterno massaggio. Le persone come me non partono: due catene di monti le tengono compresse in una valle, laghi e passi alpini sono meri riferimenti geografici di una ristrettezza genetica; tutti hanno radici, ma c’è chi le ha molto, molto ed inutilmente, profonde, un po’ come quelle dei miei denti, sempre calcificate alla mascella. Appena l’orizzonte s’apre, principia l’angoscia, la malinconia per quei subdoli pinnacoli dinnanzi alle finestre e per quel campanile ritto in priapesca sfida. La gente come me, resta. Non c’è prica che valga, né profferta di lauti desinari e gamberi a profusione; non sgrondate e lavacri, non melliflue forme e richiami di barbelle: il valligiano non ha valige, ma zaini, di fuffa, di merda nel cervello, di pietre. Ingobbito. Ma M non era della valle, lui campeggiava laddove non sai più di che urbe sei, sive leonessa, seu desotaodesura, e già si intravede la madunina e s’odoran i panzarotti in medio l’ano. Lui respirava aria inquinata e non riusciva a formattare il cervello dopo il secondo viaggio. Lavorò un anno siccome forzato; poi mi telefonò coniugando il verbo: io parto, indicativo presente, certezza, realtà, oggettività. Lo penso sulla spiaggia con un gambero tra le fauci, lui conte Ugolino, l’altro arancio Ruggeri; senza forbire a’capelli. Pulendosi i denti colle chele. Lo immagino con fanciulle preste molto, diverse ogni sera: s’è pigliato tutti i soldi, suoi e dei parenti, da intendersi alla latina quest’ultimi. Non c’è invidia: il suo eterno presente è il tempo della degenerazione del fanciullino sordido; il mio del vecchione anticipato; cristallizzati entrambi, consapevoli ambedue. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 18pt; text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-4204420440790788730?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/4204420440790788730/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=4204420440790788730' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4204420440790788730'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4204420440790788730'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/05/viii.html' title='VIII'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2792665786348996436</id><published>2009-04-29T17:17:00.001+02:00</published><updated>2009-04-29T17:18:29.981+02:00</updated><title type='text'>VII</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 54pt; text-align: justify; text-indent: -36pt;"&gt;La Dottoressa le mette davanti agli occhi una fotografia in bianconero: una porta chiusa, di legno scuro, la maniglia sembra di ottone, un po’ sporca. Uno scalino bianco. “ La osservi attentamente.” Curiosa la psicanalisi: L scannerizza nella mente l’immagine; la terapia le serve, sembra, almeno, servirle; non come dice quel tizio, dedito a abbassare ogni cosa a livello umano, troppo umano e a svuotarla del suo senso. Da quando le sedute sono iniziate lei sente di poter controllare meglio se stessa, di dominare le pulsioni, le sensazioni, persino la paura; sente tra le dita le briglie della vita, ma non è ancora corsa veloce e inebriante, c’è ancora latente il dubbio. Una porta. Un simbolo? Facile. Disagio: qualcosa comincia a sussurrarle dentro; sembra venire dall’interno, dietro quel legno. “Ora chiuda gli occhi!” l’ordine perentorio del medico la coglie di sorpresa e si scopre a fare un balzo sulla sedia; non le pareva d’essersi così concentrata. “Chiuda gli occhi e focalizzi la porta”. L obbedisce. Buio, non totale, ci sono i riverberi di là dalle palpebre; si concentra sulla figurazione della porta. Che voglia farle sentire i Doors? Sembra una battuta e lei sorride. Si inumidisce le labbra e gli occhi iniziano a muoversi da soli cercando di forgiare una immagine. Ora potrebbe vederla, una porta. “La vede?” Lei fa un cenno d’assenso con la testa. “Che porta è?” Già, che porta è? bella domanda. La guarda, con il cervello fissa questa sua porta: le ricorda quella del bagno di casa, non di quella in cui vive ora, ma della abitazione natale. Sì, le sembra quella: quante volte l’ha aperta e ha varcato la soglia? Ma ora è chiusa; nell’immagine forzata è chiusa. Ciò è fastidioso. Le è sempre scocciato il fatto che qualcuno possa chiudersi in bagno, con la chiave. In fondo che c’è da nascondere ad un membro stretto della propria famiglia? La porta è chiusa. Ed ora? “Riapra gli occhi, osservi l’immagine che le mostro e poi li richiuda.” Apre: la porta nella fotografia ora è aperta. Interno di una casa, luci, sembra un albero di Natale in lontananza, giocattoli, una palla, parquet. Richiude. La sua porta è ancora chiusa. Sconcerto. Poi come sempre le accade, la sente arrivare. Sale come acqua dal petto verso la gola; si sente le braccia bloccate, il respiro vietato dall’invisibile forza che stringe in bronchi, inizia a sudare, le palpebre sono incollate, la porta è chiusa, vorrebbe annaspare, muoversi, perDio, muoversi, respirare… il cuore è nella gola e pulsa in un ritmo insensato, l’aorta è nella carotide, vorrebbe vomitare… una mano le si appoggia sulla testa, una mano fredda, dita inanellate, l’orologio le batte sui capelli ramati. Sente la calma ritornare, le braccia farsi molli, gocce di sudore rotolare dalle ascelle giù per i fianchi in barba all’elastico del reggiseno; una prende la via della pancia, la sente fredda verso l’ombelico: strane congetture salate. La porta è schiusa, gli occhi sono ancora serrati. “Apra le palpebre”. L spalanca quegli occhi che hanno pugnalato tre uomini e guarda in basso: il seno si gonfia verso il volto, non sembra di respirare in maniera così profonda, almeno non dall’interno. “Ansia. Cosa c’è dietro la sua porta?” Non riesce a ricordarlo, era solo uno spiraglio. Ancora la Dottoressa: “Dietro la porta di casa mia… i giocattoli dei miei bambini, niente di speciale, sono così disordinati. Ci sono porte in ogni occasione, da aprire, anche se vorremmo lasciarle chiuse. Ci pensi. Alla prossima.” L si alza, indossa in suo cappotto ed esce; la segretaria sorride il suo commiato per nulla speciale. Fuori Aprile rompe ancora le palle con l’inutile freddo. L si tocca la pancia, cerca la goccia malandrina; lì ancora il vuoto. Le si ripresenta davanti agli occhi d’improvviso la porta, la sua, quella della camera da letto nella casa in cui è cresciuta: chiusa, in mezzo alla strada, sul marciapiede, la porta di vent’anni di vita, come uno sberleffo di fantasma, è lì, serrata in una sfida. Perché non è aperta? Perché quella fottutissima porta non si apre? L allunga la mano e sente un crampo in pancia: porta e viscere, sono connessi? Tende le dita della destra ad afferrare la maniglia: bastarda, lasciati prendere! La fitta, ma che è il duodeno?, si infittisce… poi cede, lei cede, abbassa il braccio. Perché aprirla? E se quello che c’è oltre, pensa, e se non mi andasse di vederlo? Se non mi piacesse? Se non ne fossi degna? Ansia. L la conosce, quella paura di non farcela, di non essere capace, di non essere degna. La porta è lì. Poi svanisce: è solo il solito marciapiedi, i soliti passanti con le loro vite, i loro affari, le loro ansie, le loro porte. Si tratta di allungare la mano e non sentirsi più strozzare. In fondo oggi ha alzato il braccio, ha afferrato la maniglia: domani forse l’abbasserà; dopodomani l’aprirà. L sorride; il sudore, bisogna lavarlo via; lei sa che connessione c’è tra la porta e la pancia; aprirà quella porta in culo all’ansia. Il sorriso si distende in un gesto d’amore: M è vicino, stasera si riprova, non si è soli in certi tentativi; forse può chiedergli di aiutarla ad aprire la porta di casa loro: di là, un giorno, giochi per infanti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 54pt; text-align: justify; text-indent: -36pt;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 54pt; text-align: justify; text-indent: -36pt;"&gt;A Lori, con tutto il bene che le voglio, e lei lo sa. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2792665786348996436?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2792665786348996436/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2792665786348996436' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2792665786348996436'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2792665786348996436'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/04/vii.html' title='VII'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8127534459977309245</id><published>2009-04-25T19:30:00.001+02:00</published><updated>2009-04-25T19:31:14.943+02:00</updated><title type='text'>VI</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 54pt; text-align: justify; text-indent: -36pt;"&gt;Il vecchio orologio in cucina ha già raggiunto per l’ennesima volta la mezzanotte; all’esterno, sopra la porta, trovano la loro falce orde di zanzare, producendo rumore e puzza tipici dell’olocausto serale. W è seduto davanti al tavolo, al buio, in canotta un tempo bianca; i piedi nudi sul pavimento nel tentativo di carpire frescura. Non pensa a nulla: finita la giornata lavorativa e il pasto, attende sempre la notte senza pensare. Il respiro regolare fa innalzare la pancia lentamente e, altrettanto piano, risiede compressa nell’inspirazione: parrebbe fermarsi per sempre, invece poi riparte e si rigonfia. Così da anni, da sempre, almeno da quando i panini e il luppolo si sono portati via il senso della magrezza. Le mani sul tavolo sfiorano un quotidiano unto: aperto agli annunci, cerchiate in rosso delle finestrelle ove qualche azienda cerca operai. Lavoro, da 30 anni il solito problema. W è sveglio, sente le zanzare crepare senza requie, le auto sciorinarsene via lungo la statale senza senso, la puzza di una stanza chiusa salirgli nelle nari e stagnare; lontana una sirena, anch’essa è un suono comune a tante notti: nella mente di W potrebbe essere sempre la stessa persona ad aver bisogno di un medico, lo stesso pericolo, la stessa morte. Quando non si conoscono i volti, tutto si confonde ed amalgama in una medesima figura: lo sconosciuto; e poi che importa sapere chi ha bisogno, chi rischia, chi se ne va? Ticchetta con l’unghia dell’indice destro: non c’è speranza di ricordare una giornata diversa da un’altra, un evento, qualcosa che abbia rotto la routine; in verità nemmeno lo sforzo di ricordare ha più un motivo. Intorno a W la casa si appresta a vivere un’altra notte, immersa nel buio, certa che domani lo stesso sole di oggi e di ieri si degnerà di scaldarla; e se sarà pioggia, sarà pure più gradita, ma nessuna previsione l’annuncia, anzi l’afa s’è pigliata l’imperio, non si scappa all’estate. W si alza, prende un bicchiere e lo riempie sotto il rubinetto, attento a non sprecare una sola goccia. A piedi sempre nudi esce dalla cucina e s’appresta a salire le scale verso le camere. Quante volte a fatto questo tragitto? Osserva lo stipite della porta: potrebbe accorgersi del tempo che è passato cercando di ricordare le diverse prospettive: c’è stata un’epoca in cui i suoi occhi erano ad altezza molto diversa e le scale erano un ostacolo non indifferente per gambe corte e prive di muscoli. Si appoggiava al muro e un piede dopo l’altro saliva sperperando fatica e tensione: non era mai stato né abile, né atletico; com’è che milioni di scalini saliti e scesi non l’hanno forgiato e reso decente? Il cuore pulsa scorrettamente, il grasso ai fianchi saltella. Su e giù dalle due rampe lungo anni, cambiando statura e mutando tratti somatici, eppure nulla ha evitato la grassezza e l’abbandono della forma. W è fermo ai piedi delle scale: potrebbe vedersi ragazzino scendere a capofitto perché si illude di trovare all’esterno la bicicletta rossa che aveva chiesto a santa Lucia. Oppure sentire il tonfo dei suoi scarponi da lavoro: in fin dei conti i ricordi della giovinezza sono così rari nella sua mente; veloce l’immagine del dovere si sovrappone e così gli pare di avere solo lavorato. Scuote la testa: vorrebbe cambiare mansione da ormai quattro, cinque stagioni, eppure è sempre in fabbrica, la stessa, da mille anni, da sempre, altro che biciclette rosse e amori perduti. Questa faccenda degli amori perduti l’assale sempre sugli scalini: si vede ancora seduto, lì, più su, sul terzultimo prima del pianerottolo, testa tra le mani, due lacrimoni e un panino enorme adagiato al suo fianco. I riccioli biondi? Volati via in una crudele risata. Ora W sorride: stasera niente porno, troppo caldo. Sale, lento, goffo col vetro in mano e l’acqua che tremola. Pianerottolo: si ferma, di sotto si sente il gocciolare del lavandino; dimenticanze, disattenzioni, anche in questo W non sa che ripetersi; gli viene da chiedersi quanti anni abbia: 40, 45, 50, 100, 1000, non cambierebbe poi molto. In effetti è probabile che davanti al tornio, decenni or sono, lui sia morto, senza funerale perché senza cadavere, morto alla vita. Guarda in alto: il soffitto è troppo scuro: a nessuno verrebbe in mente che la luce elettrica sia già stata inventata; l’oscurità è naturale, così come la muffa. Manca un rumore: il rantolo del sonno di sua madre. W sbatte le palpebre e riprende a salire: l’acqua che s’era finalmente quietata, torna a sbattere sulle pareti del bicchiere. I piedi nudi salgono, le orecchie si tendono verso nessun suono. W non s’affretta, forse mamma è ancora sveglia e fissa il soffitto della sua camera: lui arranca verso la cima, poi volta a destra, nel corridoio e si ferma davanti alla stanza che fu alcova dei suoi genitori; la porta è spalancata, il talamo è là, nelle tenebre avvolto, nessuna fiaccola nuziale. Papi è morto da secoli, all’epoca dello sciopero. Domani discuteranno della crisi, in fabbrica: i sindacati sono sul piede di guerra; i proprietari vogliono andare all’est, manodopera conveniente, tanti W come automi, costo minimo, tutto normale. W sorride, a lui poco interessa; potrebbe andare all’est, potrebbe starsene qui disoccupato, potrebbe farla finita. Entrato in fabbrica minorenne, importa poi molto sapere quando ne sarebbe uscito? Il letto matrimoniale è fermo, le coltri pure, il rigonfio che dovrebbe essere sua madre non si muove. W avanza nella camera, lento si affianca al comodino, accende la luce dell’abatjour. Niente. Nessun sussulto. Avvicina il suo volto a quello che dovrebbe essere di sua madre: non un respiro; sposta le coperte, lei è lì, immobile, eterna. Non ricorda nemmeno se le ha mai voluto bene; rimasti soli non c’è stato neppure un vero dialogo. Poi lei s’è invecchiata e infermata; viene una donna tutti i giorni ad accudirla: W manco ricorda il suo nome; la paga, ogni mese, in contanti. W guarda la sveglia: 00:45. Morta. Questo è un cambiamento, la rottura nella routine: la osserva perplesso, come se la morte di sua madre appartenesse ad un altro quando o dove. Che fare? Fare qualcosa, e perché mai? Diversamente da così, le cose, come devono andare? Si chiede, in pochi secondi pratici, se deve chiamare il medico, la polizia, l’esercito, i pompieri: sorride, ma chi mai sarebbe venuto per un’anziana morta di vecchiaia? Bisogna avvisare, sì; ma ora, o domani, che cambia? Invece di andare al lavoro, domani chiamerà il medico, poi si vedrà. Tanto sua madre mica ha fretta. W torna indietro e poi decide di andare verso l’altro lato del talamo nuziale; appoggia il bicchiere sul comodino di suo padre e poi si stende a fianco di sua madre morta. Da basso sale ancora il ritmo della goccia nell’acquaio. Domani si potrebbe chiamare l’idraulico, dopo il medico, s’intende. W chiude gli occhi: nonostante il caldo può dormire, lui ci riesce. Il corpo al suo fianco è in pace, prima o poi ci sarebbe arrivato pure lui ai pascoli del cielo. Per rispetto sarebbe meglio non russare.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8127534459977309245?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8127534459977309245/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8127534459977309245' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8127534459977309245'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8127534459977309245'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/04/vi.html' title='VI'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8231192748121714050</id><published>2009-04-22T20:06:00.001+02:00</published><updated>2009-04-22T20:07:35.920+02:00</updated><title type='text'>V</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 54pt; text-align: justify; text-indent: -36pt;"&gt;Si dice che abbia avuto tre mariti, due qui, in valle, uno all’estero durante un viaggio in una imprecisata località esotica. Si dice che abbia passato da un po’ la quarantina. Si dice che abbia rifiutato quattordici richieste di matrimonio, diciotto di fughe, ventitre di amanti propostisi con grandi sacrifici. Si dice abbia due figli ignoti ai più, oltre ai due ufficiali, con l’ultimo marito, quello certo. Si dice che sin da bambina mandasse in sollucchero i maestri recitando Dante a memoria, in piedi, sul banco, gli occhi chiusi e i ricci neri svolazzanti, sebbene non ci fosse un refolo d’aria. Si dice che abbia imparato a suonare il pianoforte in un anno… duro solo per l’insegnante, datosi poi alla dipendenza alcolica. Si dice che suoni il violino alla pari con Paganini e che le sia apparso il diavolo in persona per offrirle il suo regno, sdegnosamente rifiutato. Si dice che giochi a scacchi bendata e le sue Torri siano efficienti quanto Uzi irakeni. Si dice che non abbia mai chiesto nulla, ma che tutto le sia stato offerto, eppure questo non mi torna del tutto probabile, dato che si dice pure che sia follemente innamorata di uno che non è in grado di capirla. Io ebbi la ventura di avere da lei un passaggio in macchina, in una mattina di primavera, andando verso l’urbe. Non la conoscevo personalmente, non è nemmeno del mio paese, sapevo che macchina ha, ma mai, nemmeno nei miei più sfrenati sogni, avrei &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;pensato che si sarebbe fermata a raccogliermi. In realtà manco lo facevo l’autostop: aspettavo al corriera, preso nel mio mondo, osservandolo da un oblò. La conoscevo di fama, e del resto non ci vuole molto; e sapevo, perché l’avevo vista molte volte, che era bella, ma, dio e i serafini mi perdonino, io bellezza più bella non l’ho mai vista. Forse una volta, in discoteca, vedendo una tizia, rimasi di stucco per un buon quarto d’ora. La prima cosa che pensai quando abbassò il finestrino per offrirmi un passaggio, fu che dovevo essere morto, e allora evviva la morte! I neri capelli come nuvola in tempesta, facevano cornice al bianco volto: le labbra scarlatte lasciarono fluire suoni come solo uno strumento diabolico; gli occhi erano dietro due lenti scure: non so perché ma capii che aveva pianto. Non vidi le gambe, non subito: Vostro Onore, in fede, mi creda, non le vidi e nemmeno le tette, ma qui non ho speranza di essere creduto: chi non le vedrebbe? No: sorpreso nel Gabbio intesi la profferta, e come se fosse del tutto naturale, entrai in macchina, al suo fianco. Ciò che ancora oggi mi stupisce è la spontaneità del mio atteggiamento: fu subito come se io fossi suo amico; non mi intimorì, non pensai ai sentito dire, non pensai a nulla: lei ingranò la prima e partimmo. -Dove vai? Sapevo che cantava ma non avevo mai sentito la sua voce: il tono femminile spesso mi stanca in due secondi, il suo mi ricordava il sussurro di una delle tante sedicenti dee del sesso che vanno in tivvù a ciarlare; tanto fumo… invece costei sembrava la cornucopia. Accostai subito il colore del suo collo ad un frutto da leccare avidamente: mi costrinsi così a guardare fuori dal finestrino. Mi parlava, mi raccontava fatti della sua vita, come se mi conoscesse da tempo e io l’ascoltavo avidamente, perché capivo che altra occasione non ci sarebbe stata. Non sono mai stato bravo negli approcci: ricordo che con Chiara impiegai due settimane a sedermi al suo fianco in aula per Italiano uno; leggemmo Parini e dentro di me, il cuore tuonava furioso; avremo scambiato un centinaio di parole. In verità le donne mi annoiano; per quanto trovi una bella, dopo qualche frasi di rito comincio a pensare ad una mosca che vola in una stanza vuota e mi incupisco. Quella donna invece mi attirava e nemmeno l’avevo ancora guardata: sentivo uno smodato desiderio di sapere per chi aveva pianto, perché colui mi sembrava dovesse essere quanto meno un dio greco: perché donne come lei piangono solo per degli uomini superiori. Eppure un barbaglio maligno, in me, mi pispigliava che mi stavo sbagliando. Cominciavo a volerla guardare: ho sentito ancora di donne che vanno oltre la bellezza oggettiva e pigliano a piene mani nel cesto dell’erotismo. Non rispettano i canoni del Canova, nessuno le direbbe mai Grazie: nessuno potrebbe resistere loro. Io ho sempre pensato che Moana Pozzi, Zara Whites, Emanuelle Beart, fossero di tale razza: ho visto ancora di lungi femmine così e ho pure saputo di uomini resi folli d’amore per loro. Mai ci ho parlato. Costei mi rassembrava alle donne d’antichi fasti, di virtù mareotiche, di lupanari, di orge bacchiche. Ascoltavo e guardavo: muoveva le braccia come dirigesse un’orchestra, le dita denotavano lavoro sulle corde; mi toccava le braccia e rabbrividivo di piacere; vidi le gambe: precise, affusolate, spostava i piedi e notai la caviglia sottile: in questo sono russo, karamazoviano, adoro le caviglie, mi ci soffermerei mille anni con le dita. Aveva le calze colorate, nere come fondo, con onde bianche: mio dio, pensavo al calore tra le cosce, alla follia di appoggiare le mie guance e piangere le lacrime di una vita inutile su quel morbido cuscino ebbro di piacere e perdizione. Pensavo a quanti avranno perso il sonno rincorrendo anche un solo secondo accanto a questa donna. Parlava di un uomo scorretto, che diceva di amarla e la respingeva: trasecolai; doveva essere una barzelletta o uno scherzo. Mi incuriosiva tale faccenda, così ascoltai meglio: proprio così, piangeva per un amore schiacciato da qualcuno che la fuggiva e la cercava, ma non la pigliava sebbene se la fosse presa, in senso biblico direi. Beh, chi non se la sarebbe posseduta, lei volendo: ma abbandonarla? Abbandonare questa porta per la felicità, per l’immensa autostima, per la gloria, per l’orgoglio infinito? Possibile? Contro natura, contro la mia di natura. Piangeva di nuovo: mi aveva raccolto per avere una spalla? Le parlai e lei mi ascoltava: una sorpresa ulteriore. Le parlai di mondi in cui rispetto, fiducia, amore, follia, sessualità, godimento, scambio di piacere reciproco, dialogo, verità, sincerità, esistevano, valevano, Cristo, valevano sì! Un mondo in cui qualcuno può dar tutto per avere tutto e volare verso la crescita, verso la condivisione empatica e corporale. Un mondo senza giudizio, fatto di un uomo e di una donna, sullo stesso piano. Piangeva perché questo avrebbe voluto, ma non aveva, e non sapeva comandare al cuore; nemmeno lei, bella come una dea, sapeva ordinarsi di non soffrire invano. Capivo lei, non capivo e non accettavo quel lui. Ogni notizia che avevo su questa donna svanì dalla mia memoria: subentrò la sua bellezza; poi la mente così ben accordata, poi il suono della voce, poi il corpo, immagine stessa del mio desiderio. La città era vicina, maledetta città, maledetta quotidianità mia senza gioia, senza felicità, senza una donna così che mi ami, senza pietà per me stesso, senza il gusto di morire per l’idea stessa di amare. Senza lei. Arrivammo e mi chiese dove scendevo: io mi sarei sparato pur di non scendere più, ma io nella sua vita non avevo e non avrei mai avuto nessun ruolo: le dissi che una sola lacrima per un uomo non in grado di apprezzarla, anche una sola era gettata alle ortiche. Perle ai porci; le dissi e poi si fermò e scesi. –Grazie. L’ultimo suono, in re minore, come la mia vita, in re minore. Ma per un’ora, con lei, altro che maggiore.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8231192748121714050?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8231192748121714050/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8231192748121714050' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8231192748121714050'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8231192748121714050'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/04/v.html' title='V'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8845284717608417116</id><published>2009-04-17T10:26:00.001+02:00</published><updated>2009-04-17T10:27:39.142+02:00</updated><title type='text'>IV</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 54pt; text-align: justify; text-indent: -36pt;"&gt;&lt;!--[if !supportLists]--&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;        &lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;"&gt;                &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;Ero salito a S in cerca di frescura; nel bar, l’unico dell’antica frazione, quattro avventori attorno alle carte: briscola, ori. Scende il fante di coppe, lo sfracassa il tre del medesimo seme; carico, bum! Ghigni tirati, colpi di tosse, s’è scoperto un gioco. Piglio un ghiacciolo alla menta e la vedo: appesa alla parete dietro il freezer, stona così azzurra sul fondo giallo epatite. Fotografia di tre uomini in barca (senza cane, Jerome, senza cane!), location: Thai. Sorridono, due; cristallizzato in un bercio lui, T. Me lo ricordo bene: la natura arpia lo volle piccolo e storto e bitorzoluto, in difficoltà elocutiva perenne, timido fino alla radice dei radi capelli; se ne arrivò ai quaranta senza conoscere femmina. Poi gli eroi che osarono le mille volte varcare le Simplegadi azzurre delle Speculazioni edilizie, per dirne uno, di contesto, eh!, i baldi superuomini dalle giberne carche di dindi, lo portarono appresso lungo i loro ameni peregrinari esotici e, durante uno di questi, T fu illuminato d’immenso. Me lo vedo rannicchiato, tremante sulle madide lenzuola, ratti i molari a tartagliare brividi salivati, quando, siccome madonna nelle grotte franzesi, lei gli apparve in tutto il suo splendore di-vino (e forse T l’era pure ebbro di Bacco). Lenta e precisa, sinfonica e melliflua, la Pennica veniva innanzi e più s’avanzava, più il senno del tapino s’arretrava. La lieve peluria, tumida al peccato, gli si posò graziosa al fianco, ma, forse, pens’io, furono i turgidi capezzoli (sempre come cerbiatti) a sbaluginare il semplice ordine mentale paesano e a ridurlo ad un ammasso di disarmonici e disorganici conati. Forse la prima volta gli esplose la voglia, mal veicolata, in una bolla di seme biancastro; di certo non certificò penetrazione. Tornato al paese si manifestò nel mio bar camiciato in stile hawaiano, in ciabatte e calzoni corti per nulla in tinta, e come si potrebbe amalgamare siffatte mareotiche fantasie, mi consenta, Giudice Eterno?, che s’era pure d’autunno, come testimoniavano le foglie in vena di suicidi… e appena ingredito urlò: W LA FIGA! Non ci ho mai trovato nulla da ridere. Ritornò in Thai e ne riportò mazzi di fotografie, nelle quali sempre ghignava attorniato da ninfe orientali. invero molto belle. Mi puzzavano alquanto i sodali panzuti, ma zittisco la sferza scottante nelle mani, ché mi preme la continuazione di questo mio caracollare quotidiano. Non sproloquiava: mia mamma ha torto; aveva visto e provato tutto in un colpo ciò che spetterebbe a chiunque in quarant’anni e, certo, l’era una faccenda pesante da digerire ed assimilare, figuratevi cacarla fuori. Ovvio che la malattia fottuta lo colse. Forse venne a lui come Prica di nero vestita, senza falce ma con ventaglio orientale e sonagli alle caviglie perfette benché ossute; forse lo abbracciò e se lo pigliò con la lingua in bocca in un ultimo osculo d’amore. Di certo il Bene và e il Male resta; i sodali panzuti si cacarono nelle brache per qualche anno, eppure ancora calcano questo ed altri suoli; non c’è mai verso che la ruota cambi modo di girare; eppure, quel ghigno, cristallizzato nella fotografia, è teste di onorato piacere e forse fu pure lui, T, per un giorno almeno, Marcio Alessandrino.&lt;span style=""&gt;    &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8845284717608417116?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8845284717608417116/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8845284717608417116' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8845284717608417116'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8845284717608417116'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/04/iv.html' title='IV'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-4808850788630096584</id><published>2009-04-14T10:56:00.001+02:00</published><updated>2009-04-14T10:57:20.286+02:00</updated><title type='text'>III</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 54pt; text-align: justify; text-indent: -36pt;"&gt;&lt;!--[if !supportLists]--&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;    &lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;"&gt;              &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;La dicono “femmina pubblica”, sempre che uno capisca che vuole dire questa espressione. In verità, i più saccenti usano pure altri epiteti, ma questo è il più gettonato. A vederla potresti avere altre impressioni: guardare il suo elegante ancheggiare, udire il ticchettio dei suoi stivaletti sull’asfalto, notare il brillio nella chioma, annusare l’aroma di essenze esotiche, perderti nell’ondeggiare della gonna, calcolare il nitore del collo o delle braccia. Poi ti sorprenderebbe il ghigno sardonico del saccentone che annuisce, e tra berci e scaracchi, prima sbircia lei, poi fa l’occhiolino a te e ti assicura che quella è una “femmina pubblica”. Abbiamo la stessa età e quindi, almeno alle medie, siamo stati nella stessa scuola, ma la sezione era diversa. Ricordo solo un fatto: in gita, tre giorni in una sorta di monastero, durante una cena i miei presunti amici mi fecero finire al tavolo delle ragazze, così per celia. Non ho mai avuto vergogne o timori di questo tipo, semmai non sono mai riuscito ad intendere per bene l’importanza di certi riti, di certi passaggi vitali, di alcune tappe che ho poi saltato a piè pari. Comunque mi accomodai proprio davanti a lei e ridemmo per tutto il tempo dedicato al cibo: non c’eravamo mai parlati e non ci saremmo mai più parlati, ma non la vidi mai più così bella come quella sera. Sembrava baciata d’immensa Bellezza, e che potesse ottenere qualunque cosa desiderasse: gli occhi non smettevano mai di luccicare e crepitare, le labbra chiudevano e schiudevano la corolla bianca dei denti, la voce non contemplava dubbi. Ridemmo. Di cosa mica lo so. Non sono mai stato innamorato di lei, mentre ne conosco parecchi che ci persero dindi e talleri, cercando di afferrarla e, per giunta, tenerla. Credo siano stati questi tangheri a mettere in giro la voce che lei sia una donna di tutti. Ho sempre questa impressione davanti alle donne belle: giustamente inafferrabili e non circoscrivibili entro limiti umani. Bisogna aspettare che la Bellezza muoia per pigliarle: a tutti gli effetti si tratta di goderne la rosa, almeno dicono così i sapientoni. In lei la Bellezza è morta presto, ne convengo. Io resto sempre in disparte, la mia è una vita ai margini: vedo, non giudico, constato e passo oltre; il risultato è sempre lo stesso. Passa lungo la via e attira lo sguardo di tutti, ma la magia è finita e lei lo sa. C’è un tempo per tutto, e una volta passato, non torna più. L’hanno attirata, blandita, circuita e avuta: devo pur credere che qualcuno l’ha afferrata; l’ho spesso vita su una stessa macchina, entrare in una stessa casa, andare a braccetto con uno stesso paltò. E nella vita due più due, ogni tanto, fa davvero quattro. Ma nessuno l’ha tenuta. Deve essere la sostanza del Bello e del Giusto: non rattenibile. E ciò deve aver fatto saltare il senno agli incapaci, ai duri di comprendonio: se non posso avere, allora svaluto, allora sia l’inflazione. Non c’è bisogno di diminuire il valore di qualcosa: il tempo e la vita ci pensano da sé. Lei passa e non è di nessuno: una volta ci siamo incrociati e mi ha sorriso. Io no: ho visto la morte nei suoi occhi e non sono riuscito a sorridere; in un flebile ricordo l’ho vista dodicenne al tavolo con me, e ho pensato che la Bellezza è davvero troppo effimera. Una “femmina pubblica”? Un'illusione privata.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-4808850788630096584?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/4808850788630096584/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=4808850788630096584' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4808850788630096584'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4808850788630096584'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/04/iii.html' title='III'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2268392529644732792</id><published>2009-04-13T10:54:00.001+02:00</published><updated>2009-04-13T10:56:39.309+02:00</updated><title type='text'>II</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="margin-left: 54pt; text-align: justify; text-indent: -36pt;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;span style="font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;; font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal;"&gt;                   &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;span style=""&gt;È&lt;/span&gt; di nuovo il giorno dello spurgo. Madonnina mia, di nuovo. Me ne accorgo solo ora, guardando il calendario, la data cerchiata e il mio disegnino: lo schizzo di un cestino dello sporco e la puzza che sale in ghirigori. Il camion sarà qui alle 16-16:30 al massimo. Penso subito alla scala a chiocciola, già di per sé perigliosa e nauseabonda: mi troverò il tubo risucchiatore tra i piedi, dovrò afferrare il corrimano per non rischiare il collo, dovrò scendere senza respirare, la merda comunque mi trapanerà il cervello. Non è proprio cacca, eh, sono i rimasugli limacciosi delle vasche dove gli operai immergono i calci per essere rivestiti dalla pellicola colorata; l’intruglio si mesce collo scarto delle verniciature, con liquami di dubbia entità. Non è merda, è peggio. Alzo gli occhi verso la vetrata che separa gli uffici (il mio ufficio) dal primo reparto-verniciature: gli african-boys sparacchiano tintura bianca fischiettando; ho cercato spesso di convincerli ad usare le mascherine, pure avvisandoli della possibile loro futura sterilità, ma non capiscono, forse non sanno preoccuparsi; bisognosi di denaro, fanno quello che gli si chiede ignari della giustezza o meno delle condizioni. G mi guardava sempre perplesso, incapace di accettare la mia distanza dal sesso: -ma come cazzo fai quando ti tira? Spalancava gli occhioni e la sigaretta rimaneva a mezz’aria. –beh, uso la mano; rispondevo sempre così, sorridendo. Lui no, non sorrideva: -no, non puoi, non puoi, cazzo, non puoi, non è mica lo stesso, no, no. E voleva prestarmene una delle sue. Questi ragazzi approdati dal continente nero: ho imparato alcune cose dal loro non misurare il tempo; ma non posso metterle in pratica, costretto dal dover fare, essere, sembrare. Il capo bestemmia da basso, lo sento fin qui, come il ghignare delle ragazze al collaudo. Quando sono entrato qui per la prima volta, avevo il sorriso di chi pensa di restarci per poco, giusto il tempo di gonfiare un po’ le giberne. Avrei dovuto contare quel che arriva e quel che parte, tener d’occhio il materiale necessario per tutte le lavorazioni e parlare e parlare… con i clienti privati e con le aziende schioppo-produttrici. Travolto dalla novità e dall’imparare, non ti accorgi dei giorni che passano; finché ti sorprendi a controllare senza ragionare, ad agire senza riflettere e allora il cervello torna a mordersi la coda. Le ragazze mi avevano accolto dubbiose: abituate a femmine incapaci in ufficio, diffidavano dell’improvviso maschio. J non mi guardava nemmeno. Entro in reparto, mi accolgono battute e ansie lavorative: -cosa dobbiamo fare, cosa non dobbiamo; -ma L sa, non sa, che fa? Un orda di banali questioni mi assale. In fondo si tratta di non farle smettere mai, di dar loro il pane quotidiano, il lavoro, i numeri da realizzare, le tabelle di marcia. Io, a volte, spengo tutto: resto sospeso nel vuoto; non voglio nulla, non penso a nulla; poi rientro piano, piano. Potrei gestire attese di secoli, perché, in fondo, il secolo è una serie di minuti. E se sai aspettare un minuto, puoi farlo per cent’anni. Invece questa gente brama l’attività seppure stolida, ma purché non si stia con le mani in tasca… , non importa come, si deve fare; inutile mostrar loro che si può pure pensare, riflettere, sognare, contemplare. Devo scendere a pigliare una latta di acetone: potrei uscire, prendere il Fiorino verde, fare il giro lungo, entrare nella fabbrica dalla discesa per i camion, caricare l’acetone e tornare qui. Ma non mi và. Necessito di distruggere un po’ i muscoli delle braccia e scaricare la mente: affronto la scala a chiocciola in discesa vuoto e in salita carche le mani della latta. Questa mia fissazione all’inizio era guardata come si osserva un folle ubriaco; ora sorridono tutti, dandomi del matto completo. Pensavo: ci resterò qualche mese, poi volerò via, ho le ali io, mica come questi qui, pesanti, zavorrati dalla mente ristretta. Infilavo la Ford nel vialetto alla mattina e ne uscivo alla sera e il sole se ne stava in cielo sempre meno tempo: le maniche corte s’allungavano e spuntavano le giacche pesanti; e fioccava ed io ero ancora qui. Finché una mattina ho camminato nel prato accanto all’ingresso per i camion e ci ho trovato novelli fiori e ho finalmente inteso che un anno era passato e non ricordavo più dove volevo andarmene. Risalgo dalla scala a chiocciola col bidone levato in alto; se mi sbilanciassi farei un bel tonfo, giù in basso, ai piedi della cisterna: ah, sì, oggi verranno a vuotarla; in fin dei conti sono sempre azioni, gesti che si ripetono ciclicamente e oggi i protagonisti hanno il volto liscio, domani la preoccupazione avrà reso la pelle un canyon di rughe. Le ragazze mi ringraziano e hanno nuovi problemi, vecchie questioni. Spesso mi fermo a reggiare i bancali: le mani mi scottano facendo ruotare il rocchetto del cellophane e la testa gira; eppure, quando ho finito sono passati ben 10-15 minuti e l’ora della sirena è ben più vicina. Posso andare alla scrivania a conteggiare un po’ di calci e aste: a riflettere sul meccanismo che ci attanaglia alla realtà. Quando sono entrato qui per la prima volta pensavo che ci sarei rimasto per poco tempo; le ragazze non mi guardavano e sbocconcellavano parole verso la mia persona. Poi tutto cambia piano piano, l’abitudine erode e sgretola lentamente i muri divisori. La sera esco sotto lo stesso cielo di qualche anno fa: ancora mi chiedo quale influenza potrò mai avere sul cosmo, o nel mio continente, o nella lungimirante attesa del Mella. In fondo lo so.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2268392529644732792?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2268392529644732792/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2268392529644732792' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2268392529644732792'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2268392529644732792'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/04/ii.html' title='II'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-6902303413685099835</id><published>2009-04-12T11:32:00.001+02:00</published><updated>2009-04-12T11:33:37.052+02:00</updated><title type='text'>I</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Graffi con il temperino il banco, nascosta la lama tra i gomiti. Siamo uno di fianco all’altro e sento il tuo respiro. Non è ancora il nostro turno: è lento il confessore. Una secca suora rondeggia tossendo con finta delicatezza, stai attenta che non ti sgami: nessuno di noi due avrebbe dindi bastevoli a risarcire il danno. Non riesco a fissarmi su una preghiera: dimentico le parole o le mescolo. Ci riprovo più volte, ma nemmeno sono creativo nella mia fede: chiedo scusa e subito non capisco di che cosa mi si potrebbe realmente accusare. Formulo richieste e mi chiedo perché mai dovrebbero essere esaudite, stanti problemi maggiori sotto il sole, pur sempre giaguaro. Ridi. Sei la solita buffona, le caviglie sottili, ma pure una buffona. La sorella di Misericordia ti locchia grifagna. Pizzico il tuo gomito e mi colpisci. Metti via la lama: assurdamente penso alle lamie, faccio sempre di questi giochi mentali, una parola tira l’altra, come le noccioline. Tocca a te: ti alzi civettuola carezzandoti la gonna perché aderisca ai fianchi. Non ti si può guardare senza intorbidare il senno: io resto ginocchioni e nemmeno provo a chiudere gli occhi per non desiderare la donna d’altri, per giunta invano. O la ragazzina d’altri, perché, per quanto t’atteggi e parli e berci e scodinzoli, come una donna, sei ancora una pupa. Ma quei fianchi sono pericolosi come aspidi. Volti repente nei banchi e sicura ti genufletti innanzi al prete. Maledico la mia mente: la stessa mossa t’ho vista fare dietro al cimitero: mi avevi chiamato piangente, che lui non ti voleva più; io avevo lasciate le carte sperse sulla scrivania e m’ero fiondato con la bici pure contromano. Mi avevi detto che eri sola, che lui se ne era andato e che ti rotolavano gocce amare sulle guance, beh, con altre parole… , mi avevi detto che eri dietro il muro del cimitero: e c’ero arrivato sudato. Di lungi: quella stessa lenta precisione delle ginocchia, quegli stessi sbuffi di capelli, ma avanti e indietro; lui era ancora lì con te, e le sue dita arruffavano la nuvola di rubini. Mi serve una preghiera, una all’uopo, una serie di scuse da presentare all’eterno, perché non so guardarti sennon per desideri. Parli. Ridi. Le tue carole pure col prete. Uomo pure lui. Mi volto per cercare il tuo graffito da teppista: un cuore e due lettere dentro con un più in mezzo. Tutto così banale. Dopo che ti avrà avuta sul serio ti lascerà in frantumi di sogni; ed io me ne starò zitto a pigliarmi i pugni diretti ad altra spalla. Mi siedo. La suora vi osserva: lei sa. Queste sorelle sanno sempre tutto e lo peggiorano dipingendo con tinte forti e nere; o rosse, in bagliori sanguigni. Penso che un giorno ti siederai su una Mercedes e ti lascerai intortire con poche promesse. Osservo i tuoi capelli come cascata di rame e spuma d’oro: so che il tuo occhio crepita, e so che il prete sente odor di zolfo ma non gliene importa granché. A dir la verità, non è che importa mai granché neppure a me, la mia, dico, di perdizione: il non sapere mai afferrare il senso. Mi alzo. Sommare bugie a bugie… una torta di strati di bugie? Esco. Il sole è alto e sbuffa calore. Mi volto: le montagne sono sempre lì, e lì erano e pure saranno, tra un milione di anni, se tutto questo avrà ancora una importanza. Mi accuccio sugli scalini. Non ho paura, non ho mai paura: qualcuno parte, tu partirai. Io resto, io resto sempre, perché non ho le ali, e comunque sarebbe un folle volo. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-6902303413685099835?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/6902303413685099835/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=6902303413685099835' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6902303413685099835'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6902303413685099835'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2009/04/i.html' title='I'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-3686814433806834186</id><published>2008-11-06T10:22:00.002+01:00</published><updated>2008-11-06T10:25:31.907+01:00</updated><title type='text'>Pan</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SRK31nTmiVI/AAAAAAAAABE/HnyubBin0AQ/s1600-h/Compy.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer; width: 320px; height: 186px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SRK31nTmiVI/AAAAAAAAABE/HnyubBin0AQ/s320/Compy.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5265473046061680978" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-3686814433806834186?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/3686814433806834186/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=3686814433806834186' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3686814433806834186'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3686814433806834186'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/11/pan.html' title='Pan'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SRK31nTmiVI/AAAAAAAAABE/HnyubBin0AQ/s72-c/Compy.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-7854543711319926086</id><published>2008-10-18T16:45:00.003+02:00</published><updated>2008-10-18T16:55:05.397+02:00</updated><title type='text'></title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SPn298koLPI/AAAAAAAAAA8/HK-8M6CMmAg/s1600-h/sillino.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://3.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SPn298koLPI/AAAAAAAAAA8/HK-8M6CMmAg/s320/sillino.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5258505584023973106" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Morì il vecchio Blue,&lt;br /&gt;e morì così forte&lt;br /&gt;che in casa mia&lt;br /&gt;sbatterono le porte.&lt;br /&gt;Gli scavai una buca con una vanga dorata&lt;br /&gt;lo calai con una catena argentata;&lt;br /&gt;ad ogni anello gridai:&lt;br /&gt;-Ehi, Blue, amato cane,&lt;br /&gt;  ehi tu!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Canzone folk)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io che ne ho sempre troppe di parole, questa volta ne son carente.&lt;br /&gt;Ciao Silla, grazie di tutto il tuo amore, ci si vede...&lt;br /&gt;... e il travaglio è sempre più duro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lucio Cornelio SILLA Felice&lt;br /&gt;N. Parte 21/03/1999   +Calchere 17/10/2008&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-7854543711319926086?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/7854543711319926086/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=7854543711319926086' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7854543711319926086'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7854543711319926086'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/10/mor-il-vecchio-blue-e-mor-cos-forte-che.html' title=''/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SPn298koLPI/AAAAAAAAAA8/HK-8M6CMmAg/s72-c/sillino.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8167917508994780060</id><published>2008-10-16T09:10:00.002+02:00</published><updated>2008-10-16T09:13:25.316+02:00</updated><title type='text'>continuazione del brogliaccio Turibio</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quanno ‘l treno prinzipiò a sferragliare e, pria lento, poi sempre più presto, se ne uscì dall’urbe, e il cemento lasciò spazio al verde e la campagna s’accompagnò al cielo del tutto azzurro, siccome nei dì di festa, quanno ormai i tetti e i giganti vitrei e grigi da lungi non sapean certo atterrire le menti bimbe, quanno il serpente a vagoni avea raggiunto la velocità da viaggio… Turibio chiuse gli occhi e soffiò dalle nari. Nello scompartimento l’era riuscito a trovar posto accanto al finestrino: tre sciure insciallate ciacolavano sui sedili attorno a lui, sui restanti due, un tizio con ventiquattrore pitonata locchiava nel corridoio le chiappette di tre studentesse, e, dinanzi ai sui raiban, un iovine pari al Navicella chinava la testa com’in preghiera e forse te tu potevi indovinare che l’aspettava, pur’illo, il maculato destino. Tanti, ora lo so, su quel treno viaggiavan incontro al signorsìssignore, ma, così compressi chi nel dolore, chi nella cagarella, non si riconoscean a naso: arebber imparato a farlo quarche luna chiù in là. L’ultima imago captiva nella sua retina pingeva la sua mammina nell’atto di crociarsi la fronte, sparse due grasse lagrime sul troppo belletto, e il pater, stretto un mignon di greggia nella manca, ghignava e gli somministrava continui occhiolini per una certa intesa che l’era cristallina solo in quella mente annebbiata.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Aprì gli occhi verso le cascine che volavano via verso il dimenticatoio, con covoni, trattori e rare vaccherelle: gli parve d’udir il cachinno del garzone, il fruscio della biancheria della massaia, il pane appena sfornato: tanti scherzi ti fa la mente quando viaggi e rattamente attraversi il vivente paesaggio. Il treno principiò a rallentare sì da lasciar liberi qualche giovini progettanti una bella giornata al lago Benaco; Turibio patì una lieve invidia, giù nel duodeno. Guardò la sua dirimpettaia: attraverso il belletto la sciura lo osservava materna: con istinto feminino l’aveva capito che il paino annava ‘a milite, e pure l’altro in là, propinquo all’uscita. O poveri virgulti strappati al suolo natio per essere mandati al macello, dentro decrepite caserme ove giuocar a far ‘a gherra! Sì, ‘a gherra de’ miei stivali! I baldi di principio secolo, in sul compimento de diciannovesimo anno, killì yes, che furon ispediti a sbrodolar budella, arti e zuintù ppè niun terreno, niun avanzamento sulla cartina; e se ei volean volgere all’amata baita, evitando inutil schioppettate, ce pesaa sor commandante a brancar ‘a berta e giustiziarli in nomine patriae da non molto reunita. Killi l’eran giovani ostie su altari immeritati; mica kisti, pieno il sacco sopra il pisello, e repleno ‘o portafoglio di freschi dindi. La cariatide gentile sorrideva ebete al Turibio: introitò le ossee dita nella giberna e ne trasse un fojetto che porse, manu tremante, al garzoncello: ei lo pijò, convinto der dorcetto, invece se trattaa d’una di kille immaginette raffiguranti pii individui e presunte testimoni dd’a fede: li santini tanto cari all’Agenzia per la Massificazione della Cultura Religiosa. Ancora la religione a ghermirlo carda, carda come le poppe della nutrice Gaeta; un fraticello d’o tertio ordine franciscano lo guatava iraccioso: gli parve zintomo di sfiga e tenerselo in saccoccia e gettarlo nel posacenere, oltre che n’offesa per la pia vecchierella; sicché se lo tenne e lo ascose nel portafoglio, tra le banconote, ove il zantino se sarebbe trovato a fagiuolo e se sarebbe dimenticato di menar gramo. Sorrise sperando di non dover offrire dindi. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Le sciure scesero alla successiva fermata, non senza lasciar un ricordo di loro: non preteser un osculo certo, ma toccaron le teste dei due tapini gracchiando un profondo: -coraggio! Turibio e lo sconosciuto si scambiarono un guardo d’intesa. Pure l’altro inquilino levò le tende, ma lo scompartimento non restò voto. Turibio scivolò via da finestrino e si accomodò davanti al cocondannato, accanto alla porta, dato che la successiva fermata la sarebbe stata loro. Ma il Destino volle pugnalare il core dei due fanciulli: salì un pingue gruppo di universitarie ciacolanti come al supermercato e quattro di loro si fiondarono sui quattro sedili liberi, appesantendoli di tumide chiappe. Il treno riprese il viaggio col solito suo sferragliamento; le barbelline non stopparono il loro ameno cicalare onde non disturbare i due sconosciuti tapini, anzi, accrebbero il volume, sì da far intendere senza fallo icchè comanda. Il povero Turibio non seppe imbrigliare i suoi lumi, non usi alle giovinine grazie libere dal giogo parentale: volò il guardo dalle poppe di una alla mignongonna dell’altra, e i sandaletti intravisti di chilla in parte al finestrino, laddove giusto pochi attimi prima, ancor sedea lui, quei calzari j’e fecer perder senno e cosenno e notti future. Quella accanto non se ponea il problema di urtarlo dato che l’era la men smilza, ad essere eufemisticamente buoni. E un colpo qui e uno là, finché il Navicella si piegò a farsi ancor più piccolo. L’eran vicende barbellonesche che volaan tumide al peccato, odorose di fondotinta e mascherate di mascara, l’ultimo per sentirsi –donna che la vale-; perline sagge e sapienti e sapide e sbrodolanti saliva e cachinni, infiniti riferimenti e parentesi tonde, quadre e graffe, da perdercisi dentro, almeno i profani, quelli che dal branco son esclusi, per contingenza, per etade, per capelli radi e rari e rarefatta ottusità. Roboavano istorie magne di Rodomonti carrozzati e Ruggeri ballerini, e Angeliche e Angioline, tutte troie ikk’ell’altre, mica loro, lor, no, sic sancte, coi boccoli appena, appena boccolati e le unghie pinte d’arcobaleno ‘mbriago. Non ci si capiva una fava: l’era, killo delle barbelle, un di quei monni, dda quali ‘l Turibio l’era, per natura naturante, escluso (il cane). Inutile tentar di capire o entrare nei discorsi. Marmillona, l’una certo la si chiamava icì, prese a locchiare i due sfigati: siccome le vecchierelle, le iovani l’avean intuito che si trattaa di futuri militi e presenti cacasotto; del resto il train l’era repleno, cannolo alla crema, di maculaturi. E prinzipiaron a occhieggiare malitiose e dardeggiare sapendo che i dù barbogi mica arebbero tentato l’approccio, tutti intesi a trattener le chiappe dal lordare le linde mutanne e il cocò, ex-lindo. Vollero far capire aa’sfigatelli che proprio, proprio in sul momento di smontare dal trenino, la si presentava l’occaso: proprio prima di venir imbrigliati dallo Stato Tiranno, così da piagne e piagne pigolando sul cuscino dd’a caserma, rimembrando quelle lasciate andare sine far seguire almeno il numero del telefono alle leggiadre occhiate. Tanto è granne ‘o potere vulvorio. Un guardo e te tu ti senti già padrone, ed invece, nun sei e nun sarai domino d’un cazzo de gnente. Tanto gentil e tanto onesta pare… il guardo… tutta la tattica d’omo preteso pleiboi, a farsi fottere dall’occhiata marmillona d’una splendida Cerbiattina. I’so. Voi vu’credetevi pure granni conquistatori: ‘na donna che la si fa conquistà senza averlo deciso lei medesima, o che io devo ancora vederla. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Città X. Il treno rallenta e si ferma; Turibio e friend (muto tutto il viaggio) sbarcano coi loro valigioni; le barbelline sghignazzano: al loro paino toccherà in futuro, ma lui arà più e più dignitade e lui conquisterà il monno facendole reine, almeno. Con le ginniche scarpe, il Navicella toccò il suolo: c’era da cercare il binario ove sarebbe partito il secondo treno, quello verso la cittade del servizio: non vi fu difficoltà, bastava seguire la marea bestemmiante. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Giuso dal treno la folla dei dannati, fattasi torrente, scivolava dalle scale verso il tunnel sottostate; indi si partiva in diversi fiumiciattoli, alcuni fuenti insino la foce, altri imboccavano ancora scale per pigliare nuovi binari, nuovi treni, nuove destinassiù. Zaini e borse di fogge diverse precedevano Turibio and friend: questo gli era rimasto incollato in un tandem di sfigatoni che però nello sfigamento generale non balzava certo all’occhio. S’era ancora al tempo dei berci e delle ghignate, onde covrire il cagamento reale: chi sbocconcellava pasti parati all’uopo dalle mammine, chi guatava istantanee della morosa certo, nel presente. a novanta innanzi ad un altro ganzo, chi contava le mance dei parenti, chi sbrindellava quotidiani sportivi, chi s’atteggiava a grand’omo esperto dd’o monno, e tutti, tutti, mollavan scoregge veritiere. Fischiò il treno tracotante: molto più piccolo del precedente sennon col maramaldeggio ferrato mica se potea fa’ notà. O’macchinista già lo sapeva che sarebber saliti i nuovi militi: li guatò dal finestrino tradendo una lagrima di invidia, per l’etade e per le occasioni perdute, come se, retonnando iovine non le arebbe perse ‘n’atra vorta! Tanto ci si crede cresciuti ed esperti, sol perché aumentano gli anni sur groppone. Tutti stipati nei vagoni, il nuovo viaggiò si iniziò e man mano che la destinazione s’appropinquava, scendeva le boci, sin a livello di sussurro, e, nel rallentamento, di silenzio catacombale. Giù li iovani! Ecco la cittade del primo servizio, ‘o Car. Turibio l’era silente oramai da ore: nessun verbo avea scambiato nell’ultimo iter; un groppone gli serraa gola e stomaco. Seguì i compagni di sventura siccome pecora ed in effetti, in più occasione, je parse dd’essere membro dd’un gregge; ed i pastori non tardoron a manifestarsi. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Il primo mezzo che Turibio notò fu il pullman verde: fermo in mezzo al piazzale davanti alla stazione dei treni, se ne stava placido, con la porta anteriore aperta; la posteriore, chiusa, stava a significare che tanto si entrava, quanto non si usciva più. Tutt’attorno jeep e camion. Soldati sorridenti e soldati seri: questi ultimi con mostrine complicate; il Turibio una qualche cognizione l’aveva, riconobbe gli ufficiali e li distinse dai militi semplici, l’era già un passo. Si mise in fila: lunga, sonnacchiosa, partiva singola e poi si divideva in altre minori, posizionate innanzi ai mezzi: la prima scrematura. Turibio finì in quella davanti al pullman e, chiamato siccome una pecora, ci entrò stringendo la sua borsa come arebbe stretto l’amante, ad averla. Pigiato come sardina sperò che tutta la prima recita finisse, ma non dovette invece attendere il termine del carico: il pullman se ne andò prima. La pancia brontolava, un biscottino sgranocchiato ascoso ai lumi dei militi protesi verso l’enorme cristallo del mezzo, bastò solo a ricordargli casa: ci pensava per la prima volta, ci avrebbe pensato molte altre. Non versò alcuna lagrima, seppur ne avesse una gran voglia. Non fu un viaggio lungo: attraversarono vie cittadine, strette e terminanti in semafori; fuori dal pullman la gente continuava la sua quotidianità, inconsapevole del dramma interiore delle reclute, o forse consapevole ma menefreghista; giovani pulzelle ciacolavano sui marciapiedi, bimbetti correvano con enormi cartelle sulle piccole schiene, vecchi rimbrottavano il tempo, lo Stato, il Giuridico, la Morte, la Malattia: invero, tutto come nella sua città, al paesello, ovunque. Dicevo, non un lungo travaglio: la caserma si manifestò prima in alte mura giallognole, poi in torrette e filo spinato, poi l’ingresso vero e proprio; il mezzo sputacchiò nel rallentamento e nella svolta dell’abile pilota; passata la sbarra, per l’occaso alzata, il Turibio vide il primo piazzale: quadrato come in tutte le caserme, fiancheggiato da edifici per tre lati e da una fila di alberi lungo il quarto, portava su di sé dei segni in giallo e in blu che ognuno dei condannati alla naja avrebbe imparato, sì da non farne le spese. Il pullman percorse due lati e innanzi all’ingresso di un magniloquente edificio, si fermò e si spense. Uno ad uno i pigiati fanciulli scesero e furono messi in file parallele, lungo delle linee rosse che Turibiò notò solo calpestandole. Giovani maculati e sbarbati con un cordone sulla spalla destra urlavano ordini a dei supposti sordi; non fu un caso rimembrare un certo film amato qualche anno prima, Full Metal qualcosa, e pure quello… quello col romanaccio, 365 all’alba: appunto. Chiamati a berci, quelli davanti a Turibio partivano con le loro borse e entravano nella caserma delle reclute, dato che tale era quell’edificio, sebbene, a dirla tutta, vi fossero ben altri 5 edifici, quattro di quali pure per burbette. Il Navicella attese il proprio turno e corse dentro, poi su lungo quattro rampe di scale, dietro ad altri facenti parte del medesimo destino, fino a fermarsi su un piano, il secondo, e raggiungere una camerata enorme, divisa sì in sottocamerate, ma da parer un tutt’uno. Giunto innanzi ad una branda attese ordini; ci buttò sopra la borsa e poi tese l’orecchio sperando udir il verbo –mangiare-; infatti un iperteso lo pronunciò tra altre vocali e consonanti: dovevano scendere e uscire, correre in ordine davanti alla mensa e attendere sempre in fila. Lunghe ore, lunghi giorni in fila, sempre in fila, si avviavano: una cosa alla volta, questo il segreto; ma ad impararlo ci si metton sempre scorni e botte al cranio e al cuore. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;LA MENSA&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Tra la calca e l’ordine militare non v’è differenza quantitativa ma qualitativa: l’orda maculata ristà avanti la mensa truppa, allineata in file da dieci per non so quanto. Il nuovo arrivato s’aggiunge all’ultima, mantenendo intatto l’allineamento: non favelle, non faville di sigheretta. Non berci, ma sussurri. Il caporale guata il tutto tra il sornione e l’addormentato, coperti gli occhi dal berretto piegato nella becca, dato che lui l’è viejo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quando arriva il turno tutta la fila cammina, non corre!, dentro l’edificio ove si manduca: ma l’è ancor presto, bisogna aspettare il dipanarsi della coda interna, pria di giugnere al cabaret marrone, e poi ai panini, posate, bicchieri; il tovagliolo cartaceo attende in pile bianche sui lunghi tavoli. Le reclute devono tenere in mano il berretto, guai indossarlo! Non si manca di rispetto ai vieji. La distribuzione del cibo è ratta e genera sospetti: il meglio giace nascosto, per i banfoni. Prendi quel che ti danno. Nelle caserme del Carr si magna bene, di solito: non si vuole che la burbetta si lamenti subito col papi e la mami; lo si ingozza, soprattutto dopo i vaccini; per questo tanti diventano grassi sotto naja. Il curioso l’è che si sta sempre per squadre: te tu non l’abbandoni la tua; sai che eventuali ritardi all’adunata, tuoi o dei tuoi compari, sarebbero materia di fuffe rampogne; si vuole evitare quei ameni dissertari degli istruttori circa valori quali puntualità, rispetto, condivisione della colpa e dell’espiazione. Tu t’attacchi al compagno di sventura e lui s’attacca a te, tandem di pisciasotto e cagoni, futuri najoni o menefreghisti, ma al Carr la barca l’è la stessa: si rema perché il mese passi in fretta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Turibio una mattina prese la ciotola di metallo dal vassoio e lo porse al cameriere dietro il bancone: attento a non rovesciare niente, lo ripigliò con la ritta, pieno di latte e cacao; proseguì pigliando brioche e pane e marmellatini. Un cucchiaio di zuccaro e va ad un tavolo, immancabilmente coi camerata. Turibio para il panin co’marmalada, con gesti lenti e misurati: lo si usa tutto il tempo libero; piglia il cuccamo e lo immerge nel latte, quand’ecco che la superficie si guasta da sola, come se da sotto qualcuno volesse apparire: Turibio osserva rapito e stupito; posa il cuccamo nel cabaret: il latte tremola ancora all’apparir saputo d’una zampettina, poi un’antenna e il baccherozzo trova il bordo e si issa con perizia e forza, data l’armatura e il peso. Uscito si scuote dalle gocce lattee e si getta fuori dalla ciotola, sul cabaret: Turibio, lo spinge sul tavolo e poi in terra. Or che fare? Un’altra tazza mica te la empion, e poi non c’è più tempo per un’altra coda: non resta che dimenticar l’apparizione e magnar latte e pane, morir non se more, ppe lavacro dde baccherozzo birbone, probabilmente già defunto sotto il vibram di qualcuno. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;LA PRIMA DOMENICA MATTINA&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Era andato a messa: ppe evità di finir infognato in quarche mestierino rompiglioni, su in camerata, tipo pulire tutto il pavimento co’ scopino minuto. Non avea udito alcuna favella del nerovestito: tanto era il suo rigetto verso le amenità di chi sbravazzava sotto il nome del morto in croce. Dopo l’andate in pace, s’era fiondato su in camerata: la colazione fugace in mensa non l’era bastata, e già s’eran involate due ore; il dì precedente j’vean foracchiato i bracci co’siringhe, e il dubbio dell’avvelenamento preventivo j’era venuto. La fame lo abbrancava bastarda: si cambiò immantinente, da maculato a civis. Non dimenticò tessere e tesserini, e, senza cercar compari, corse giù dalle scale: giunto nel piazzale, rimembrò i rimbrotti possibili e prese a camminare compito e a guatare a ritta e a manca onde stanar qualcuno disposto a menar il pippo così pp’e passatempo. Per dodici mesi si sarebbe sentito sur groppone questo senso dde voler evitar ogne rogna. La carraia s’avvicinava e lo stomaco rullava i tamburi; la passò indenne e allora sì che prese a correre verso la città. Era la quarta uscita, la prima di giorno, ma Turibio non vide un cazzo: bramava solo l’agorà e i suoi bar appollaiati tutt’intorno. Manco ne scelse uno in particolare, entrò nel primo che gli capitò davanti alle punte dei piedi: pochi avventori, ma lui non vide i loro volti; si sedette e la cameriera, intuendo il dramma, arrivò rapida: Turibio ingurgitò un cappuccino con sei brioche; oggigiorno sarebbe ruinato economicamente. Alla quinta, i lumi levò dal fiero pasto e s’accorse d’un milite che fagocitava uno strudel immenso, due tavoli in là: lo chiamò e si fecer cenno d’intesa. L’ossigeno arrivò alla mente e Turibio vide la cameriera che pur lo avea servito: sorridente siccome il sole, si carezzaa il lunghi cavei, raccolti in crocchia sulla nuca; bionna com’il grano, volgea i cerulei strali verso la piazza: forse cercaa il paino, forse ‘a carrozza, forse nient’e nessuno. Due schiere di bianchi e ordinati denti non bloccavano il respiro dei sogni giovanili: le lunghe dita diafane preser a giuocar con una ciocca bionna, l’indice l’arrotondava esperto. Una mosca impertinente osò posarsi sui capelli e lei, stizzita, con un solo e preciso gesto della manca le fece capire di cercar indugio da un’altra parte; nel rapido movimento si disvelò il collo, lungo, e bianco di candida innocenza. Turibio pensò bene di mordere la sesta brioche e annegar l’illusione nel coma ipercalorico.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8167917508994780060?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8167917508994780060/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8167917508994780060' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8167917508994780060'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8167917508994780060'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/10/continuazione-del-brogliaccio-turibio.html' title='continuazione del brogliaccio Turibio'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-5228405332611246211</id><published>2008-08-28T17:34:00.001+02:00</published><updated>2008-08-28T17:36:14.622+02:00</updated><title type='text'>Ritorno al lago</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quel che più mi stupisce quando arrivo in un luogo legato alla mia infanzia dopo anni di assenza, è la constatazione del cambiamento delle proporzioni tra me e le cose circostanti: è un fatto del tutto naturale e normale, eppure, quando ci si accorge dell’effettiva fallacia dei riferimenti ottici conservati in una qualche stanza della memoria, si resta perlomeno attoniti. Ancora prima di registrare i veri cambiamenti, ciò che c’era e non c’è più, quel che è nuovo e che magari stona ovvero dona miglioramento, pare che tutto sia diventato più piccolo, le distanze più brevi. Ricordo un episodio: dopo qualche anno, almeno un decennio per dir la verità, tornai a sciare in una località che solevo frequentare da bimbo; non mi stupii subito, ma durante la seconda discesa pensai che qualcosa non doveva funzionare per bene. Impostavo curve e traiettorie seguendo l’istinto legato a parametri vecchi, obsoleti, creati in base ad un corpo e ad una velocità ben diversi: quando sbagliai una stradina fermandomi ben più in basso, mi fermai per pensarci su e capire. Anni prima un mio vecchio allenatore mi fece notare che uno dei problemi che avrei dovuto affrontare nel rientro all’attività sportiva dopo l’anno di infortunio, era quello delle proporzioni: durante l’adolescenza dodici mesi sono tanti, i centimetri di altezza cambiano, gli occhi sarebbero stati legati ad una distanza dalla punta degli sci oramai errata e la posizione del busto, delle braccia, del capo ne avrebbero risentito in negativo. Bisognava convincere la vista ad adattarsi e a lasciare il corpo libero di pigliare posizioni più consone: tutti questi errori di posizione nello sport diventano zavorre fastidiose, ma, almeno, ci si accorge di loro in fretta, il difficile è correggerli; nella vita ordinaria, invece, li si stanano a stento, e perciò assumono tonalità curiose. La vita prosegue sempre e ovunque, indipendentemente dal fatto che noi ci siamo o no: quando guardo il Mella penso sempre che è qui da ben più tempo di me, e qui sarà pure quando io darò cibo ai vermi senza saperlo né volerlo; l’intruso sono io con i miei occhi che registrano un istante, o molti istanti, ma sempre minime frazioni del tutto insignificanti nella vita di un luogo; l’errore è illudersi che qualcosa possa restare invariato nel tempo, solo perché non ci siamo noi a certificarlo. La natura non si cura della presenza o dell’assenza dell’osservatore: fa il suo corso e, giustamente, se ne fotte. E poi ci si mette l’uomo a farneticare cambiamenti con l’isteria che gli è tipica, convinto che fare, distruggere, rifare, ridistruggere, cambiare sia sempre il comportamento migliore: il vecchio stona, sfasciamolo. Sotto sotto la natura, le piante, le radici, l’erba, i fiumi, i mari, i laghi e così via, se la ridono, ghignano del fesso che schiatterà nel breve volgere di qualche decennio, mentre loro lì erano, lì sono e lì restano, anzi, i vecchi spazi se li ripiglieranno con gli interessi. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Varco il cancello ancor che fosse tardi: mi sento già sbalestrato: l’antistaminico mi provoca sonnolenza e l’abituale apatia diventa uno scimmione abbarbicato sulla schiena. Con i miei non fingo allegrie che non ho: se il peso della recita è troppo pesante, scelgo il silenzio, altrimenti mi do ai soliti astrusi discorsi. La strada è stata un fastidio come ogni volta che non la conosco: divento pericoloso quando l’asfalto, le buche, le curve, le svolte sono note; allora scatta la mania della p.s. e l’occhio va sfrenato dall’orologio al cristallo; ma stamattina non ho passato gli ottanta, nemmeno quando a mia mamma pareva corressi. L’ultima variante, la stradina che non mai capito se sia privata o pubblica, mi ha già avvisato che non sarà una giornata ordinaria nella mia iper-reattiva mente e balocca. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Io e Simo la percorremmo in alcuni pomeriggi afosi col Ciao bianco con le ruote blu; nel paesello mica c’era granché, come ora del resto, e il cugino era riuscito a rinvenire barlumi d’esistenza feminina pure lì. Lo sterrato si copriva di polvere dietro di noi, i soliti vecchietti berciavano alla velocità maleducata: preferivo la bici, o a piedi; io sono sempre stato la contraddizione vivente: adoro la velocità, ma amo la lentezza, a seconda di momenti che non so distinguere in me, così come sono un misantropo senza problemi nella folla, un misogino che ammira le donne, un sedentario che fa mille addominali e così&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;via.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non ricordo i nomi di quelle ragazze, manco i capelli, solo il luogo, ma adesso c’è il pavé in paese, nella piazzetta dedicata ad un pittore: in alto domina una chiesa, ci andai solo una volta, ma mi resta solo l’impressione di noia: non cambia molto in quel minuscolo groviglio di abitazioni; tutto intorno sì, ville e villule una sull’altra, presepe smargiasso di ricchi epuloni attorno alla capanna originaria, al nucleo antico. Vecchi, vecchi ovunque; i giovani sono giù, sul lungolago a rendersi bronzei fottendo la pelle e giocando a chi cava le mutandine a chi; o alla macchina più grossa, al rumore più lacerante, alle narici più bianche. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Si apre piano il cancello, l’erba tra i sassi dell’ormai disomogeneo viale rivela la mancanza di cura e di affetto, nonché il trionfo del tempo e della natura: mentre aspetto di poter passare e locchio il mio Silla già in beghe col cane degli zii, rifletto in un angolo della mente sulla stradina: vabbè che non l’ho mai percorsa col Ford, ma perché s’è ristretta? La si faceva a palla colla Jeep, coi Merca, coi Bienvù; sarà finita in lavatrice? Parto e lambisco la piscina; voglio entrare in retro nel parcheggio sotto la villa, così da non fare manovra quando ripartirò e già questo minaccia la sanità mentale dei parenti, non certo più della mia presenza lì. &lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Dodici anni sono passati dalla mia ultima visita: con la Pandina fourforfour verde, amica di alcune avventure; portavo la mammina dalle sorelle; scegliemmo la città e non il passo del Cavallo come questa mattina; una giornata che non mi lasciò ricordi: non è che non mi piaccia venire qui, è che non è un posto mio; è un legame forzato… lo è stato, direi; ora non più: è un posto che evoca fasi di transizione, e recite ancora senza consapevolezze: qui non mi hanno mai visto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Scarico le borse, la mia in taverna: fredda, come in quella mattina del lampadario rotto col cuscino dal Luca e frantumatosi sulle mie gambe; mi portarono di corsa all’ospedale per i punti ma mi ero tolto da solo i vetri riflettendo sul biancore dell’osso; ci ho dormito spesso, pure con qualche zio, e Simone; è un appartamento a sé stante, una parentesi nel regno delle tante madri e dei loro occhi. L’odore è sempre uguale, miscuglio di pelle dei divani, legno dei mobili e cloro della piscina; in un angolo palloni, salvagente, giochi per l’acqua: sono stati tanti a passar di qui bambini, prima e dopo di me. Io ero il più tranquillo, vivevo già maggiormente dentro che fuori. Lascio sul divano le mie cose e vado di sopra.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Silla è già preso dal suo mondo colorato di nuovi odori e dalla pugnace intenzione di montare il meticcio degli zii: mi convinco che è solo una manovra per proclamarsi dominatore, la sua solita, tipica degli esseri minuscoli che fan pagare all’orbe la loro tappaggine con regimi autoritari e camere a gas. Gli scalini sono stretti, ho l’impressione di prendermi una craniata con un ramo dell’ulivo: Luca saliva sempre da questa parte, mane e pome, con o senza giochi: -c’è Andrea? Lo sentivo dalla cucina mentre manducavo la colazione. Pensavo ai Masters-Dominatori dell’Universo, alla pista a quattro corsie, e alle… passanti che mi avevano sorriso, o che io avevo deciso che m’avevano sorriso, insomma ai volti che già allora lasciavo transitare senza fermarli. Poi scendevamo verso la sua villula: il cotto tutt’attorno, il vasto poggiolo, scale anche lì, la taverna, la piscina. Facevamo il bagno in quella degli zii la mattina, da lui il pomeriggio, perché il sole ci batteva più tempo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Entro in casa: la televisione è cambiata; non la guardavo quasi mai; d’estate non c’è mai un cacchio da seguire e allora ero più brillante, le immagini non mi colpivano, nemmeno i suoni, i jingle dell’ammasso di ferraglia, della scatola-spargi-merda-verbosa. Quasi tutto è ancora al suo posto: la zia mi dice qualcosa sui cambiamenti ma non l’ascolto, lascio che siano i miei occhi a ravvisarli; i divani sono più piccoli, di traverso non ci starei comodo. Esco sul poggiolo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Si domina visivamente il lago, una buona porzione di tristezza; ero con altri zii e cugini, il pallone volava sempre lontano e io lo inseguivo con il mio stile rana-stracca, efficace in ogni frangente ma lento: non riuscivo mai a trovare un appoggio per i piedi e per rifiatare; il lago è così… irregolare, infido, e non ci galleggi come al mare. E tutte quelle volte nei paesi del turismo lacustre, dietro sottane menefreghiste, con un cono gelato e le palle che girano a palla; la puzza, le barchette: sfottevo sempre un commilitone riguardo il lago di casa sua, non questo, ma uno più piccolo, figuriamoci… : -ma l’è ‘na poccia! E quello berciava di una dignità lacustre… è che lo vedo pari al Mella come qualità, cioè merda acquosa. E poi è chiuso, è una trappola tra i monti che qualche ghiacciaio o che ne so io ci ha regalato; sì vabbè, il microclima, i limoni, e che c’entra che pure Catullo ne parla? Altri tempi, altre storie, altri orgasmi. Puzza e puzza, ciabattoni, smargiassoni, villone, tamarroni carrozzati: visitai il campeggio dove un mio cugino passava le estati e io, uso e aduso a quelli… marittimi, e militari eh, ebbi un coccolone: ma dai! È l’aria: non c’è la salsedine, solo puzza di stronzi navigati qui lungo i fiumi e quelli, quelli sì, li conosco bene, Cristo ci vivo sopra, li vedo e li sento i liquami, gli scarti delle fabbriche, le fogne, i rimasugli delle pulizie dei camion, i bidoni, lo sporco, fate voi.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Il solito barcone naviga pacioso, quasi senza scia, son mille anni che fa quel tragitto… altre barche a vela disegnano teorie e trapezi; sotto noi, in riva al lago, giocano sempre a golf: li vedo zampettare con le scarpette di vernice bicolore&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;seguiti dai trabiccoli colle mazze, o dai macchinini… ci vorrebbe un mutuo per l’iscrizione al clubbe. Volgo i lumi a destra: il cugino mi dice che nel casale laggiù, ci han fatto un bed&amp;amp;breakfast. Ci andammo a piedi molte volte, attraverso i vigneti e il granoturco; c’era una fontana e un miliardo di grilli: facevamo delle grandi gare a chi pisciava più lontano; Luca coi litri di acqua che si gargarizzava giù nel truglio ogni giorno, vinceva sempre. Simone mi ci portò con la Supercinque e non aveva ancora la patente: incrociai talvolta dei laidi serpenti. Risalgo con lo sguardo: mi mancano piante, troppi prati, devono averle devastate: oh, eccola, la casa delle galline ora tramutata in villula, sassi a vista: un barbaglio, dev’essere la piccola piscina, dove, certo, ci faranno le orge, conosco il tipo. Almeno, io ce le farei, potendo, con il grano, i capelli, il saper fare, i denti dritti. Sorrido. Poi su in alto, dietro la villa sbircio altre parvule abitazioni che un tempo non riuscivo a locchiare: anche qui subodoro il disboscamento. Non ricordavo che tutto fosse così vicino, potrei tirare un sasso nei domini sottostanti, ma anche farne a meno. Esco, con la scusa di cercare Silla: ancora prova la monta contro natura. In fondo al prato c’era una pianta miracolosa per le prugne che creava, meravigliose, buonissime: lo sapevo, non c’è shock, lo sapevo, l’hanno tagliata per farci un gazebo con sotto il tavolo ove pranzare e cenare, ed un fuoco. Preferivo la pianta, ci stava per diritto divino: la natura si riprenderà il suo spazio, solleverà le mattonelle, eroderà i sostegni, lei ha tempo, tutto quello che serve; non è qui in affitto, per pochi attimi, non ha fretta. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Giocavamo a freesbee, io facevo il portiere e lo bloccavo invero facendomi pure un po’ male alle mani, o a calcio con le piante come porta: ma non ci sono più nemmeno quelle. È ora del bagnetto, non voglio che la fame mi faccia passare la voglia di sguazzare un po’ come un ranocchio: sono tre anni che non nuoto, che non galleggio spostandomi, direi. Metto il mio costumino e ciabatto in riva alla piscina; i cugini giovini e abituati, già natano e si tuffano e spruzzano. Non ho imparato qui, ad onta dei vari tentativi: fu all’isola d’Elba, l’amata isola, che mi convinsi che potevo non annegare pure senza sostegni; avevo tredici anni e, come adesso, se non lo decidevo io, non facevo un cacchio: mi dissi: -nuota, e nuotai. Poi la paura mi abbandonò e raneggiai pure con dei bei metri d’acqua sotto, perché cosa fatta, capo ha. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Scendo dalla scaletta: in questa piscina, dove è bassa, è bassa davvero: mi arriva al bigolo; avanzo verso la profondità, lo so, ora si va giù, il freddo alla pancia mi rimembra certe diarree… bisogna che mi convinca e principi a nuotare sennò vien notte.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Entravamo sempre a bomba: almeno dopo essermi scoperto ranocchio. Pallone, pistole ad acqua, retini, maschere, un guazzabuglio di oggetti sparsi nell’azzurro; alcune cugine già da bimbette saltavano giù dal trampolino; campeggiava l’enorme camera d’aria del camion, quella con cui salvai un parente dall’annegamento: -ehi, ma stai annegando? Poi lo trascinai nell’acqua bassa e lo issai fuori, sul bordo, ove fece la balena, sputacchiando cloro. Spesso i più adulti, come minchioni, mi avevano spaventato; non ho mai tollerato obblighi, io devo convincermi da solo, poi divento il migliore, ma solo se lo decido io. Mia mamma fu gettata in piscina da un grandissimo cretino: si sfiorò l’omicidio; lo raggelò con una secchiata d’acqua; scherzi del cazzo. Rivedo le cugine adolescenti stese sulle salviette a rendersi bronzee, le sento ridere: ora sono piene di figli, forse non ricordano quelle carole, o forse sì, ma non ci fanno caso. Sott’acqua può essere qualunque epoca, lì è lo stesso, potrei uscire oggi come dieci anni fa, o venti, ma c’è troppo fresco sulla testa, non sono ricresciuti i capelli, sono sempre io. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ero seduto sul bordo, col retino raccoglievo cadaveri di insetti suicidatisi per troppa gloria: Luca varcò il cancello con una tizia al fianco; me la presentò, le strinsi la mano e dimenticai il nome, come sempre. Era lì coi genitori, soci in qualche affare col babbo del Luca; nel pomeriggio andai da lui per il bagno e la vidi inarcarsi per tentare il tuffo: acerbi seni disegnavano il due pezzi, i capelli castani si incollarono sulle spalle: io non ho mai saputo come tuffarmi, non avevo leggerezza, leggiadria, grazia; lei sì, e strinsi le labbra nel solito diniego. Poi la gita al Vittoriale, noi tre sul sedile posteriore, Luca in mezzo: perché mi guardi così? Perché mi fissi? Perché la tua mano cerca la mia? Perché non vai a fare in culo? Già allora non vivevo, grazie ai miei cortocircuiti: nel silenzio e nella mancata reazione soffocai la simpatia: s’era solo poco più che bambini, ma io non ho mai imparato.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ora sul bordo, lo stesso, guardo il cancello, ma non c’è Luca, è a Pisa a divenir medico, di quell’altra mica ho saputo più niente. Sorrido, sorrido sempre, dentro di me, sorrido all’inevitabilità del fato.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Pranzo: di fuori, sotto il gazebo, la tele accesa mi pare un insulto, lo è; nel pomeriggio vinco a stento il sonno, è l’antistaminico, sommato al cibo. Le ore scorrono lente attraverso i fantasmi di due bambini che giocano con ceste di Masters, con castelli-valigia, con macchinine, poi col piccì, coi ciddì, coi primi sogni. Nel pomeriggio il bagno non lo faccio, il cloro mi da fastidio alle nari e alla testa. Vado in visita alla villula che fu la domus gallinarum; graziosa, un piccolo paradiso, la piscinetta a sbalzo. Ma sono stanco, la cena è veloce: questo non è, non è mai stato un posto mio, manca pure la nonna, ci sono molti errori, e il più grande è nella mia testa. Si riparte, sul lago la coda solita. Il passo del Cavallo. Casa. La stessa vecchia storia. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-5228405332611246211?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/5228405332611246211/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=5228405332611246211' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/5228405332611246211'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/5228405332611246211'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/08/ritorno-al-lago.html' title='Ritorno al lago'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-5430083044462489283</id><published>2008-08-17T16:23:00.002+02:00</published><updated>2008-08-17T16:25:56.987+02:00</updated><title type='text'>Semafori</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Alcune mattine contavo i semafori ma, invariabilmente, verso il trentesimo perdevo il conto. Così cercavo di ripetere il tragitto nella mente e li ricontavo e peggioravo la situazione, visto che dovevo sommare i passati a quelli che stavo abbandonando durante la conta. Finché un sabato mattina d’agosto col traffico reso nullo dalle altrui vacanze, potei prendermela comoda ed essere preciso: tra accesi e spenti facevano quarantatre, più sei rotonde. E mi dissi: cavoli! Sono veramente tanti, ma davvero li passo tutti, e tutte le mattine? La cosa mi puzzava alquanto: possibile che all’arrivo, che fosse dell’andata o del ritorno non fa differenza, non tornassero mai i conti? Riavvolgevo la bobina mnemonica e stanavo fratture; eppure il traffico sempre congestionato avrebbe dovuto favorire l’attenzione, non avrei dovuto saltare qualche semaforo: se lo trovavo spento si passava liberamente e la faccenda mi avrebbe dato una minima gioia, altrimenti se verde, e che diamine!, l’avrei visto e distinto dal rosso; lo sanno le mani e i piedi ancora prima degli occhi. Si avviano meccanismi solo all’appropinquarsi dei semafori: nella mia vita ne ho saltato solo uno inconsapevolmente, ed era rosso, ma di quelli che ti fanno chiedere a che cacchio servano lì, ed infatti era nuovo, nel senso che il giorno prima era imbracato. Nell’ignorarlo ho provato una fitta e ho sentito un ghigno e mi sono auto-insultato. È quindi impossibile transitare davanti ad un semaforo e non vederlo, quindi mi sarei dovuto ricordare di tutti e quarantatre ogni volta, visto che non è che ci sia poi molto da fare quando si percorre una strada e sempre la stessa per due volte al giorno, a parte stare in campana. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Questa idea di contare i semafori mi venne dopo l’ennesimo buco mentale: ricordo che ero in coda, nei pressi del castello, fissavo la targa di quello davanti a me e d’un tratto precipitai nel presente: mi chiesi: -ma come ci sono arrivato, io, qui? Guardai a destra verso una signora che impelleva nelle terga di chi la precedeva, poi nello specchietto ed un’altra si ripassava il rossetto; l’orologio sul cruscotto dimostrava che erano passati tre quarti d’ora dalla partenza da casa, un tempo onestamente ragionevole, nella media: ma in me potevano essere dieci minuti, come mille. Dove ero stato? Oh, certo, sulla strada, nel traffico, certo. Fisicamente non poteva che essere così. Sei così fottutamente preso dalla battaglia tra pneumatici e lamiere che il tempo viaggia con te ma non te ne accorgi, la strada ti rotola sotto, le case si susseguono, le insegne, i cartelli pure, i volti di chi sorpassi o ti sorpassa, le loro parole o berci trascorrono e si perdono. Sotto la cappa di un viaggio normale, tutto dall’istante finisce nel dimenticatoio e non lascia traccia di sé. È l’anormalità a rompere l’incanto, a sormontarlo e ad installarsi pomposa nel ricordo: i tamponamenti, pure il mio, subito in coda (ehi, non ti avevo visto! – In coda? Mah) una macchina a cavalcioni di una rotonda nuova, uno scooter a terra tra i suoi vetri, un’ambulanza che corre tra gli ululati d’avviso, una manovra azzardata (di là dallo spartitraffico per non scontrarlo, poi, repente, di qua, attraverso il pertugio, la leggera scodata e la macchina s’assesta a fianco del camion che non m’aveva fatto strada), una manifestazione di protesta, la pioggia, la neve, la grandine (il mio cristallo, seicento euri). Elementi che sfottono l’ordinario e si fanno notare e ricordare. Altrimenti la normale esistenza passa e basta. Ecco perché finivo per non ricordare come ero giunto nel parcheggio, o a casa, la sera: se tutto filava liscio, perdevo coerenza tra tempo e luogo. Mi fissai sui semafori, come tappe, pietre miliari, eppure non erano mai gli stessi, numericamente uguali; finché, senza traffico, potevo contarli con precisione. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Se non li osservi attentamente, gli istanti della vita, passano e, con loro, gli anni, senza che ci si ricordi di loro, senza che segnino tappe: solo l’imprevisto, la maglia rotta, il varco, possono darci modo di riafferrare le redini, di accorgersi che non si è più padroni del tempo. Oppure fissarli per bene, i mesi, gli anni, fissarli così da farli tradire se stessi e rivelare la loro sostanza: nulla. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-5430083044462489283?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/5430083044462489283/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=5430083044462489283' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/5430083044462489283'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/5430083044462489283'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/08/semafori.html' title='Semafori'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1861702442950061511</id><published>2008-08-08T16:23:00.001+02:00</published><updated>2008-08-08T16:25:28.491+02:00</updated><title type='text'>Mediocrità</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Sono un mediocre, e in questo sapersi mediocre senza alcuna reazione attiva verso una qualche direzione, risiede il colmo della mia assurda mediocrità. Intendiamoci: non c’è mica né da vergognarsi né da scandalizzarsi di una tale autocoscienza; in tutta onestà, è di gran lunga maggiore il numero dei mediocri che di quello degli ottimi in questo bischero mondo: e non è l’accettazione a fare la differenza, quanto l’ignoranza. I più non sanno di essere dei mediocri e si autodipingono come speciali, particolari, interessanti oltremodo, e altre amenità: l’inganno poi trionfa quando altri mediocri par loro, li trattano come vorrebbero essere trattati, cioè da ottimi, salvo che, gli uni e gli altri, quando sono da soli, si considerano reciprocamente insignificanti e persino pessimi. Ma nel consesso dei mediocri, nessuno lo è, o almeno, nessuno considera il compagno come tale: si strusciano le gobbe a vicenda stendendo grandi coperte di complimenti così da stornare via l’impressione di pigliarsi per i fondelli. È tipico pure dei deboli riunirsi in crocchi e tramutare la debolezza in forza e poi andarsene per i fatti propri col santo pensiero che, in fondo, gli altri sono veramente deboli, ma noi no, si fa un po’ di scena, così per solidarietà. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;È che la parola mediocrità ha questo non so che di dispregiativo, come sempre ben distante dal latino, dalla mediocritas che, come si sa, è una delle caratteristiche della maggioranza dei viventi: come si potrebbe pensare una società di soli ottimi e massimi? Eh, no; per due forti, duecento deboli. I mediocri sono necessari, come la malta, come il fango, come la merda, da concime. I fiori, belli, luminosi, atti ad essere storicizzati, sono in numero minore: una società di ottimi non esisterebbe mai, altrimenti sarebbe di soli mediocri, ma anche questa non avrebbe senso. C’è sempre bisogno di una minoranza che si elevi, indichi la via, istruisca o semplicemente faccia bella mostra di sé. Questa è la natura: un essere forte, geneticamente, c’è sempre, ed ha il sopravvento sul resto degli inferiori, ai quali toccano le briciole e con dignità! Sotto la cappa della natura tutto ha dignità: carnefice e vittima, superiore e inferiore, forte e debole: così deve essere e c’è ben poco da inviperirsi davanti all’inevitabile necessità. Ecco il punto: la mediocrità è tanto naturale quanto necessaria, e lo è pure la superiorità così come l’inferiorità. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Gli animali lo sanno e pare che non importi più di tanto a loro: il forte ha il sopravvento, il debole soccombe; l’istinto va verso la preservazione delle razze, dando maggior spazio alla migliore genetica, ma ricordando che la beffa è altrettanto inevitabile e quindi sempre ci saranno i peggiori, anche se le matrici saran state ottimali. Tutto così naturale.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ma: gli animali mettono in gioco appunto le loro caratteristiche genetiche, e i migliori lo sono sempre da questo punto di vista, così il mediocre ha ben poco da recriminare per il suo stare sotto, ai margini, o nella massa che guarda&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;il capo; i requisiti per essere un animale superiore sono dati dalla natura e in questa democraticità che crea un circolo di accettazione, riconoscimento, trionfo, risiede il trucco che ha permesso a tante specie di sopravvivere nei secoli e nei secoli, amen. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Fino all’essere superiore: l’uomo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ecco il problema: quali sono i parametri su cui si basa la creatura di Dio per stabilire una normale scala di valore? E, ancor peggio, come reagiscono quelli che si trovano al di sotto di altri? Più semplicemente: come si stabiliscono i superiori, i mediocri, gli inferiori e, ammesso che si riconoscano come tali, poi come reagiscono l’un verso l’altro? Purtroppo la natura c’entra poco. O nulla. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non è la genetica a far di uno un essere superiore alla media, ovvero su di uno scalino sopra la mediocrità: altri i parametri che usa il nobile consesso umano, la comunità degli aventi diritti, i figli prediletti di Geova, i supposti padroni dell’orbe: non la forza fisica, non la salute, non le doti naturali, non i talenti mentali, non le capacità di studio, di lavoro, di apprendimento. Alcuni di questi fattori concorrono a creare, un giorno, il superiore, ma colui che la massa dei mediocri effettivi e pure degli inferiori, ritiene tale, lo è in funzione di un concetto orripilante: l’ostentazione di un successo, effimero o duraturo già poco se ne cale, nel presente, meglio se nell’immediato, hic et nunc, e più smargiasso è meglio è. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Il superiore oggigiorno è il vincitore, l’eroe, ma il dramma non è questo; infatti pure nell’antichità, e pure nel discorso naturale il migliore sopravanza il resto della marmaglia: la questione è il campo di battaglia, il contesto, i mezzi, le strategie, le cause che fanno di qualcuno un degno portatore d’alloro. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ciascuno di noi sa chi pensa possa essere un superiore: applichiamo il concetto-piramide alla nostra quotidianità e ne traiamo una casistica che potrà pure essere strettamente personale, ma corrisponderà o, alla meglio, potrà essere adattata a quella di tanti altri. Senza menare il torrone oltremodo, va riconosciuto che esistono eroi sociali, comuni, epocali, quindi esseri supposti superiori appunto sociali, comuni ed epocali. Ogni età li forgia a sua immagine e somiglianza, quindi il superiore può benissimo essere pure l’emblema con cui identificare senza fallo un periodo storico. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Esiste, quindi, il tipo-essere superiore: la mediocrità invece è generalmente sempre il resto, fatta eccezione per l’inferiorità. Chiarisco pure che non v’è in ciò alcunché di morale-amorale: ripeto, dovrebbe essere naturale, non c’è in ballo la dignità personale, ma solo l’inevitabilità di tutto questo. Eppure proprio l’avvento della morale ha rovinato un fatto semplicemente costituzionale, convincendo i più che non è dignitoso, anzi è umiliante, sentirsi, essere inferiori ad altri. Poteva essere comunque un buon viatico: ciascuno deve pensare ad un modo per valorizzarsi accettando le proprie qualità come le magagne, i difetti e le deficienze. Le mancanze costituzionali avrebbero potuto essere la molla, una volta accettate come naturali e vissute serenamente, confrontate con le qualità altrui, che spinge verso le direzioni migliori. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Se ciascuno fosse stato abituato a prendere coscienza di sé ad ampio spettro, con seria e serena sincerità, tutti noi avremmo un orticello in cui sentirsi modestamente contenti e persino soddisfatti: questa è l’aurea mediocritas. Ma abbiamo avuto una &lt;i style=""&gt;forte influenza&lt;/i&gt; che proprio non poteva insegnarci l’orgoglio dell’inferiorità: per nascere, sedimentare e poi sopravvivere, questa ha creato un esercito di esseri che odiano la natura e la selezione naturale; persone che non devono accettare ma ambire, mai accontentarsi, piuttosto odiare, e, anche nella melma più abbietta, consolarsi pensando ad un futuro ribaltamento, ove gli ultimi saranno i primi e viceversa. Innestando la morale e l’arrivismo, tutto è andato in frantumi: la bellezza della vita non è più stata nel nascere, vivere e morire, sulla base di qualità-difetti naturali, ma nel vincere, nell’avere successo, se non ora, almeno dopo, nel vivere funestati dalla morale e nel morire sempre più in là, meglio se mai, confidando in una congerie di strumenti artificiali. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Il problema pratico sta nell’odio di chi nell’intimo si sa inferiore ma aspira alla superiorità: con quali mezzi, naturali o meno, uno sia diventato un ottimo, non importa più; se c’è arrivato lui ci devono arrivare tutti. Ecco dove casca l’asino: la grandezza deve essere per tutti, la bellezza, la sapienza, tutte le migliori qualità devono essere patrimonio comune, negando la semplice conseguenza che ciò che è posseduto da molti, non è proprio più straordinario, ma ordinario, quindi dozzinale, quindi mediocre. E se questa condivisione non si verifica lo si attribuisce ad una oltremondana ingiustizia, contro la quale reagire con violento rifiuto dell’ordine naturale e di quello soprannaturale, a seconda delle proprie tendenze filosofiche. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La lampante mediocrità, invece di essere accettata, o viene negata, o ficcata nel subconscio originando simpatici complessi, o violentata con patetici tentativi di superarla battendola: comunque con un occhio, oscurato dall’invidia, che punta verso il superiore.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non si può proprio accettare di stare su gradini inferiori, bisogna sbavare guardando in tralice gli altri, non più fortunati, ma diversi, e nella&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;diversità c’è anche l’essere migliore, e, per giunta, pure peggiore!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Cosa vado cianciando? Oh, semplice: sono un mediocre e accetto la mia mediocrità; ma la sorte mi ha dato fottuti occhi mentali per locchiare più su della superiorità, e più giù dell’inferiorità, per vedere la frattura in tutte le cose e l’inutilità fondamentale di essere e superiore e mediocre e inferiore. La natura colloca così, ma poi si creano cortocircuiti nella ragione e sorgono abiezioni ripugnanti esplicabili solo come errori: nel mio profondo c’è un errore fondamentale, una mancanza. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Alla personale mediocrità uno reagisce un po’ come vuole: non l’accetta e reagisce bendato per sbattere addosso a muri inevitabili; l’accetta e si conforma, ma la nega, altrimenti offeso; l’accetta, si conforma e l’ammette, ma io non li conosco questi tizi; l’accetta, rassegnato, si conforma e lascia ogni tavolo su cui si gioca la vita, e tale sono io. L’insoddisfazione di fondo sta nel deprecare la natura che mi fa atto a scardinare la&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;menzogna ma inetto ad andare avanti, per cui in barlumi di lucidità, si preferirebbe la &lt;i style=""&gt;bella incoscienza&lt;/i&gt;, l’inconsapevolezza del saper destreggiarsi nel mondo; la rinuncia a tutto sta nell’annichilimento all’origine e alla fine, totale o al destrutturalismo; l’assenza di speranza non è disperazione, ma placida permanenza in una regione senza tempo, priva della malinconia per il passato, dell’attivismo del presente e della progettualità del futuro. Con una base naturale-fisica mediocre, un cervello non mediocre avrebbe potuto far poco, ma soprattutto avrebbe necessitato di una forza-speranza che invece non gli è mai appartenuta, così s’è permesso di squarciare il velo di Maja dimostrandosi abile, ma inabile a ricoprire il tutto e vivere. Il cane si morde la coda, il volto si fissa allo specchio, il sacco si chiude: non si può essere dei, non si può avere tutto, allora perché sacrificare la distorsione di non credere, per aggrapparsi al primo treno e dimenticare, o fingere di dimenticare, che si è morti ancorché deambulanti.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1861702442950061511?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1861702442950061511/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1861702442950061511' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1861702442950061511'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1861702442950061511'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/08/mediocrit.html' title='Mediocrità'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-570984497536599428</id><published>2008-07-27T14:56:00.001+02:00</published><updated>2008-07-27T14:57:37.039+02:00</updated><title type='text'>Bozza (continuazione)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Un pio passatempo, un po’ come ingannare la morte, o parlarle: sopra la mia testa un’enorme specchio appeso ed inclinato verso il pavimento, a reggerlo due catenelle dorate: riesco a vedere i giocatori alle mie spalle. Ho sempre avuto un mistico rispetto per gli specchi, pensando che l’immagine proposta sia tanto più veritiera di quella diretta; questo perché l’ipocrisia delle maschere si occupa solo di questa, mentre se ne frega di ciò che appare in un contingente riflesso. L’individuo si aspetta di essere guardato direttamente e per questa eventualità prende le sue precauzioni; non riesce a curarsi pure di uno specchio; la realtà viene così stanata per via obliqua. Io stesso stento a riconoscere la persona che mi si para innanzi tutte le mattine sopra il lavabo in bagno; eppure sono più che io, per questo quel tizio ride assai poco e ha occhiaie profonde; molto più democratica l’acqua quando ti riflette: basta un piccolo tremolar della superficie per censurare il disvelamento di sé. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ma chi sono questi tipi che stanno chini sul video e pigiano ebefrenici i tasti? Quando e quanto si conosce una persona? Si conoscono le maschere, ciò che vogliono che sia visto; ognuno di noi è così, si offre a spizzichi e solo se pensa ne valga la pena, mentre di balle se ne elargiscono a caterve. Ma quando non si è visti, quando si pensa di non essere visti, allora sì che il vero affiora e piglia il sopravvento: c’è consapevolezza? Credo proprio di no, altrimenti gli psico non avrebbero più pane da mangiare; il problema è che spesso viene reputata per vera la persona per come si manifesta nel novantotto per cento del suo tempo e non nell’impulso degli attimi nel restante due per cento, quando invece proprio in questa miseria di occasioni esce il vero io, scansando a pedate nel culo il super-io. La verità sta nel minuto di pseudo-follia, nell’orgia del secondo, nella breccia minima nel muro, in quell’istante senza freni inibitori. Colui che si riflette sopra la mia testa non è lo stesso che qualche ora fa portava il suo pupo nel passeggino vicino al parco del carabiniere morto; ne porta i vestiti e pure la corporatura è la medesima, ma quella era la maschera del buon padre di famigghia, del lavoratore instancabile che regge, come Atlante sul groppone, il suo mondo: questa, mentre imbratta di bava il video della slot, è la vera persona, quella che evade il fisco, che agguanterebbe le chiappette della Lolita allo stesso parco di cui sopra, che farebbe a brandelli coi denti e colle mani i compagni di traffico, che spedirebbe la moglie in un Gulag per dimenticarcela, che, infine, fotterebbe la morte per un secondo di divinità. Ma non lo sa: stolido continua a pigiare i tasti, però sente di essere mosso da impulsi diversi, non li sa calibrare, e meno male. C’è da non pensar bene quando un imbianchino sale sul trono del Mondo, o d’Europa, almeno. Eppure il profumo di una potenziale soddisfazione lo sentono, e schiappettano dietro i finti Nirvana dei nights, dei calicioni di vino per gragarizzar giù dal truglio i mille spiedi, dei concili massonici con imberbi mutandine come medium, delle piste bianche che varrebbero i libri scolastici della prole, delle imbonitrici maghe o dei corvacci tonacati: dietro alla pelota sul prato verde, al culo dei cavalli drogati per arrivar primi a nessun valsente, alla finta vita della Borsa che sale, scende, vomita e non si cale di loro e dei dindi bruciacchiati. Palliativi, prima di riedere alla domo di sera, Apollo calante, e guatare il volto rugato dalla natura della mogliera, e sentire i lai e i guaiti dei procreati dal preserva bucato. Non è che gliel’ha ordinato il dottore, ma l’istinto che fa qualcuno speculativo, e qualcun altro minchione, fa i vincitori e i perdenti e così via. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La macchinetta li svela, fa calar giù le braghe, e quelli che credono di giocare non sono gli attori, ma&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Loro, gli Individui e come tali andrebbero considerati dal consorzio umano o presunto tale: solo che di umanità non si parlerebbe più, qualora ciascuno di noi fosse preso per quello che realmente è e raggruppato, ma di ferinità, di bestialità. con rispetto per le bestie che tali sono in famigghia, quali da sole, in cerca di cibo, compagni e vittime. L’animale è quel che è sempre, e non all’uopo: quello è l’uomo, colui che il teorico Iddio ha fatto a sua imago, quello che bestemmia per una combinazione di frutti diversi, e che mangerebbe il suo cuore per una chiavata in più o per uno zero finale aggiunto nel conto in banca. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-570984497536599428?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/570984497536599428/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=570984497536599428' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/570984497536599428'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/570984497536599428'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/07/bozza-continuazione.html' title='Bozza (continuazione)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-4795802979765825934</id><published>2008-07-21T10:40:00.001+02:00</published><updated>2008-07-21T10:42:11.247+02:00</updated><title type='text'>Bozza</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Le macchinette non chiedevano mai s’eravamo felici; in effetti non ti chiedevano proprio niente, sennon di foraggiarle di vile, mica poi tanto, danaro. Poi pigiavi sapiente dei bottoni rossi e, sullo schermo, ruotavano vorticosamente caselle di slot machines virtuali, fino a fermarsi fingendo pure il rallentamento; combinazioni di frutta dichiaravano vincite minime o, il più delle volte, perdite definitive, il tutto corredato da simpatici jingle, tanto funesti nella sconfitta quanto non uditi qualora ci fosse una fortunata congiuntura; naturalmente di buoni consumazione, altrettanto naturalmente convertibili in altri dindi pronti a ritornare nella macchinetta medesima per nuove sarabande e gighe. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;È che c’eravamo rotti della solita partitina a &lt;i style=""&gt;chiusure&lt;/i&gt; e nessuno mai ci metteva più di un euro al punto, quindi spaccarsi il melone per scartare più jolly aveva il valsente molto scarso, e il sugo ci perdeva; mai uno che volesse scaricare sul piatto la casa, la macchina, la putela, l’orologio pataccone, mai un brivido surrenale. Solito tavolo, solite sedie con calco anale, solito mazzo unto e bisunto, che le poteva riconoscere un cieco le carte in mano all’avversario, tant’è l’avarizia dei baristi; soliti calici lungo il limen, solite macchie, solite parole e riti, scongiuri, minacce: per puntare ad una uscita in un intorno dello zero. Nessuno di noi era un vero giocatore, dostoevskijanamente parlando: la sconfitta spaventava come l’orrido su cui affacciarsi per provarsi eroe e scoprirsi cagasotto; tutti cercavano solo il danno minore e, per forza, la vincita minima. Just passing time, direbbero in Albione. Fino ad esagerazioni esacerbanti: una sera il Causs, che però non partecipava al consesso degli ottimi buoni iovani, chiuse una &lt;i style=""&gt;semplice&lt;/i&gt; con tre Jolly; quello fu il segnale, il faro anche per ciechi naviganti: s’era oltrepassato il limite della degenerazione. Ricordo che l’unico con un po’ di animo battagliero aveva in mano pure lui una &lt;i style=""&gt;semplice&lt;/i&gt; già da qualche passaggio e puntava almeno ad una &lt;i style=""&gt;tripla&lt;/i&gt;: quando vide le carte dell’avversario adagiarsi sul tavolo e un sette di picche finire sul mazzo onde avvisare della chiusura a più uno, non disse nulla: con l’indice destro contò toccandoli i joker, poi si alzò e uscì dal bar. Non si poteva più giocare in quelle misere condizioni.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Le macchinette ci sorpresero in pieno trapasso: la birra stava lasciando il posto al rosso e al declino del fegato, oltre che dei capelli già radi. Rimanemmo sconcertati allorquando un tizio in salopette trascinò nella sala del bar la prima di tre esemplari, quella che scelsi per cavarmi la verginità ludica; le scambiammo per videogiochi ghignando all’ottusità del commerciante paesano che non conosce l’avanzare della modernità delle console; ma i berci si quietarono all’accendersi delle mille luci delle tre finte LasVegas per sfigati della valle: ci avvicinammo come i pupi ai presenti nella mattina di Santa Lucia, le accarezzammo implorando una distrazione, un appiglio per non calarci nel rosso e scivolare nella senectute. Qualunque novità sarebbe stata ben accetta e non ricordo più chi volle per primo divenir esperto, inserendo i dindi e iniziando a pigiare tasti o sensualmente o da fabbro ferraio, a seconda delle teorie e&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;delle speranze. Ci fu spiegato il meccanismo della conversione della vittorie in buoni consumazione, con un sorriso italo-furbo che tradì la gabola. E la frase-condanna si generò: &lt;i style=""&gt;prima o poi si deve per forza vincere&lt;/i&gt;. L’abbrivio verso la rovina economica: sono molti i poi che si ammucchiarono e il prima divenne miraggio, eppure le notti si fecer giorni e viceversa e qualcuno sempre sorvegliava le mefistofeliche macchinette, in attesa di una mutazione impercettibile ma definitiva: il segnale che la prossima è la giocata fortunata. Poi si iniziò a vincere: nessun prodromo, solo così, ex abrupto si infilarono combinazioni e la fiducia salì verso l’empireo: tutti vincemmo qualcosa, ma nessuno centrava il massimo, la combinazione di diamanti, intrusi nel marasma tutti-frutti. Ma la vincita definitiva incombeva e, per quel che ne so io, incombe tutt’ora. Quelle mogli che nessuno osava giocarsi a carte cominciarono a fuire dalla varie domo proprio dopo l’avvento delle macchinette: non certo le nostre, dico, miei e dei miei sodali, visto che le fiaccole nuziali mai s’erano accese per noialtri. Le banche chiamarono, i piccoli commercianti videro diventare lunghe le liste di pagherò, i bimbi non avevano ricambi di vestiti e l’automobile urgeva benza: particolari della nuova indigenza, e la vincita corposa mica usciva.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Io c’avevo già rinunciato, ribolle in me sangue da manica stretta e le perdite mi schifano come la peste: mi sedevo col pirlo e manco mi serviva guatare, bastava l’udito per i jingle e l’olfatto per lo stantio sudore dei tapini. Ci fu un tempo in cui a rovinarsi con le slot, con il black Jack, con i cavalli ci pensavano in due-tre paisani e basta: le macchinette portarono la ruina democratica e globale, abbassando il quoziente intellettivo necessario al giuoco; ed in fondo il segreto era proprio questo: bastava un testa di vitello per pigiare i tasti e perdere diottrie dietro ai pixel rutilanti, oltre che i soliti soldi. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ci si rompeva le palle osservando il correr verso la rovina, sempre più rattamente, di questi fessi: alle volte non sapevo se eran più cupe le occhiaie della vittima ludica o le mie, che finivo per contare i denti dei francobolli. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Nell’età dei flipper ero oltremodo bimbo e guatavo invidioso i grandi dagli di anche e spinte aggrappati al mastodontico, per me, gioco: sullo schermo c’eran pure donnine discinte e questo accattivava e io, dal mio basso, mi figuravo che nel pazzo viaggiare della biglia ferrea, si generassero reazioni proibite; nel nostro bar ne arrivò uno con le astronavi e ad ogni punteggio elevato, lasciava partire un frastuono simile ad uno shuttle in rampa di lancio coi motori accesi; c’eran pure dei verdi alieni i cui occhi sfavillavano siccome dopati ad ogni mille raggiunto. Fu un vero orgasmo, ma quando ebbi l’altezza, i flipper già avevano ceduto i passo ai videgames e io divenni discipulo loro. A pensarci ora… ci volevano duecento lire a partita, una miseria, oggi. Ma questi ludi non rovinavano nessuno e muovevano poco l’economia: adatti a menti agili e dita pronte, richiedevano persino perizia. Come pensare che attraessero i minchioni? Ricordo con malcelato orrore i giochini tipo puzzle cinogiapponese o i poker, con bimbe pronte a levarsi mutandine tra mugolii incomprensibili: cercavan di carpirti il denaro con lo spogliarello virtuale; ma anche qui, ripeto, si necessitava di abilità; usavamo persino sei-otto occhi per farcela. La rivoluzione era vicina: non ci voleva un genio per portare un mignon di casinò in ogni bar; eppure io ci avrei visto bene il black Jack, il poker, un qualche gioco stimolante. Devono aver osservato i fessi nei veri Casinò: dove vanno a finire? Ma alle slot. Tiri giù la manetta e dlin, dlin, dlin… un cacchio di sforzo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Seduto, scazzato e sconsolato li osservo: dita nervose perché ora non possono più stringere le paine, sbofonchiano piccole bestemmie, muovono i piedi come se temessero di bloccare la circolazione, scuotono il capoccione e tiran fuori banconote: se stanno zitti, vincono, come se non volessero rendere certi gli altri del momento favorevole, e ambissero ad essere i soli a sfruttarlo. Peccato che quelli fossero solo attimi. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-4795802979765825934?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/4795802979765825934/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=4795802979765825934' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4795802979765825934'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4795802979765825934'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/07/bozza.html' title='Bozza'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2897399524083838517</id><published>2008-07-09T16:42:00.001+02:00</published><updated>2008-07-09T16:43:14.659+02:00</updated><title type='text'>Particolari</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Sono sempre stato propenso ai particolari: non mi occorre guardare per vedere, di questo se ne accorgono in fretta pure i miei alunni, il che serve a loro per non farsi sgamare. È che la mente registra immagini anche senza porvi la dovuta attenzione e poi ci ritorna con la memoria, sì da rinvenire qualcosa che si è trascurato in precedenza. Quando un oggetto cambia posizione non se ne accorge subito, ma nota la stonatura; a ciò aggiungo la tendenza all’essere spesso più attento alle zone periferiche del campo visivo che a quelle centrali: non è l’insieme però che resta impresso, ma il particolare o la somma di particolari. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Mi accorsi in fretta di questa mia attitudine perché mi capitava spesso di ricordare cose che chi aveva vissuto con me determinate situazioni o aveva dimenticato o, meglio, non aveva notato: con tutto che il prospetto generale sfuggiva sempre a me e non ai contingenti compagni. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;E non ha nulla a che vedere con l’osservazione: ripeto, non conta il guardare, per quanto sia attento o superficiale: la chiave è il vedere. Si può osservare per ore una scena, un paesaggio, una persona… e non vederne veramente nulla: oh, beh, sapremmo descriverne i tratti, ma, dentro di noi, nessun lacerto veramente essenziale. Ed io per guardare guardo, ma so che lo sto facendo o per esigenza, o per distrazione, o per abitudine, o semplicemente perché se non lo fai magari vai a sbattere da qualche parte. Ricordo un episodio emblematico: entrai in SP un mattino qualunque di due estati fa; girai un po’ davanti al bancone con la cassa sentendomi a disagio senza sapere il perché: considerai il generale: forse il viaggio, forse l’aria di quel negozio, mai così pura… o forse c’era nel mio campo visivo qualcosa che non andava, così guardai. In alto, sopra la passerella che conduceva al reparto montagna, sulla parete, c’era l’esposizione degli zaini curata da me con obbligata attenzione qualche giorno prima: in apparenza tutto a posto, eppure… feci scorrere l’occhio lungo tutte e due le file degli zaini, dai più voluminosi ai meno, e poco dopo la metà mi si schiarì il mistero: mancava uno zaino; qualcuno, dopo la vendita, aveva coperto il buco con un esemplare già in esposizione, quindi doppio, mentre il modello giusto era ancora in magazzino. Indicai col dito la zona e dissi: -chi ha venduto lo zaino? Risero di me un po’, ma da allora si accorsero della mia attenzione ai particolari. Io noto ciò che non sembra mi abbia colpito, né a chi mi sta accanto, né spesso a me stesso: poi ci ripenso e la fotografia mi riappare alla mente e, questo è molto importante, capisco il perché l’ho memorizzata.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;È un passaggio fondamentale: molti hanno questa attitudine, ma pochi la coltivano e la analizzano; perché ci colpiscono determinati particolari e non altri o, meglio ancora, perché non la visione complessiva?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Lo zaino l’avevo messo io, una occhiata generale l’ho data all’esposizione, eppure proprio in negozio ebbi modo di provarmi in tale attitudine: mica guardavo tutto, eppure mi accorgevo che qualcosa era cambiato o qualcosa d’altro stava subendo alterazioni. Ripeto: io uso molto le zone ai lati del campo visivo; quando guido guardo davanti ma vedo ai lati e, a casa, mi ricordo immancabilmente di qualche particolare registrato, oppure, in un successivo passaggio, rimarco i cambiamenti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Questa l’introduzione: attenzione ai particolari, ma spesso non quelli guardati ma quelli notati e visti ai margini e che acquisiscono importanza successivamente.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Dunque: incontro una persona e molte volte non la vedo, almeno non generalmente; la guardo, so riconoscerla successivamente, e la saprei descrivere ma le fotografie mentali che la riguardano affioreranno al ricordo più tardi, inconsapevolmente, oppure, conoscendomi, volontariamente. Ma se mi si interrogasse nell’immediato dell’incontro sarebbe curioso: io ho guardato il viso, parlandoci del resto… o tutto l’insieme, ma subito, magari, di primo acchito, non saprei dire se tale persona, che ne so… , aveva o meno gli occhiali: ma saprei dire con certezza che scarpe, che colore per le unghie, o che sedere… aveva senza averlo guardato direttamente, ma visto perifericamente. E il particolare mi resta impresso a lungo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ora: sono spesso i particolari ad essere i più curati dalla maggior parte delle persone; pensate all’orologio: talvolta fa capolino una volta sola durante tutto l’incontro, ma ciascuno di noi sa che molti lo notano subito, quindi si arriva a sperperare dindi a profusione per qualcosa che passa la maggior parte del suo tempo nascosto. Su questo discorso si basa la fiducia di chi cura maniacalmente tutti gli aspetti del sua apparenza fisica.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Qui siamo al punto: anche chi non è molto dotato naturalmente… cerca di sopperire con elementi che stornino l’attenzione dal generale, magari un po’ insignificante, per focalizzare l’altrui sguardo su un particolare: ricordo un esempio lampante che, però, già trascende verso la questione precipua, comunque… : un mio ex cliente del bar era… è basso, tipo ragnetto, curvo e storto, il volto segnato dall’età e non dalla grazia… portava sempre la barba lunga come i folletti, sicché lo chiamavano Barbù e ho pur visto donne carezzargliela: -la lascia crescere e perché l’è bröt, e perché el vol fass ardà, diceva la mì mamma. Appunto: senza il barbone sarebbe stato un tipo… insignificante, con… almeno lo guardavano attirati dal particolare. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ma parlo di cose note: è il principio del trucco, l’arte del colpire che è sempre stata l’arma delle donne e il balocco di alcuni uomini, non certo del sottoscritto, seppure io applichi le mie teorie pure a mio discapito, e sia convinto che di me si notino di più i denti storti e la pelata, deplorevoli particolari, che l’aspetto generale non certo brutto. Ma lascio perdere il discorso.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quindi subentra Pirandello, saggio sull’umorismo, l’avvertimento del contrario: vedi una vecchia imbellettata, prima reazione il riso, poi rifletti e pensi a quanta sofferenza dietro la truccatura, quanta cura per nascondere il dolore dell’invecchiamento, allora avverti che qualcosa non torna, il contrario e non ridi più. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Il particolare parla più del generale: ci racconta chi è veramente il soggetto e, meglio ancora, quali siano le sue… peculiarità. Questo può essere provato da tutti: per dire una cagata, una donna con un push up evidentemente soffre per un seno non voluminoso, e certamente ha altre turbe, non è serena verso l’età, il decantare, vorrebbe essere guardata, giovane, ammirata per la sensualità; oppure simula una aggressività che non ha e che vorrebbe. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Io mescolo l’attitudine pirandelliana con la mia tendenza a considerare sempre la struttura e poi a smontarla: il push up mi riporta a quanto sopra e alla donna stessa davanti al suo specchio intenta a guardarsi e a ponderare ciò che vede, girandosi e voltandosi le mille volte, per dirsi almeno accettabile; ciò mi disorienta perché svela l’umana sofferenza di ognuno e le intime speranze. Un donna con il seno finto penserà di piacersi, poi piacere e arrapare magari, non disorientare con un cannone carico di tristezza: quanta sofferenza dietro la decisione di andare dal chirurgo, e quanto desiderio di migliorarsi… illudendosi. Invece non fa che rimandare al vuoto esistere, ai distorti valori e, in definitiva, alla relatività: che deve importare agli altri se lei si sente meglio così? Già, ma non ci si crede poi molto, comunque. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Incontrai Chiara una mattina in aula studio, era davanti ai computer: è sempre stata bellissima eppure era cambiata: i capelli corvini sparati come dopo una esplosione, la pelle diafana contrastava con il rosso troppo forte delle labbra, e il contorno degli occhi marcato… la salutai, e, uscito dall’aula, pensai che quegli stivali, manco guardati, mi ricordavano Guerre Stellari. Cosa era successo? Certo un cambiamento esteriore così deciso doveva legarsi ad uno interiore, eppure già non volli mai aver a che fare con la sua vita, figuriamoci con le sue turbe. Quando una donna cambia… molto, sono certo si chieda: -piaccio? E porcatroia io dovrei essere in grado di rispondere o sì o no e basta; invece comincio a pensare ai travagli mentali, alle mille questioni, ai “lo faccio, non lo faccio…” alle ore allo specchio, ai sogni, alle speranze, agli inganni, autopropinatisi, ai disinganni: ed io non voglio aver niente a che vedere con questi piccoli dolori della comune vita di ognuno. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Dietro il particolare, riguardante l’apparenza fisica delle persone, io ci vedo sempre la dolente umanità, lo spettacolo dell’uomo interiore, la sua tragedia, la vita; e non riesco a considerarlo per quello che è e basta. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Così dirmi che una ragazza viene riconosciuta per un brillante sul dente mi massacra: ci avrà pensato giorni, ore, sarà andata emozionata a sceglierlo, a metterlo, sarà tornata a casa fibrillando per la novità, avrà sperato di piacere di più o magari se ne sarà poi pentita… certo non avrà pensato di dare una mano a riconoscere il suo cadavere. O i tatuaggi, stesso discorso, povera creatura. Perché al mondo c’è chi sa vivere, chi non ci riesce perché annichilito dal suo stesso destrutturalismo, chi vede, chi no, chi ha idee e chi le spara grosse, ci sono i belli e i brutti e ci sono i mostri. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2897399524083838517?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2897399524083838517/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2897399524083838517' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2897399524083838517'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2897399524083838517'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/07/particolari.html' title='Particolari'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-7941522385391808263</id><published>2008-07-05T15:34:00.001+02:00</published><updated>2008-07-05T15:36:15.589+02:00</updated><title type='text'>Perno</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non sono certo gli euri sparsi e sperperati a fare di ogni martellata un colpo al cuore: non sono mai stato così legato al danaro da piagnucolarne la perdita e lo spreco; conosco il valore ma non l’affetto morboso che attanaglia le banconote ai portafogli persino oltre il bisogno. Seduto, o meglio incollato, alla poltrona (termine che dovrebbe riallacciarsi alla serena comodità mica alle spine nazarene) del dentista vivo il materializzarsi dell’incubo che spesso bussa nelle mie solitarie notti da ormai trentatre anni: pigliare orribili botte nei denti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Bisogna levare un perno: una qualche trapanatina e il punteruolo che fa leva; poi le martellate che pure sono precise, una, due, tante. Non c’è dolore, del resto il perno è un estraneo che s’è dovuto accettare a suo tempo con gran dispendio di bava; ma oramai è parte della famiglia e la sua forzatura si ripercuote e nella bocca tutta e nel cranio onnicomprensivo. Ripenso al fatto che pure mi è servito… che mi serve, anzi, dico, almeno per mangiare… : s’è faticato per inserirlo, ora, causa granuloma, lo si leva e non tanto facilmente! Resiste indomito in una stoica pugna che non gli si richiede: un’altra botta… non sono un muro: sogno spesso di perdere i denti e mi risveglio in un lago (meglio valdell) di sudore; m’è capitato ancora di battere fortuitamente la bocca in qualche malnato ostacolo… e la paura mi ha roso il pensiero e i muscoli anali han fatto il loro dovere contenitivo. Ora si picchia volontariamente: cambia la mano; cedi, per favore, cedi… è così che deve andare, c’è una frattura ovunque.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Mi ricordo quando mi tamponarono una serena mattina, andando al lavoro: la macchina non si fece niente, io nemmeno, tanto scarsa era la velocità del distratto: eppure il rumore fu secco ed eccessivo, dati i danni… e mi è rimasto nelle orecchie per giorni, tanto che, appresso ad ogni seppur minima frenata, io mi aspettavo di riudirlo. Così questo sordo battere, questo botto che si espande nel cervello ormai in stand by, in attesa del crollo; poi l’abile chirurgo sfila il perno e tutto prende strade conosciute, canali da ripulire, fino al lampo che segnala il termine raggiunto. Ma è solo il primo corpo estraneo da levare: sono tre. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-7941522385391808263?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/7941522385391808263/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=7941522385391808263' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7941522385391808263'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7941522385391808263'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/07/perno.html' title='Perno'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-7673088977656451261</id><published>2008-05-11T10:22:00.001+02:00</published><updated>2008-05-11T10:23:58.198+02:00</updated><title type='text'>s.t.</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;1.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Giugnemmo alla Disko ancor che fosse tardi: Jig zigzagò mugolando litanie gitane, buscando un pertugio atto ad ospitar la car. Rinvenutolo, calcammo la ghiaia insino all’ingresso per i framassoni. Innanzi a quello plebeo sostava sudaticcia la folla degli adolescenti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;2.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Dinoccolammo davanti agli invidi guardi e avanti al guardia ristemmo: Ram incrociò i lumi dell’uomo in nero, auricolarato; iovine di prima barba come muffa, scorrea la lista di basciati dalla sorte; poi ci scannerizzò preciso: - tre, p.r. Rogno, favorite la parola d’ordine.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;3.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Mi si seccaron le fauci; Ram gli si fece appresso e sicuro proferì: - &lt;i style=""&gt;l’umile igumeno Pafnutji firmò di sua mano&lt;/i&gt;. Jig ed io ci guatammo basiti; il gorilla implume si fece di sbieco e lasciò libero il nostro fatal andare. Ancor sorpreso lo locchiai passar ad altri e ripeter il rito.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;4.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Pareti nell’atrio, rosse, striate di bianco; nel piancito nero incastonate sfere trasparenti con inglobate luci, dirette verso la volta buia. Breve ambulacro: ai lati due acquari: tapini figli di Nettuno natano impediti d’affondate riproduzioni della Disko stessa.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-7673088977656451261?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/7673088977656451261/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=7673088977656451261' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7673088977656451261'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7673088977656451261'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/05/st.html' title='s.t.'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-4871086792777203568</id><published>2008-04-27T10:44:00.002+02:00</published><updated>2008-04-27T10:47:02.805+02:00</updated><title type='text'>Time table</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;VIII&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Visione di angeli tutt’attorno&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;danzanti nel cielo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;mi lasciano qui&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;per sempre Addio.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Questa è la cena dell’Onnipotente!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Signore dei Signori&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Re dei Re&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ritornato per condurre i suoi bimbi a casa&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;per portarli nella Nuova Gerusalemme.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Hey, piccola, con i tuoi occhi da guardiano, così blu&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;hey, piccola mia, non lo sai che il nostro amore è vero?&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Conosco un fattore che si occupa della fattoria&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;conosco un pompiere che si occupa del fuoco.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;qualcosa mi dice che farei meglio ad attivare la mia capsula per la preghiera.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Io? io sono solo una falciatrice&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;lo vedi da come cammino.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;...&lt;br /&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt;&lt;br /&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Dai Genesis all’oblio di sé&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;giù dalla scala a chiocciola&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;nel sottosuolo,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;ovunque rastrelli…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;brandelli di memoria.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-4871086792777203568?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/4871086792777203568/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=4871086792777203568' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4871086792777203568'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4871086792777203568'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/04/time-table.html' title='Time table'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-782304862914309989</id><published>2008-04-26T11:04:00.001+02:00</published><updated>2008-04-26T11:05:18.807+02:00</updated><title type='text'>a long long way to go</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;VI&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Avevo i passi pesanti&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;impronte nella rena profonde&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;ma incerte senza un Gesù personale.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Pesante volume sulle ginocchia&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;altrove carole, rose colte, schermaglie.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Andate e ritorni lo stesso: da nulla a nulla&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;e viceversa, con nulla tra le dita:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;un anno di più, stagioni come fogli di calendario&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;ondeggianti dopo lo strappo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;A pensarci… il Mella scorreva come oggi&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;sordo ai lamenti, alle campane, ai lanci di riso&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;ai cortei, ai lavori, alle nevrosi&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;all’utopia, al disincanto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Sul ponte si sostava e si sosta,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;passavan carrozze, passan automobili&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;passeranno in tempi che solo all’apparenza&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;loro stanno cambiando: io?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;certo, meno capelli.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;VII&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Torna il killer sul luogo dell’omicidio?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Per quanto ci si arrabatti con la colla&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;i cocci non tornan vasi. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-782304862914309989?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/782304862914309989/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=782304862914309989' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/782304862914309989'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/782304862914309989'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/04/long-long-way-to-go.html' title='a long long way to go'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-6565441786604858886</id><published>2008-04-24T14:28:00.002+02:00</published><updated>2008-04-24T14:30:46.850+02:00</updated><title type='text'>Pissicanalisi d'accatto continua</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;III&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Piccolo testamento puerile:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;la pista, Remigio, i topolini&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;(per altro ancora brulicanti tra tavole e mensole)&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;l’apparecchio quello no,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;né lasciarlo né portarlo nell’Ade,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;tortura senza drizzar storture, ma&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;devastatrice.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Vergogna.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Dolente caverna, altro che osculi.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;IV&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Sbarcavamo dopo le fioriture:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;increspature dorate, reti e lenze, sirene e canti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Il carrello seguiva sin in Val Carene e diveniva&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;tenda. Il Monopoli: Brescia e Napoli contro Roma:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;vincevamo rubando.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ma i sodali dell’Urbe eterna volser sé in mariuoli. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;V&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Anche al sole isolano mi isolai:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;non valser i guardi, i ludi,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;le ignude natanti teutoniche.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non i lumi cerulei, non i crini sparsi…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;a diradar la ghebba,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;ad indicare prode diverse:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;consone, tipiche, dovute, opportune…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;no, non giovarono alla mente ottusa.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-6565441786604858886?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/6565441786604858886/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=6565441786604858886' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6565441786604858886'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6565441786604858886'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/04/pissicologia-daccatto-continua.html' title='Pissicanalisi d&apos;accatto continua'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-3699487410343283235</id><published>2008-04-23T19:13:00.002+02:00</published><updated>2008-04-23T19:15:43.636+02:00</updated><title type='text'>Pissicanalisi d'accatto</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;I&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Giammai fui un bimbo quant’altri,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;sperso in fantasie compensatorie,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;in fughe eccentriche,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;in terre senza sole.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Bene lo seppi da subito benché&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;lungi da definizioni.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Era d’altri la vita. Ed in me,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;sognata, la vita era d’altri.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Chimera o realtà: mai mia.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;II&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Gomitolo fetale sotto le coltri:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;tra rivoli salati cerco Abadonna&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;dominando a stento il singulto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Conosco meglio lo psicopompo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;che il bacio rapito dietro la gelateria.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Al tremolar del duodeno preferisco Myskin:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;sdrucciola il sentiero ancor al principio.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-3699487410343283235?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/3699487410343283235/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=3699487410343283235' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3699487410343283235'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3699487410343283235'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/04/pissicanalisi-daccatto.html' title='Pissicanalisi d&apos;accatto'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8206326314986040504</id><published>2008-04-11T18:42:00.001+02:00</published><updated>2008-04-11T18:45:34.853+02:00</updated><title type='text'>Qui e là</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Tante volte, lungo il sentiero che m’ha condotto dall’utero materno all’oggi, ho preso tra le dita la penna intenzionato a descrivere la Bellezza, ed altrettante ho abbandonato l’impresa sopraffatto dall’inaccessibilità d’una pura e semplice chiave di scrittura: come racchiudere la forza d’uno straripante senso di inferiorità nel breve volgere di qualche periodo, sul niveo candore d’un foglio o saltarellando su una tastiera fissando il virtuale e fitto bosco bianco di pixel, ove imperioso lampeggia un segmento nero&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;in attesa di lasciare dietro sé parole? Né con l’inchiostro, né con i polpastrelli mi riusciva di veicolare il sentimento, cristallizzarlo, e strapparlo all’informe per dargli una definizione scritta.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;Né mai ci sono state le domande giuste a cui abbozzare risposte o replicare silenzi di sconforto: neppure davanti allo specchio si riesce ad ingannare la realtà, a porre a se stessi questioni che altri non sanno, o non vogliono affrontare. Ma neppure c’è mai stato il giusto panico, grazie al quale, almeno per istinto di sopravvivenza, uno potrebbe reagire e strappare dalla mente la cagione di tale annientamento, di indefinito senso di impotenza verso qualcosa percepito come immenso e allo stesso tempo, inafferrabile ed inevitabile. Come il senso stesso dell’arrabattarsi quotidiano, di quella lotta per la vita, la battaglia che cela, dentro le spire dell’inganno, il nulla essenziale, ed esiziale. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Perché è un dato oramai assodato: la Bellezza s’accompagna al Nulla, e l’uno non prescinde dall’altra. Ed eccola qui, una frase di quelle a cui segue un attonito: -e allora? Eppure il tapino che dentro al cervello riconosce le inaspettate epifanie e il subitaneo collassare di quel sentimento, intuisce la stucchevole, per altri, pregnanza d’una simile affermazione. Passi già compiuti da individui ben più importanti ed abili ad arraffare l’istante e congelarlo nell’illusione dell’opera artistica: ma, in definitiva, disadattati pure loro, consapevoli che il segreto ben sfugge tre le maglie dell’ipotetica rete tesa come trappola; eppure ciò che resta reca in sé le stimmate del tormento generatore, in modo tale che, il simile per destino, potrà stanarle e vivere dentro se stesso qualcosa di affine. Non identico: la Bellezza stordirà l’individuo e questi, avendone l’abilità, ne produrrà un surrogato, sapendolo però pallida ombra della forza creatrice, la quale sarà scomparsa appena dopo l’apparizione, lasciando dietro un doloroso riecheggiare… ma il risultato rimarrà come teste, come barlume del dissidio tra immensità e annichilimento che l’ha generato, e questo ad uso e consumo di coloro che hanno gli strumenti per decrittarne il linguaggio. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ma chi non ha l’abilità per catturarne l’imago, vive un dissidio ben peggiore allorquando la Bellezza appare mostrandosi immensa e crudelmente implode in sé, lasciandosi indefinibile, sennon per balbettii o per silenzi: c’è chi cattura brandelli e crea almeno arte e chi non afferra un bel niente e partorisce altrettanto. Si ha l’impressione di poter abbracciare il Tutto e, siccome Dante nel Purgatorio con le anime, le mani si trovano a circondare l’aria, s’annaspa senza l’equilibrio supposto, senza l’appoggio che ci si illudeva di cogliere corporeo. In un attimo si ha cognizione del segreto e intuizione dell’inutilità dello sforzo: così ricerca, approdo e disinganno diventano un tutt’uno. Dicevo dell’eco: segue l’epifania della Bellezza e resta a trapanare la mente quando Questa se n’è fuggita; eppure, proprio in funzione di questo riecheggiare, che altro non fa che ripetere quanto si è inutili, piccoli, deficienti ed inetti, proprio nell’inseguire &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;tale sofferenza risiede il senso, per altro inesplicabile, della Ricerca, della vita stessa. Quando ci si sente nulla, quando il Significato implode nel Nulla, quando la mente si sa schiacciata, allora si sale su un’onda lunga, che si allontana sì dall’epicentro, dalla Bellezza che l’ha originata, ma che ne reca i segni e in definitiva, permette di rivivere, almeno in piccolo, altre mini-epifanie, di perpetuare l’illusione, finché non resta che l’amaro vuoto. Quindi nasce il Cul-de-sac, la trappola che si sa tale, il cane che si morde la coda, il pensiero dominante: ogni cosa, intesa come viva, non è che morte e degenerazione, Bellezza e Nulla insieme; diviene necessario chiedersi: ma cosa è veramente vivo? Ove risiede il sentimento da cui vale la pena farsi annientare? &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8206326314986040504?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8206326314986040504/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8206326314986040504' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8206326314986040504'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8206326314986040504'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/04/qui-e-l.html' title='Qui e là'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2971666752297756023</id><published>2008-03-11T16:47:00.001+01:00</published><updated>2008-03-11T16:48:58.567+01:00</updated><title type='text'>Sfoghi onanistici</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Mi chiamate da afflati notturni:&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i style=""&gt;Pervenne, pervenne!&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Sì, pur ora, al toupet corvino, al dilaniar d’altrui programma, bavose le cagne al fiero pasto cartaceo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i style=""&gt;Ei fu.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quest’è. Securo sulla scranna, fatto securo da sé anni addietro: non pote essere trono per vizio di forma.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i style=""&gt;Quanti si tegnon or là sú gran regi &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;E lo son sanza corona ma coi palagi, colle corti, colle auree quadrighe siccome biechi mosconi attenti all’uman sterco (di diamanti ne nascon ben pochi).&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i style=""&gt;tra un alalà di scherani,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;la povera plebaglia innaffiata dal seme mortuario: ovunque i birri presi per saccenti, gli sgherri per capaci, i bravi per benefattori; pure ganze come martiri del vaniloquio, callipigie, siliconate, diafane, lampadate, ramate, bailamme compulsivo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i style=""&gt;ed io me ne andrò zitto&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;sì, sì, muto e solingo sul suolo natio: conti sodali sugli scaffali e fuffa nella capoccia.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2971666752297756023?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2971666752297756023/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2971666752297756023' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2971666752297756023'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2971666752297756023'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/03/sfoghi-onanistici.html' title='Sfoghi onanistici'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8222913773265206195</id><published>2008-03-02T15:30:00.002+01:00</published><updated>2008-03-02T15:34:14.120+01:00</updated><title type='text'>Turibio(4)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Già lo so, già lo so, mi direte: eccolo lì, l’anticlericale, uso e aduso ai più beceri luoghi comuni, sparafregnacce a ufo, sbrodolatore foioso di minchiate contro li umili servitori dde’l bon Iesù; già, già, certo, se ei fusser sol umìli sclavi del Salvatore, pronti ad addossarse o’fardello della Croce, ad imitazione der Cireneo, a rassembrà l’imago sofferente der Crucifisso, icchè io arei dda dì? Gnente, gnente oserei contrapporre, manco arei da dissentire. Ma senza fissar su portoni dde cattedrali&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;o domi una quarche tesi e protestà menando il pippo e cagionando scissioni, a lo ver dire de motivazione un pochetto economica, ammantata de religioso sdegno, senza, dico, salir sur pulpito e sbraità d’evangelica chimera, io dico: ogni qual volta se impiccian nel non spirituale, nel non religiosamente morale, quanno sforano dd’a fede e si sforuncolano nella politica o nell’etica personale et relativa, mihimet sbattono li cojoni. Detto questo, direte: dù, tre casi, al massimo quattro de soprusi su li pargoli e su li deboli; oh, certo: quinni bastevoli. Ma queste le son mie dissertazioni al de fora del seminato: il Turibio ‘na mattina annava a pijà l’autobus ppe la scola, quanno, passando sotto le finestre de la domo d’o parroco, ei sentì le tapparelle sollevarse, e quinni pensò di tributar lo iusto saluto e buondì al iovine nero-vestito; s’arrestò e attese: libero il pertugio, una mano salì ad aprire le finestre sì da far passare l’aria pura delle primiere ore; quand’ecco che a respirar pieni polmoni non addivenne il petto villoso del curato e neppure la sua ispida barba del dopo notte, ma, a li oculi del Navicella, si svelaron dù zinne e crini bionni attorno diafano volto dd’a femmena ch’ei conosceva e sapeva&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;fidanzata e sur punto de scavallà lo sacer matrimonio. Restò siccome sasso e incrociò il guardo colla barbella dde diciott’anni: chista lo spernacchiò chiosando con gesto e parole: -‘azzo vuoi? Turibio levò i tacchi e svolacchiò tra i mille pensieri alla fermata della corriera. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Chisto il seconno motivo; il primiero quarche anno pria: covò a lungo e si schiuse a pulcino poi gallo: il dubbio così cantò tre volte nel suo cuore e si sommò ad altri suoi simili e ruppe il velo della certezza infantile, della fede e della speranza: de la carità no, che chilla bisogna tenersela stretta e mostrarla talvolta il questo monno dde lupi e de tajiole dd’er cazzo. In nuce l’è ‘na cavolata, ad esser sinceri: ma come spesso accade, son i più piccoli particolari che ci sparnazzano il core, e nella picciola ferita passa l’aigua, la si ghiaccia, e al novo calore si sgela allargando ‘a frattura infin alla rottura definitiva, in barba alle colle e allo scotch pissicologico. Ma pria d’addentrarci un poco nell’episodio imputato, lasciatemi rinnovellar il tempo della mia iovine etade e universitaria, quando con conti sodali suggeo il succo brumoso della sapienza altrui e quanno er monno ritonno e le sue quistioni problematiche e lavorative, l’era cosa altrui, e li nostri calli prestavan ovra ai leggeri piedini immacolati di cerbiatte diafane e corvine, e oltre la siepe nessun infinito patire, nessuna morte e degenerazione ancor ghignavan, ma cristalline risate e odorosi sfarfallii di barbelle, passere, di menadi e baccanti callipigie, zinnute e foriere di lievi contatti con brandelli come lacerti di Madonna Bellezza: e noi sclavi ancorché servi, attendavam la stilla come l’arsura la goccia di pioggia. In quel tempo quasi aureo, almen argenteo, ognun ricettava ammaestramenti e poi li condivideva tra bighellonauti, poggiando i gomiti su tavoli di bar, o dello spizzico, magnando a quattro palmenti chi riso e chi pasta, gargarizzandoci dietro aigua non di fonte: io seguitavo etiam historia del Cristianesimo saepe solo, con la bon’alma del profisur, ché voleo raddoppiar ‘l corso e pijà er fojetto allorato proprio con chilla materia; e mi sbrodolavo giù nel cavo orale lunghi sermoni colle palpebre spalancate pure senza gli spilloni: durante la primiera tappa s’affrontò magna cum peritia el Concilio tridentino e la mie recchie stavan all’erta, pronte a pijà succulente e magari pruriginose nuove con le quali pasteggiare e ghignare nel tempo del traccheggio bighellonico. E s’arrivò così alla quistione del celibato dde preti, che pria non l’era regula vincolante ma ciascheduno s’arrabattaa come ei credea; e c’era pure chilla problematica della confessione sì personale che lo stolato el voleà saì tutto tutto, ma prope töt, li particulari sovrattutto, etiam chilli sessuali, e molti nerovestiti se mettean tanto vicini alla fedele che i labbri se sfioravan, figurarse le mani, e i petti, gionto io, libidinoso. E i padri conciliari se scavezzaron le cabezze onde rinvenir soluzioni e limiti: annateve a legger vui, che se ridde! Ma l’è vera cosa, strombazzavan troppo i corvetti del Signür, quinni me parve che non la fusse questione dde vietà i rapporti intimi colle donne, ma dde limitarli. Ma non l’è mai stata prerogativa d’o cattolica mente, la ragione umana e comprensiva: sic spararon contro Natura (già ella ghignaa e ghigna) e scelser il divieto e mal j’e ‘ncolse. Poveri stolati con tutte quelle sottane attorno, chille zinne materne e ballonzolanti, chille menopause e chilli bollori non sbolliti coi mariti rapti dar calcio, d’a caccia al fringuello poarello. E ‘l preticello divien rattamente mastio nella foia feminina, e ‘l dubbio, o ‘l diablo, o la tentassiù ebefrenica, eh, la và mondata, e qual mijor aspersorio dde purezza del subiotto ascoso dalla nera veste? L’omo l’è omo seppur paladino dda fede; e je se rizza, nun me dite dde no pure a illo, e la femena, se la vole, la pija, altro che opposizione stoica. Da cui si penserebbe al gesto umano e ragionevole: lassateli pijà mogliera e che zompino solo con chilla, svuotando santamente le balotas tra le coltri matrimoniali. E che cambia? Mica certo il ministero, la sustantia la sarebbe identica, magari più veritiera; e poi aver ‘na femmena ppe’ baita stornerebbe la nefasta tentazione de le altre passere che le volerebber in altri cieli ppe altre panie, la ce penserebbe la popputa uffiziale a cacciar dal nido le arpie, iovani o mature che le sian. Oh, come son filantropo! Comunque quel curatello se spretò e pijò moije, e fijò, ma non con chilla giovine, ma con un’altra e in un altro paess. No! Il semen che poi germogliò ne la pianta del dubbio nefasto fu gettato nel campo pectoris del Turibio da altra mano e tempo addietro e, ripeto, la vi parrà chiù minchionata che altro. Accadde che al fanciullo gran timenza e rispetto generaa il ciborio colla pisside addentro: quanno accompagnaa il sacerdos a pijarla durante ‘l sacrifizio, il Navicella guataa estasiato chillo che spalancaa ‘l tabernacolo; l’era la luce arancione che ogni volta suscitava un enfiagione nel core iovine suo: già nei primi anni del suo chierchettato s’era convinto che là dentro, oltre la porticina dorata nun c’era solo il sacro e prezioso contenitore di particole, ma Iddio stesso, o la colomba de lo Spirito Santo, almeno. Così non si avvicinava mai troppo a quella misteriosa nicchia, quand’era aperta. Ma un pomeriggio che l’era col prete in sacristia a parare la messa serotina, questi lo chiamò e lo spedì a prender proprio la pisside e gli diede tra le mani la sacra chiave; il Turibio sentì la terra aprirsi sotto le scarpe di ginnastica: ma come aprire quel tabernacolo senza rischiare il furmine divino, il colpo tra le scapole del Dio degli ebrei, chillo che s’incazaa arquanto: e iusto due ddì prima a scola l’era apparso siccome a Lurd un iornaletto con diavolesse prone e suggenti da villosi priapi, e lui non s’era ancor confessato! Ma non si potea disubbidir al prete: omo morto che cammina, se podria dire in chel caso. Il Navicella posò uno dopo l’altro, piedi marmorei da un quintale, insino agli scalini che, in numero di tre, parver centomila, e, tra sudore e tremore, potè poggiare le mani sulla picciola porta aureo-argentea. La chiave nella leva: ei tremò, e mordendo i labbri, l’infilò nella toppa; ruotò dopo mill’anni due vorte a destra, udì il clic: serrò gli occhi spalancando e attendendo il fulmine e la morte istantanea; poi, dato che non puzzaa di brusciato, aprì a fessura i lumi e locchiò timoroso dentro il ciborio: le pareti metalliche riflettean la luce arancione e tranquilla la pisside stava lì, sola e inoffensiva. Ma dov’era il Dio? Assente? Non in casa? Allungò la ritta e la carpì: la stanzetta mignon si mostrò vuota: una luce per niente divina ma molto artificiale stazionava sul fondo: non uno strale. Ma allora, tutte quelle paure? Quel tremolio ancestrale? Frutto di condizionamento pissicologico? Richiuse il tabernacolo e portò il contenitore al prete. Non cambiò subito: volsero nel cielo i soli e gli apolli e le lune, pria che nulla fosse più come prima, e, certo, quell’assenza del cattivo sterminatore dde Sodoma e Gomorra, o del buon pater che ricovra ‘e pecorelle smarrite nell’ovile, quella mancata fulminata der peccatore Navicella… contò molto nel suo cuore ingenuo, e s’assommò a i dissertari del russo epilettico, dei franzesi, del californiano, dell’austriaco, del toscano… e così via, che nulla mai vien da sé o da solo, ma semper in bona o cattiva, comunque compagnia. &lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8222913773265206195?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8222913773265206195/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8222913773265206195' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8222913773265206195'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8222913773265206195'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/03/turibio4.html' title='Turibio(4)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8202412895818583971</id><published>2008-02-27T16:41:00.001+01:00</published><updated>2008-02-27T16:43:25.249+01:00</updated><title type='text'>Turibio(3)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ma ciò che più gli gustava e titillava l’animo l’era la cerimonia funebre, el funeral: al dondon cupo o tonitruante, pigliava la giacchetta e correva giù dalle scale, sorvolandone dei tratti; lasciava dietro sé la domo e smetteva di frullare le gambette solo sul sagrato. Da quando s’era guadagnato il diritto di reggere la Croce Massima durante il corteo, riusciva a stento a trattenere la soddisfazione, quasi libidine, di sfilare per il paese là davanti, solo, impettito, il sacro legno stretto nelle mani, fiero e sicuro, primo ad uscire dalla stanza delle pie sofferenze, primo a calcare l’asfalto mentre impazienti le automobili attendevano la fine della triste sfilata, primo ad infilare il ponte e a ingredire nella chiesa, traversandola longitudinalmente insino agli scalini, ove attendere il feretro. Poi, finita la celebrazione, ripigliava il simbolo cristiano e dietro la bara, si pazientava sulla sua dose di sbruffi d’aigua santa aspersa dall’amico sacerdote: si ripeteva a ritroso il corridoio tra i banchi piangenti e guidava il secondo corteo, l’ultimo, verso il camposanto, ove, proprio lui, il Turibio dava l’estremo saluto a chi avea fatto il salto. In quelle sofferenti occasioni si sentiva investito d’una grande missione, principiava a fantasticare che senza il suo prezioso contributo, l’anima del poverello non sarebbe riuscita a trovare il giusto varco, o la via illuminata da una luce che solo lui colla sua croce potea accendere: dobbiamo aver pietade d’un ragazzetto che cresceva col ritmo delle celebrazioni, enumerando gli anni in base ai natali serviti, o alle pasque? Forse sì: solo con la cotta addosso riusciva a sentirsi qualcuno, non certo tra le mura malcerte della scuola, ove tiranni in erba pasteggiavano impuniti, esercitandosi nelle nobili arti del furto, del saccheggio, della tortura e dell’estorsione; li incontrava anche all’oratorio, pronti a braveggiare innanzi ai videogiochi o nel campo a sei: ma agile ed esperto, il Navicella sapea guadagnare la sacristia da due, tre ingressi segreti e, una volta dentro le mura sante, l’era securo come sotto ‘a zottana materna, sol un po’ meno riscaldato. &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;A servire durante i matrimoni c’annava solo per pijar ‘a mancetta, quarche lira dda tramutà in dorci o partite ar flipper, siccome novella transustanziazione: nun je gustava mica, nun riesciva a ccapì icchè c’era d’essere felici e festeggià; dall’altare, a vorte, guatava gli sposini e li locchiava tremolare e sbiancare o arrossire ppe gnente; poi leggevano formulette vote e sceme (per le sue recchie iovini, direi) infarcendole d’errori e titubanze, siccome dislessici embriaghi. Non parliam dei costumi, dei vestiti e dei colori, dei fiori e di quella malnata abitudine di sprecare riso fiondandolo contro gli oramai congiunti: quanto spreco sine costrutto. Smontata la divisa, il Turibio attendeva sempre la fine delle matte sarabande sur sagrato, pijava un vasetto di fiori da un banco per allietare la cucina di mammà, e scivolava fuori rasente ai muri; in tasca stringeva il valsente: accadeva sempre che qualcuno legato ai festeggiati da parentela, s’intrufolasse in sacristia per cercare proprio lui, il solerte chierchetto, e compensarlo per il servizio preciso e coreografico. A volte il Navicella fantasticava sul numero di sue apparizioni nei filmini o sugli album delle sconosciute nozze: lui pallido, diafano nella doppia veste bianco-nera, chissà che figura ci faceva sulle pagine del giorno più bello, sulla pellicola ch’arebbe rimembrato ‘a felicità, o l’errore nefasto, a seconda dei casi della vita birichina.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Un qualche sodale ce l’aveva, ma l’era sempre una questione di legame colla chierchettato, o con la benevolenza e la benedizione della sciura Mari; non v’era periculo alcuno, del resto: preso dalle impellenti tattiche onde evitare i guardi bastardi dei piccoli teppisti della scola o, peggio ancora, dd’a classe sua, mica c’era il tempo di imbastire amicizie con chicchessia, id est con quarche d’uno che non servisse pur’illo alla sacra cena, o al sacrifizio dominicale. Eppure c’era da spassarsela anche così, a saper valutare ben bene le cose: come dimenticare le belle partite durante le pause delle celebrazioni maggiori, tipo ‘a notte de Natale, quanno il Turibio e il suo amichetto rientravan nella sacristia e, svotato il lungo tavolo dalle amenità sacerdotali, usavan il panno verde siccome casereccio biliardo senza sponde: armati di sfere di ferro, s’affrontavano a chi pijava chilla dell’avversario pe’primo, cozzandola e spedendola nel baratro… meglio nella mano del perdente, ratto ad afferrarla, pria che l’improvviso botto in terra tradisse il ludico passatempo. Talvolta la rendevano più difficile, la sfida, piazzando i lumini rossi, financo accesi che l’era scenografico al massimo, come ostacoli da non pijà dde sponda, pena perdita del diritto di tiro, a favore dell’altro che così potea a sua volta spedire la biglia al creatore e vincere. Oppure giuocavano colle figurine dei footballers, facendole precipitare a turno dall’alto del tavolo verso terra sì da covrire chilla precedente: chi falliva perdeva il malloppo. Scorrevano così ratte le ore, tra una mistica uscita nella chiesa per servire e partite rapide e furminanti: pure nelle sortite con i sacri attrezzi del mestiere der chierchetto, lui e il sò sodale, non perdevan occasione per pungolarsi coi gomiti, ascosi agli occhi del popolino, certo, dicendosi: -poi te la fò ppagà, -poi me vendike, -se edom dopo stronss, e altre amenità birichine. E come tralasciare li ovi cioccolatosi regalati ai chierchetti dal prete a Pasqua o il vin bruè nella Santa Notte, finita la messa, fuori, tra sagrato e ponte sur fiume Mella?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ma non riuscirono a farlo catechista: né la mare dignitosa nella sua fede corallina, né il sacerdote direi educatore. Vinse sempre la timidezza… del Turibio; ma pure le prime letture ascose ai lumi materni, pagine altrimenti vietate, di spara-bubbole americano per inizià, e di giocatore epilettico russo, per finì, o per prizipiar il tracollo verso l’inettitudine onanistica. A diciannov’anni il Navicella avea già maneggiato libri apti a menti più mature, o più abili a divincolarsi tra reale e surreale, tra pensiero che serve, e chillo che si pensa, tra indottrinamenti saggi e nichilistici voli pindarici. Non li capiva del tutto, manco in parte, eppure sentiva che je parlavan, che je svelavan oscure trame che solletticavano la solitaria sua mente, che c’era una strana affinità: ma quanno i penzieri sforavano esageratamente dall’ortodossia etica e morale inculcatagli, il Turibio trasecolava, eppure non recedeva. Ma altro fu il dramma che pose fine alla fede tanto cara e al servizio in chiesa. L’era già un anno che non indossava più la cotta: la mamuska s’era consultata coll’amico corvetto e s’eran intesi che la fosse ‘na devianza tipica dell’adolescenza, da tollerare con benevoli sorrisi, perché la pecorella smarrita avrebbe ritrovato la retta via, e rientrato nel gregge il fijolo arebbe preso decisioni più importanti, arebbe capito che ove la c’è la carità et l’amore, ivi v’è Iddio. O cose così. Magari, disse il prete, al colmo d’estasi pissicologica, da gran pedagogo, magari el se sares decidit aa cciapà el vestit, aad’annà en semenare e diintà prett a sò olta! E la madre chilla sera pianse calde lagrime, e perdonò le calcistiche bestemmie e i rutti innanzi alla tivvù, del suo peccator marito. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Altro che vocassiù, altro che seminario, altro frullava ppè capo del Turibio: dubbi atroci avevan rotta la sottile barriera che ancor resisteva alle tarme russe e americane (che ce s’era messo pure un austriaco scampato a’autoeliminazione manu armata, e sproloquiava dde omo argilluto scorazzante per Praha, sive spirito, e di cappelli, e torri d’a Fame, ed ecs-attori dalle mille sembianze, e pinguini e bimbe rosse, e via dicendo, che lo dovreste leggere, o’minchioni!); altro avea sbracato le quattro certezze del giovine, e parte per colpa del prete stesso, parte del sò collega, ‘o curato, iovine e troppo senzibile alle coscette imberbi. Vi dirò. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8202412895818583971?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8202412895818583971/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8202412895818583971' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8202412895818583971'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8202412895818583971'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/02/turibio3.html' title='Turibio(3)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8762644241796653847</id><published>2008-02-22T16:14:00.001+01:00</published><updated>2008-02-22T16:16:40.863+01:00</updated><title type='text'>Turibio(2)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ei stette, siccome immobile, rischiando di dare il mortal respiro: con quella cartolina in mano raggelò eppure, brancolando come un ubriaco, gli parve d’esser come colui che da sottacqua volge il volto alla superficie, muove le mani e s’approssima al vetro distorto e gli pare che il cielo ondeggi e le nubi si confondono con le onde morbide; poi, certo di sbattere la testa e più non rivedere le stelle, stantuffa colle gambe e un ultimo sforzo lo proietta fuori, lasciando improvvisamente libera la bocca di spalancarsi, di sentire il sale marino, di ingurgitare un ultimo sorso: ma il sole biondo è di nuovo lì, i polmoni riprendono fieri l’usato ritmo, il panico scema… e nel trapasso dall’opprimente necessità di respirare alla quieta normalità, gli pare d’aver intravisto la vita. in sé, il senso ultimo del brancicare quotidiano, il succo polposo ascoso all’inanità dozzinale. Nel breve volgere d’attimi, a Turibio era parso di sentirsi per la prima volta vivo; quella cartolina indicava un improvviso pericolo, la frattura nelle cose, la smagliatura ove lancinante filtra inusitata luce; immantinente il pensiero di mammà da render certa del fatto l’avea terrorizzato: sicure lagrime come da fonte, singulti aritmici, gridii isterici, probabili svenimenti o simulati: l’ascosa bravata ora diveniva nota, il nodo giugneva al pettine della sorte, non si potea oramai più fingere. Pochi anni pria, il Navicella avea informato la genitrice del suo istato di –riformato- alla leva, alla visita vojo ddì. Invece, seppur di terza, l’era dichiarato arruolabile, ed infatti ora la Patria bussava alla sua porta ed esigea in tributo, l’annona, i dodici mesi, la naja, ‘l servizio militare. Non se potea rinvià, tempo un mese, maledette ragnatele burocratiche, solo trenta giorni di libertà ancora, e si partiva per località dolomitica. Si trattava ora di passare sul corpo della mammina, più che di affrontare le paure personali. &lt;/p&gt;  &lt;span style="font-size: 12pt; font-family: &amp;quot;Times New Roman&amp;quot;;"&gt;La sciura Mari s’era occupata diligentemente dell’educazione del sù fijolo: seconno la sò prospettiva, s’intende, mica la mia o la vostra, guaglioni! Ciascheduna mater ce se mette de buzzo bono nell’edificare il pupo suo, sì vuole la Natura; quanno arriva lo svezzamento, però, la si dimentica d’osservà li prinzipi naturali, appunto, e il pargolo resta tale, cioè remane &lt;i style=""&gt;il mì fiöl&lt;/i&gt; insino ai quaranta e chiù anni. Il mastio, il pater familias, ha da pensà al laurà, ai dindi, agli sghei, alle rate, al frigor, alla televisiù, a’machina, alle tasse… e a qualche inseminata bianca tra le lenzuola sfatte, o anche no, se ne pode fare pur ammeno, de chillo, ma non dei zordi. Il capo Navicella se ne sbattea li cojons dei prinzipi edducativi dda donna sua, preso dal lavoro, dalla calvizie, dalla incipiente panzetta, dalle cosce a pagamento delle slave iovini e callipigie: in più, quer moccioso succhia moccio, je parea smidollato, rinseghito, quinni portasse pure la tonachina dda preticello a dec’anni, o andasse a postulà offerte pp’a parrocchia, che gliene sbattea a lui? Purchè non lo rinvenisse un dì a pijarlo en’kul, o a vestirse siccome li ffrichetton, allora sì che illo pater arebbe mostrato le zanne e il bastone nodoso ben arebbe carezzato il groppone dello scostumato degenere, oh, allora sì che j’arebbe mostrato la retta via, altro che retto libero. Quindi il Turibio imparò l’abbiccì sul breviario e le preghiere iniziaron a sfarfallargli nella testa, e tra misererenostridomine e avemmariagraziaplena non distingueva un senso, eppure je gustaa el ritmo, il dindondio del latinorum siccome formule magiche, come misterioso gli parea semper quel sangre mutato in mareotico, chillo pane in corpora, ma quel che lo sconcertaa era quel sole retto nelle mani dell’amico della madre, così gloriosamente esposto al guardo del popolino, tanto glorioso che il parvulo Turibio arebbe giurato di vederce sfavillà ‘o raggio laser della bontà divina, come arebbe messo la mano sur foco per santa Lucia portatrice di presenti e macchinine elettriche. A sei anni entrò nel corpo dei chierchetti, come vice-aiuto-candelabro, scalando ratto, in virtù d’alta protessiù, inzino a Destro all’altare ufficiale, e Turibolo perpetuo.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8762644241796653847?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8762644241796653847/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8762644241796653847' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8762644241796653847'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8762644241796653847'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/02/turibio2.html' title='Turibio(2)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1840966224840466687</id><published>2008-02-18T14:50:00.001+01:00</published><updated>2008-02-18T14:53:32.790+01:00</updated><title type='text'>Turibio (1)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La cartolina giallognola lo colse mentre esciva dal bar Centrale, Cocacola ferente, e s’apprestava ad ingredire nell’edicola accanto alla sua modesta tana, onde poder rinvenir, cum cioia et letitia, l’ultimo numero de Ratòn, fumetto suo preferito, narrante le gesta eroiche, non di scuòpellediluna, ché kille l’eran erotiche, alla facciaccia del canzoniere sessuofobico et papalino, le imprese, dicevo, d’un super-investigatore misogino, nihilista, probabilmente leniniano, ma non oserei siffatte opinabili definizioni, con un zinzinin di misoginia, il che non guasta mai, ma soprattutto dalle fattezze da pantegana, d’o ratto dde fogne, da cui, appunto, Ratòn. Massima concessione della mamma sua, che confondea le copertine e non la sapea discernere tra il filosofò chiavico e sbrodolante improperi (oh, certo, mai nella prima: lì, al massimo, gestacci) e cachinni de retro al kul, verso il mondo pleno de gente, e l’orecchiuto sorcetto nato dalla mente antisemita d’un stelleetstrissie pp’a pija per culo, e pinto come pasticcione et inconcludente, fattosi però saccente, abile, infallibile, puro e scassaminchia, direi, nelle avide mani dde nasoni, grandi sfruttatori delle masse bimbe, me compreso, che pupo nun lo son kiù. Dal che si potea importare nella domo il fumetto iscandaloso, sine generar vagiti e sbraiti della pudica mammina, e sine dover rinvenire una latebra ove celar le amate pagine: tutto ciò nonostante la maggior etade la fossa già stata giunta e valicata da un anno, siccome l’era teste proprio quer fojetto che ‘l solerte e ghignante postino, gli porgea, sì da evitar di scavallare giù dalla Vespa grigia, guadagnando secondi preziosi per il pirlo mattutino. –L’Esssercito ‘l ta ciama, ekulat, te set apposto, figù! Queste le amene parole sciorinate come perle dall’amabile statale, inframezzandole con cachinni e berci e score, sue e dd’a motoretta sua in fase di ripartenza. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Turibio Navicella prese tra le dita la cartolina e, più udendo killo sfaticato, capì il dramma: la lattina rosso-babbonatale sfuggì dalla presa ormai malcerta e piombò sull’asfalto spargendo zuccheri e bollicine; ratto (aggettivo stavolta) Giano Bifronte, o’viggile, fischiò e, abbandonando l’intenzione appena sortagli di multare la fica ch’avea abbandonato il suvve suo in mezzo alle balle, si iettò dinnanzi al tapino e, dopo scossoni reiterati, gl’appioppò una bella contravvenzione per inquinamento del suolo pubblico e per inverecondo spettacolo di disamore patrio. Tutte fregnacce: Turibio già pensaa ai lamenti, ai gnegnè, ai vagiti, ai latri, ai ohmemisera, della mamuska sua moritura, securo com’er furmine; dd’a Patria da zervì, nun gliene importaa una beata minchia. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non è mia intenzione menare il torrone narrando dell’infanzia del Navicella, così magari da dare la stura a pomposi ragionari degli pissicologi bramosi di rinvenire la radice della sua natura solitaria, o meglio, dell’incapacità del Turibio di maturare una personalità definita, persino estroversa o anche esuberante, nel rapporto morbosetto colla madre; a lo ver dire, mi pare difficile rinvenire, nella nostra verde terra d’Ausonia, un qualche maschietto che sappia dir&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;di no alla mammuccia sua, che la possa contraddire, finanche nell’etade adulta, figuriamoci in quella bambina, o post-bimba, pre-adulta, come volete. C’avea diciannov’anni il Navicella allora: embè, sì, el dovea esser ometto, invece je serviva anco la zottana della genitrice, sotto cui sentirsi cucciolo protetto. O voi che vi pensate omini fatti, ante o appena post il maggiore genetliaco, ma andate a contarlo ad altri, et nun al sottoscritto che ne vide de bipedi piagne con la barba non chiù pel-pagàt! E per un tantinello d’amore per la narrazione, chiarirò in breve volgere d’un qualche periodo, sì da non tergiversare e rompere gli zebedei: nacque, il Turibio, da famigghia piccolo borghese, figghio unico e alla mare serrarono le tube post partum; i parents avean già zompato oltre i quaranta, e le fiaccole nuziali, accese dec’anni pria, già più non ardean: eppure riusciron a procreare il pupo, e, appena nato, versaron calde lagrime sul fantolino. Ecco, foiosi et libidinosi i miei quinque lettori, ve lo dirò: chilla bboce dde curridoio, che la vuole essere il Turibio non figghio del pare suo, ma del prete del paess, nun me trova concorde: c’è della ferina simiglianza tra genitore e generato, ma, certo, il tutto si deve alle sgargarizzate vinose del vecchio Navicella e alle sue invereconde bestemmie e soprattutto alla lodevole fede della mamuscka, donna fidata davvero del sacerdos, umile ausiliaria nelle quattro mura del tempio paesano, vice-Perpetua, leggitrice affettata delle Sacre Scritture dominicali etiam feriali, tessitrice delle amabili trame reggenti le feste de li santi Patroni, mungitrice delle tette dei fedeli contribuenti alla crassa salute d’obolo, inzomma, donna usa a frequentare la Parrocchia. Il vecchio, pigliato dalla ragnatela alcolica, soleva inveire contra la mogliera sua, rea di tenerlo a digiuno dde dindi tintinnanti, nonostante lui fosse unico procacciatore di medesimi, et invece la donnacchera li sparpagliava in sacristia o dietro al culone del figghio suo e di chillaltro. Appunto questo chillaltro reiterato dall’avvinazzato cagionò i pissipissi. Bah. Poi voi, bramosi di iscandoli, come lupi della steppa, mannaggia Hesse, fate pure li vostri cunti de li conti, ide est, fate e pensate come volete, ma queste nefande vicende non entrano nei miei ragionari. Che la sciura Marì la fosse donna timorata, basta il nome del figliuolo: ella scelse addirittura Turibolo, poiché la si voleva pensare come una maternità ove il profumo d’incenso che lei spargea per la domo sua avea giuocato un ruolo principale: ma, all’atto del battesimo, il saggio corvetto nero avea informato la sua collaboratrice che chillo non l’era appellativo corretto e approvabile; ma se potea mutarlo in Turibio, dal vescovo Turibio della città de Novocomi, sotto il Serruchon. E fu così che il pupattolo entrò nel consorzio umano et cattolico.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1840966224840466687?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1840966224840466687/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1840966224840466687' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1840966224840466687'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1840966224840466687'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/02/turibio-1.html' title='Turibio (1)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8183131349503518896</id><published>2008-02-05T14:48:00.000+01:00</published><updated>2008-02-05T14:50:48.033+01:00</updated><title type='text'>L'Oreglio (fine)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;L’entusiasmo dell’uscita dde baita, del pollice in alto, dello stridìo pneumatico del generoso di turno, dell’insegna intravista attraverso i frondi, dell’ingresso sognato atteso e trionfale, scemava ratto siccome freccia scoccata giugne al bersaglio. I sodali s’appropinquavano semper al bancù, ppa pija ‘na birra economica, e poi prinzipavan il vuoto circolare, lo speranzoso strascicare del corpo, spintonando e ricevendo spinte, odorando ascelle e, allora l’era ancora consentito, aspirando fumo passivo, e ogni odore e lezzo si fondeva e in risultato fendeva l’aere sìppoco ossigenata. E il caldo si facea ogni istante più molesto. Giravano attenti, come presi da urgenti questioni, eppure determinati a non farse sfuggì ‘na mosca prezzolata. Ci vollero anni e lire sperperate ppa capì icchè nun v’era neent che fuiva, che nun fosse iam iam fuito, giù dal sifone del non essere capaci di proferir verbo, figuriamoci abbordare ‘e passere. Finché poggiavan il culo su qualche divano, o cadrega, o scalino, e le ore passavano lente e stanche, e le recchie prinzipiavan a produrre un fischio ch’ognun di loro sapevan capable di rompere i coglioni fino alla sera del giorno successivo. Ma da poggio o dal seggio ei potean mirar lo spectaculo umano, feminino, ferino, beluino, degli assalti, dei tentativi, dei successi, degli scorni, dei basci, delle palpate, degli strusci, delle copulate, dei tracolli di sudore, della saliva transeunte, dda famigghia nascente, d’o matrimonio in nuce, dda ruina dei parenti intesi genitori, futuri nonni di pargoli segnati nella psiche dall’imbecillità di chi nun zà trattener la foja libidinosa e lo seme biancastro, dde lo circle of life. Il più gran fascino della tragedia, lo spettacolo dell’omo interiore, la vita umana, la realtà che si vede, gli uomini che non si voltano, figuriamoci ‘e femmene. E tutto con invidia. Io, da par mio, già all’epoca lo capivo il meccanismo, eppure non mi ci sentivo partecipe, e mi parea dde stà a lo zoo, ma io bestia in gabbia, e loro, li eroi del mondo moderno, dde fora a vivere, o a illudersi dde vivve. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quindi l’Oreglio, ormai scafato di ‘sti meccanismi, costrictus alla Disko, s’era subito seduto, come v’ebbi modo de narrà pria de li miei liberi e vacui dissertari; che bisogno c’era di farse venì li calli ai piè girando a voto? Mejo poggiar le chiappe e tentar di goderse ‘o spettacolo. Permettete allo vostro umile narratore ‘na digressione dentro la sua inutile opinione, almeno nell’economia del moto terrestre. Ve volevo dda dì che son sollevato di non essere padre d’alcun fijo o peggio fija, ch’alla mia etade l’è mica cosa strana l’essere già stato donatore di sperma e procreatore, semmai il contrario, id est, l’essere solatio. L’è che ‘uso contemporaneo de comportarse, vestirse, uscì, parlà, pippà sigherette e spini, attaccarse al paino, zompà pria della stagione alta, strascicà corpi precocemente sfatti, li usi e costumi, inzomma, della iuventù der monno moderno, mi schifano. Certo, paio babbione, ma non sproloquio dde mores maiorum, che nun me frega ‘n cazzen, ma, or qui, miei cari, qui c’è qualcosa che non va: id est, va totus bien, almeno a stà ad ascoltà la tirannide consumistica, ‘o verbo dei Masters, li dominatori dde Universo, coloro che vollero, pianificarono e ottennero ‘na generazione dde cojoni, abili a sfascià tutto, desiderà, sempre er novo, voto pejo der viejo, piegati a tener dietro al fiato di vento che or vien quinci e o vien quindi, a seconda del volere di dù, tre, tangheri, nani dde Mediolano, sbrodoloni a stelleestrissie scambianti calici pleni d’oro nero, luridi i calzari di sangre di miseri innocenti, ostie sull’altare dell’Economia: per non aggiungercene dde altri, che spandono verba a ritta e manca, pijando per mogliere ecs-modelle, sorvolando su eiaculazioni dde sotto ar tavolo che me fecero ridde arquanto, su debbiti dde re e reggine e dde squadre dietro ar pallone rotolante: vollero un monno incosciente e ratto verso ‘a ruina, pur d’aver guadagno oligarchico, massone, settario, nasone, poltrone, gobbo, nano, pelato, dde cowboy di ranch ove mucche da mungere semo noi, cco tette sempre più stricche, latte privo dde principio basilare d’o nutrimento. Lo so, me incazzo ppe neente, così va il monno.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ma torniamo alla gioventù. L’Oreglio l’osservava attraverso il filtro inquinato della sua mente, eppure anche lui avea sempre la sensazione di essersi perso un qualche passaggio logico: alcune di chille bimbe che sarabandavano su quella balera, le potean benissimo essere fije de chille giovini dietro cui sbraveggiava nel tempo dei cavei lunghi e unti di gel; ma prodotti avariati seppur appena generati, dico appena, in proporzione colla durata media della vita; ne guatava i volti, sicut maschere, narici dilatate, occhi strabuzzati, e bucca distorta in ghigno: queste le menadi moderne? Il Carcassa vagliava le immagini giungenti al suo cervello con stanca perizia, scartava ciò che una volta avrebbe conservato gelosamente, gettava jpg mentali siccome da bimbo le figurine doppie ch’oramai nessun amico volea scambiare: poi si bloccò su una biondina, a tagliarle la testa, pochi anelli, forse quindici, magari diciassette: che c’era da immaginarse quocirca il suo corpo? Rattenuti in poca stoffa, pregevoli seni tambureggiavano un ritmo insensato, una stoffa risparmiata cedeva generosamente brandelli di chiappe e lunghe gambe seguivano ritmi tzigani ignoti alla folla e al dj. Che ci faceva lì? Su che frequenze viaggiava quella barbellina? Socchiuse le palpebre senza più nemmeno sognarsela come un tempo, senza nemmeno più chiedersi chi se la sarebbe pigliata, la rosa: l’Oreglio era stanco.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Gli scivolarono le chiappe in basso, affossandosi nel divano: chiuse le palpebre com’ha riflettere sull’incipiente emicrania; le riaprì: folti ricci su scheletrica magrezza, bellezza d’attaccapanni su passerelle sognate tra le luci dello sfarzo: corsia d’ospedale e flebo zuccherino ché le poche stanze traboccano ipocondria. L’Oreglio ripensò ai dorci anni dell’incoscienza; quanto è duro rimembrar le picciole gioie fuite nel patire presente: lei al Casapazza danzava altera nel nylon diversamente pinto, su tacchi come trampoli, effluviando cogli aurei crini; allo Studio ci passava per attimi, lasciando attoniti gli sfigati astanti, tra i mille lui e il suo folle piano per avvicinarla e respirarle accanto. Ce la fece, per gli dei dell’Olimpo, ce la fece: ad un table di chilla disco ormai defunta, il Carcassa alticcio le parlò d’amenità e giorni dopo più non seppe salutarla, passeggiando sul limen del catulliano lago, dacché non l’era in grado di ripigliarne il nome nella nebbia della sua memoria. Agguantò invece l’orrido, locchiando in una delle solite sere vacue, una venditrice di sé uguale uguale a quella bionda principessa sul pisello: ci pensò e ripensò le mille volte, poi lesse su carta petroliata, la copia slava essere finita splattata sotto i pneumatici d’un camion. Fu la fine d’una età, dd’a stagione delle mele o pomi, traversati da vermi cicciottelli. Ancora gighe e sarabande, triglie e quadriglie scomposte, battere di piedi e sbracciarsi nel fumo colorato sputato da un qualche tubo nascosto: il Carcassa triste levò il moribondo corpo e andò a cercare il Lupo: fu in quell’attimo ch’udì lo strillìo dd’a belva e mille squittii e subiti interventi di buttafuori eruttanti proteine e creatina cum carnitina; l’Oreglio intuì ‘l pericolo per il vecchio conoscente, un tempo sua salvezza: tre nerboruti ercoli già lo strascicavano dde fora, e chillo urlacchiava indomito; il nostro ebbe certezza d’una ch’avea le chiappe morsicate, ma non troppo, in verità le mancaa ‘n brandello dde jeans e uno picciolo dde perizoma rosso: infine l’Omo avea tradito le sue origini belluine e avea ceduto al morso. Con granne sperpero dde rassicurazioni, il Carcassa riuscì a calmare i gorilloni e a renderli certi che proprio lui arebbe portato via il bestio sgagnante. Lo trascinò alla car, lo cacciò dentro e, messosi al volante, pijo la via verso el paess mentre il Lupo narrava il suo punto di vista mescendo lacrime e parole.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Era già l’alba che volge al disio quanno i nostri navicanti giunsero al paese: l’Omo perso con Morfeo, l’Oreglio scornato, stanco, rabbuiato, sfinito, sminchiato, piantò la macchina e la belva dinnanzi alla casa della mamma del Lupo, senza curarsi del sonno dell’amico se ne andò a piedi, barcollante, tremante e affamato: lontana nella sua testa palpitava un’idea, ma non riusciva più ad acchiapparla, come tant’altre volte la realtà avea schiacciato i suoi propositi, buoni o cattivi che fossero. Un piede dopo l’altro, Oreglio Carcassa raggiunse la sua parvula domo, pijò la chiave e senza far rumore, onde non destar i parenti suoi, v’entrò, si levò i vestiti, e, rimembrandosi di botto d’essersi lavato il cocò con entusiasmo pper impresa desiderata alla corte delle rumene, intuì l’ennesimo fallimento e, dentro la salvietta ppe ‘culo, ascose le calde lagrime. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8183131349503518896?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8183131349503518896/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8183131349503518896' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8183131349503518896'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8183131349503518896'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/02/loreglio-fine.html' title='L&apos;Oreglio (fine)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-193223242430437339</id><published>2008-02-03T11:29:00.000+01:00</published><updated>2008-02-03T11:31:17.892+01:00</updated><title type='text'>L'Oreglio o dio delle città e dell'immensità</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Caricato a molla dall’ultimo successo dei Jefferson Airplane e lezzante dopobarba e boro con talco, Oreglio Carcassa escì da la sua parvula domo pronto e convinto a brandire il fratello di mille solitudini con la bischera rumena del volantino: che volantino me chiedete, o curiosi e foiosi lettori? Oh beh, pur’io lo ebbi e lessi, ma dacché i’mi son un che timor fa pusillanime, lo cestinai immantinente: l’Oreglio invece no, lo studiò magna cum peritia e dopo tre riflessioni più una sul trono bianco che pronto accoglie corporali doni, il Carcassa decise che pure lui dovea profittare del mercimonio che parea celarsi nella candida villetta e nivea, laggiù, en font al paess de’mei nedai, e pure di chilli de l’Oreglio.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La sera precedente, alla solita bettola, il Carcassa avea fatto certo il sodale Seibella di questo suo progetto: estratto il famoso volantino, proferì securo come ‘n treno: -se ci van li pennacchi, in borghese sive divisa, e non pagano dazio cò ‘a Legge che pur’illi representano, anzi, que (tipico suono d’un paese propinquo al mio, ove l’Oreglio lavorava), (e puntava el ditone sul foglietto) que ce se vanta, inzomma, que stan iscritti li nomi de li pennacchi e della pulcella rumena, che là zo en font al paess, la mola la prugnetta per pochi zordi. E quinni che me trattien dal naga po’ a me?- E coloriva la mimica del dito e della bocca con sonori fischi&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;quasi ragli, cavati dalla gola sua oramai secca di vino. Il Seibella chiese timido: -ma ela bela? Qui il Carcassa movea le mani facendo intuire davanzali popputi innanzi, forse un po’ esagerati e spingea le labbra verso il sodale come a volerlo basciare. Il tappo amico dubitava delle grazie rumene, ma se ci andavan li pennacchi, aggratis come guiderdone per il silenzio covrente il mercatino uterino… lor signori mica andrebbero con un, una… e me se capisce senza esempi. L’Oreglio a braccia conserte annuiva gonfio come un tacchino rococò, e gluggheggiava anche, ostentando l’ostensorio del coraggio di rado esibito avante. Ma, perdiana e bacco, e con chi l’ostentava! Il Seibella mica per neent l’era ciamat isè! A qualunque rappresentante dell’altra metà del cielo, che la fosse bella o meno, questo piccolo ometto, sapeva solo dire, paonazzo dall’emozione:-ehi, sei bella! e si sgonfiava appagato dall’orgasmo delle sue stesse parole.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;I due sapientoni avean lo stesso numero di cerchi, se sezionavi loro il cranio in orizzontale. L’eran cresciuti insieme, facendo le scole e ‘l catechismo, e mentre l’Oreglio fu alpino, il Seibella ebbe ‘l congedo per manifesta tappaggine, o dabbenaggine d’un tappo. All’oradore ei cognoverat don Zench: di questo fine educatore della scola di don Bosco, rimembro un episodio edificante; noi s’era ancora alle medie e durante la quaresima s’era andati in simpatica gita verso el Gölem, montagna sacra che in quei dì già accoglieva camminatori in una primavera in leggero tiepido anticipo. Ed eravamo tutti seduti davanti alla baita d’un malghess e ridevam del più e del… meno male le ragaffe non c’erano. L’era il mezzodì di venerdì e il conducente mucche, tirò fuori dalla sua tana un bel salamì profumato, e sulla tavola, tagliere e coltello, lesto facea fettine. Noi timorati guardavamo il male agire e tentarci, eppure il nero educatore s’appropinquò al malghese e ratto carpì un panino e abbrancate due-tre fette d’ex porcellino, el magnava a quattro palmenti. Noi si dubitava alquanto della santità della faccenda; il saccente stolato, si voltò verso il nostro timore e ci rassicurò: -voi non potete magnà perché l’è di magro n’kò. Ma me pode, ché c’ho la dispensa! Grande don Zech, e noi per anni cercammo di avere la dispensa per molte e molte cose. Ma mi non son coetaneo dell’Oreglio, sicché non posso dirvi di come giunse propinquo ai quaranta, ma il concetto di dispensa credo l’avesse inculcato pur lui nella cabezza. E dispensati dagli obblighi della Legge, che pur rappresentavano, dovevano essere anche i caramba-pennacchi nomati sul volantino insieme alla madamadorè rumena, direttrice del postribolo paesano. Ripeto, da cacasotto io non mi ci recai, ma alcuni giorni prima della spedizione dell’Oreglio, incontrai un so-tutto-mì, tipico animale del paess, conosciuto come il Giacchétumiami, che non lo so il perché, ma l’immagino, come voi, tre-quattro lettori: costui reggendo nella ritta il fatale volantino, me squadrò securo com’er furmine ed infatti me furminò: -io ci annai da chilla bischera già l’an pasat, che ancora la pula (mica facea distinzione tra polizia e carambinieri) nun c’era riada. Me el saìe… ci andai tre ölte, per li tre buss (qui ghignò mefistofelico) cò tre femene divverse… el me costò n’ bel po… . Anfatte ghe ulie più naga, poi due mesi fa, me pense… ci ho la tredicesima, pestiamola fuori cò ‘e bimbe slave! E ci vò, vò su pe’e scalini, piche a la porta e vien fuori ‘a Madamadorè e la me diss… nun se pode, ci è el maresciall, e che maresciall, fò io, dei carabbinieri, la me respont… porcatroia, nient, e me ne tornai al bar a farme un bicierì a la zalude dei pennacchi. Allora lo incalzai: -o che tu lo sai chi ha stampat il volantino? Ma quello, abbottonato: -no, nun jelo lo zò. Ma tirò la bocca in un sorriso loquente più che la sua normale favella. Quindi i pennacchi andavan dalla Madamadorè rumena e consumavano aggratis in cambio davan silenzio, protezione, solamente. Ma qualcuno… el gha cantat! In questo minuscolo paese, non fa cul scoreggia che tutti non ne san l’autore… però il tutto è stato un bel po’ in cantina. Poi non ti zompa fuori questo foglietto coi nomi, cognomi e gradi dei carramba, e con anche la Madamadorè decorata di indirizzo e numero telefonico ppe ‘e prestazzioni! Iscandolo! E se iscandalizzano il pusillo e il paterfamilias, la sora Zina e il curato Peppi, il barista Pirlo e il friseur Coccobello, insomma uno scandolo da fa piegà li pali de la luce ppè vergogna! Eppure le madame e c’avevan le giberne piene di dindi, o che i dindi cadono dalla volta celeste e mi non lo so, o che crescono sulle piante nel giardino dell’ammore… e tutti a trasecolare e a trascolorare il viso, a benedire e far benedire l’uscio de la cà soa, e a proibire al pupillo dde casa, che magari c’avea l’età ppe ‘ndà cola mimetica ar passo dde jaguaro nei percorsi finto-marziali, a vietarglie anche solo de pensà al passare dinnanzi a la villetta del diaol! De lo diabolo fatto femena tentatrice e portatrice di mali morali, etici e forse caduchi. I pennacchi se dice sian zotto processo, ma chi ce crede… e poi perché processo, o nun l’è il do ut des dei mores maiorum? Ma io son cacasotto e non ardisco ad entrare tra le pareti di Dite, a conzuma co’e Erinni… zinnute e callipigie, credo, che io le pingo cussì ne la mia mente fantasiosamente onanista. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ma l’Oreglio l’era d’un’altra pasta: quel ch’ei volea, ei cercava di ottenere a tutti i costi e se c’era d’accoppare una vecchina usuraia coll’accetta per divenir Napoleone, embè il Carcassa mica sarebbe stato lì a percorrere le prospettive colla febbre, né, compiuto il fatto, arebbe giuocato ar gattus versus topus con qualche ispettore; l’Oreglio era intagliato nel legno che dura e che l’è duro a bruciarse, siccome capita un poco a tutti, cioè d’invecchiare sotto il tempo edace. La mamma soa lo portò, pochi mesi dopo el so nedal, innanzi al corbaccio di turno, e quanno il nero pennuto chiese come lo volea nomare, ella farfugliò un accozzaglia di vocali et consonanti: il piviere rifece la cacofonia con la sua bucca e il pargoletto tutto cicciotello entrò nel consesso cristiano. Pure all’anagrafe furono cazzi d’appendere: i parentes si presentarono belli freschi di sapone e in dù quarti d’ora si misero d’accordo col segretario: per me volean ciamarlo Aurelio, ma tra la dentiera posticcia e il vin brulè di colazione, si produssero ancora in ciarpami di parole, e lo scrivano vergò –Oreglio- manco chiedendosi se ‘l faa giost o sbaiat. Quindi la civiltà umana ebbe Oreglio Carcassa. Quanno ei divenne adulto, ei acquisì la elle coll’apostrofo innanzi alla o: sicché per tutti i paesani era l’Oreglio, non più simpliciter Oreglio, cioè uno qualunque degli Oregli di questo monno, ce ne fossero tanti… , ma lui, l’Oreglio; e tutta la valle lo seppe e riconobbe la sua maturità. Ripeto che non l’essendo mio coetaneo della sua vita privata ne so quanto di cerbottane zulù; comunque posso assicurarvi che se c’è uno su cui si può scommettere, un cavallo vincente direi, quello l’è ‘l Carcassa: ma in quali gare? Mah. In fin dei conti facea l’operaio fresatore mica l’ingegnere atomico, ma ciascuno nel suo piccolo pote essere perzino imperadore sive duce, armeno sur vater zuo, detto cesso. Io pure quanno sto seduto sul scranno bianco me atteggio da papa ed aspergo il popolo sottostante, armeno de batteri, predicando generosità anali. Quindi l’Oreglio l’era sì ‘n maschio comune, però s’elevava sulla comunità per l’essere un po’ più ardito dei comuni paesani, tutti vagamente caconcelli. Così, verso le ventuno e trentacinque d’un venerdì, lindo il cocò e le ascelle, l’eroico Carcassa varcò la soglia di casa sua e fischiettando mani nelle tasche, pigliò la via del fondo paese, pronto e certo di farsi valere nella lotta di Venere. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Camminava securo der fatto suo e dentro le tasche palpeggiava la scatoletta di Fratelli Cappuccini come chiamava le guaine contra spiacevoli emergenze il professore suo de italiacano alle medie: o, beh, le madame certo li aveano da venderti, pronti all’utilizzo, ma, vuoi come vuoi, l’è certo buona cosa l’essere previdenti e preveggenti, anche de retro alle terga di certe slave, padrone pure de praticacce da maghe e spilloni e bambolotti representanti quarche poaro gnaro da perzeguire co’a’mmagia; e quinni l’Oreglio ar collo facea ciondolare orgoglioso l’aureo viso de la Madonna de Lurd e ner portafoglio s’accampaa l’immaginetta der San Bitter patrono degli aperitivi: cum tali scudi e che c’era de temè, manco se sentiva ‘l bisogno de n’arma, ‘a quale se nun sei pratico de usà e per gionta convinto… e che ‘azzo te la tieni a fa? C’è poi er cortello a la cintola… ma buno per li tempi antichi, pressappoco quelli der Ventennio nero, dei Fasti de’Impero sui colli Fatali, ‘n par de palle, aggiunge il cronista ghignando. Protetta l’alma protetto er culo, tanto basta per introitarsi nelle baite de Venere callipigia et incestuosa; tra questi pensieri l’era sorridente la passeggiata del Carcassa, quando alle ventuno e quarantotto s’appropinquò all’osteria dei Dù Barbogi, teatro di tante gesta sue e de li suoi sodali: restò sul chivalà per qualche secondo, non sapendo se l’era bona cosa farci una scappatina onde bagnar ‘a gola secca per altre voglie. Embè, e che ce vole, si fa un richiamino rosso e poi si và ancor più pronti alla pugna e alla prugna, direi. Appena ei fu introito, subito ei fu captivo der ‘Namanina: costui tracheggiava toto er die per i bar e le osterie buscando qualche gonzo con il quale prinzipiare eterne battaglie a scopetta… e la trappola l’era sempre chilla: -facciamose ‘na manina? De que er soprannome e la nomea; e l’era anche bravo per davvero, t’attirava con ‘na proposta d’una ratta giocatina, ed infatti usaa il diminutivo, poi però ‘a manina, divenia partitina, poi, rivincitina, poi bellina, poi ‘n’ altra partita, ‘n’altra rivincita, ‘n’altra bella e le ore passavano… e lui vincea spesso, e spesso tracannaa aggratis come compenso. Granne ‘Namanina! Specialità: Scopetta. Arma preferita: Settebello. Il problema per lui, ma in veritade per tutti i giocatori raunati ad un tavolo e concentrati nella riflessione mnemonica e strategica, l’erano i Fuoridalgioco: costoro, prinzipiata ‘a partita planavano come avvoltoi sulla preda, attorno alla disputa e s’accoccolavano braccia conserte, cappello inclinato, spesso sigheretta obliqua ai margini de la bucca e, te tu ti potevi contare fino ar cinque che già questi davan la stura ai commenti; ed individuavan errori a caterve, calcolavano le prospettive di diverse giocate che loro arebbero fatto se… , scorporavano cifre esponenziali, tracciavan inesorabili destini, tra gli sbuffi di nicotina, gli scarracchi neri e bestemmie all’iddio comune e transitorio. E non bastavan gli improperi dei duellanti, li mille: -sito fora del giök, i centotre: -te met rumpit i cojoni, e non continuo per rispetto alla linde vostre recchie. Ecché ‘na sera, me presente e giuocante a biribicio, uno de li tipici Fuoridalgioco, detto il Tappo, stava rompendo le palle da almeno tre ore al Griss, e l’alterco oramai avea coverto l’interesse verso la partita, tanto che tutti si facea più attenzione allo scambio verbale tra i due; venne che il Griss perse la trentacinquesima bella, e il Tappo: -te set coma la tò moer, tel ciape semper nel kul, e smargagliò ridacchiando. Il Griss lento volse le pupille al naneronzolo: -nonostante tu sia un inverecondo (il Griss amava parlare l’italiano e leggerlo nei testi soprattutto dello storico Alì Oco de Madrigal) nano, colla puzza del culo sulla testa, necessiti persino di abbassarti entrando qui, ché altrimenti le corna che ti ritrovi non ti lascerebbero passare indenne. Il Tappo trascolorò: l’era un tappetto gelosissimo della tappetta sua e come tanti buontemponi amava tessere le lodi boccaccesche delle mogliere altrui, ma la sua… la sua l’era santa, immacolata, e purra, con due o tre erre a seconda del vino bevuto. Al sentirsi attaccare perse le due gocce di ironia che avea ner cervello: -ke ölet dì? E il Griss: - io del ver voglio dire che tu sei il più cornuto di tutti quanti i presenti e pure gli assenti. Non volava più né ‘na mosca, né un calabrone goloso di macchie rosse secche e dorci. Il Tappo prinzipiò a levitare: -calunniatore, fijo d ‘na baldracca… . Ma il Griss era calmo: -calunniatore? Mah, ormai sono stufo di giocare, orsù, sgambettami dietro che ti porto a vedere… è giusto l’ora… . E si alzò, pagò il dovuto alla cassa ed uscì dal bar con il Tappo rosso fuoco attaccato al fondo dei pantaloni: quel che accadde lo si sa solo per sussurri e supposizioni, dato che i presenti al disvelamento vendicativo dei misfatti della signora Tappo, oltre alla medesima furono solo il Griss, il Tappo appunto, ed un non ben precisato amante. Quel che si dice è che il Griss portò il Tappo ad una poco nota camporella, ove trovarono subito una Simca rossa celante nella sua panza di lamiera la signora Tappo che prona suggeva biancore da un giovine virgulto di terre straniere. Non chiedetemi la veritade che nun jela zò… fatto stà che Tappo maschio e Tappo femmina scomparvero per sei mesi e tre giorni; poi ricomparvero in paese, pian pianino il tappetto ricominciò a presenziare alle partite e in men che non si dica tornò a rompere i coglioni a tutti, persino al Griss. Tutto ciò conferma che tutto finisce, tutto passa, l’acqua scorre e il cuore dimentica, come scrisse un franzese. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Eran le ventitre e quarantotto ed ancora l’Oreglio era impegolato nella pugna col ‘Namanina; i calicini di rosso soggiornavano ora pieni, ora vuoti lungo il limen del tavolo; silenzioso guatava l’ordalia un altro animale da bar: il Battilardo muto non l’era mai, ma l’ultima sua impresa s’era acchiappata qualche anno di vita ed ancora il bianco collare lo cingea costringendolo all’eretta posizione: manco quando aveva demolito il camion der Caffècorrettogreggia s’era poi sentito così invecchiato, così impedito. I suoi lesti lumi passavan ora dalle carte ai visi dei duellanti, ma tutto il suo corpo tradiva immobilità, come bloccata l’era la lingua, persino ad oliarla cum vino. Che era accaduto al Battilardo? L’ennesima impresa notturna, passata subito ad epopea, giacché al finale avean assistito in molti, richiamati dal fracasso e dalla speranza mal celata de vede ‘n cadavere, almeno. L’era al volante della sua vecchia Duecentotrentotto, buio pesto intorno, solita strada della Valletronfia; accanto al pelota sedeva lo Yankee brillo, nome e aggettivo mai separati; dietro eran accomodati il Valli, detto Ohrait, ché l’era stato dù anni in Albione e vantavasi di saper parlar la lingua macellara, chiosando sempre le discutibili dissertazioni sue in cattivo italiano-dialetto-con refoli albionici, con un suono, appunto -ohrait, divenuto nome distintivo; e accanto al Valli v’era il Cicciobello o Mentina, golosissimo divoratore di mentine. Lo Yankee parlava di vino, e d’altronde… quando all’orizzonte, dal nero della notte, spuntarono i fari d’una automobile che pacifica andava per il suo verso: eran li baldi eroi a tendere per il contromano; il Battilardo diede cenno di voler aggiustare la cosa spostandosi a destra, id est sulla retta via; ma lo Yankee avea miglior senso della proporzione, e impauritosi per il muro a detta sua vicino… disse per confortare i sodali: -je dù moti… pasega en mess, trankilo. Avvenne tutto a velocità ridotta, ché i quattro mai correvano, grazie al cielo, e l’altra macchina ben pensò di lasciar perdere il lampeggiare coi fari e invece cercò di frenare il più possibile: e fu frontale. Da lì in poi la scenetta: la gente accorse pronta perché lontani dal paess non l’erano, e gli animi persero immantinente la preoccupazione vedendo scendere i nostri eroi dalle lamiere rosse della Dusenttrentot… ma la curiosità si rinvigorì notando l’altra essere ‘na gazzella, sive auto de la pula. Ma li poliziotti eran in borghese e lo choc e il vino bevuto pria del fatto e l’esaltazione solita crearono la tregenda. Il Battilardo guardava sconsolato la macchina ormai defunta, lo Yankee annusava l’aria cercando il bar e l’Ohrait si palpeggiava nelle tasche cercando chissà cosa: i due poliziotti resisi conto del pericolo corso e di quello scampato, pronti misero i segnali di pericolo e passarono al loro dovere, cioè punire i pericoli viventi; s’appropinquarono allo Yankee credendolo il pilota, ed azzardarono: -Favorisca i documenti. Qua le cose sono certe, perché le persone testimoni, ripeto, c’erano… il bighellone squadrò il tizio che gli s’era rivolto e rispose: -lei non sa chi sono io. Il poliziotto in borghese restò calmo: -appunto, favorisca i documenti. Ma il paisano non capiva: -ora chiamo la Legge! Sentenziò convinto. –Siamo noi la Legge. Non avevano ironia; per fortuna nel corpo del Battilardo non correva molto alcool e il dolore per l’automobile l’aveva reso stranamente lucido: -ehi, ma la macchina è mia, io pilotavo… e l’attenzione della pula passò a lui. Pure il Valli s’era ripreso e già voleva dirimere tutte le possibili questioni, presenti o future che fossero, chiosando ogni sentenza col suo chiaro: -ohrait! Quindi s’addivenne alla compilazione del verbale, con lo Yankee che asseriva di aver visto con certezza dù moti. Tra le varie diatribe, d’un tratto il Battilardo s’accorse che qualcosa non tornava; si voltò e rivoltò e poi: -ma ‘ndo caso el el Cicciobello? Mancava il quarto. Tutti cercarono lì attorno quand’ecco che i più svegli notarono un mugolio uscire dalle lamiere rosse: tra la paura e il desiderio si rinnovò la possibilità del dramma: i poliziotti corsero eroici ad aprire la quarta portiera della Duecentotrentotto onde liberare il quarto disgraziato: e che non ti trovano? Il Cicciobello rannicchiato mugolava sì, non per il dolore ma per lo sforzo: nell’impatto le amate mentine erano carambolate sotto i sedili e s’eran sparpagliate; il tapino cercava di rinvenirle tutte sì da evitare sennon il danno, almeno ‘a beffa!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ora il Battilardo più non avea la patente, ma nemmeno la macchina: entrambe le cose vanno considerate come una fortuna per la comunità; per questo quella sera, ormai notte, se ne stava mogio mogio ad osservare la partita, stretto nel suo collare e scaldato nell’animo da qualche goccia di rosso.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Varcata la mezzanotte ancora le vicende cartistiche tra l’Oreglio e il ‘Namanina non s’erano ancora risolte: la barista aveva già tentato di convincere i duellanti e i fuoridalgioco a tornarsene alla domo loro principiando a mettere le cadreghe sui tavoli, almeno nella sala che usava per i pranzi o le rare cene che qualche volta imbandiva. Ma nessuno aveva l’aria d’aver intuito l’antifona; peggio andava al barista con uno dei soliti clienti, solito pure a bere molto poco e a favellare invece parecchio; ed infatti, privato di novelle vittime, il Pallino aveva eletto come unico interlocutore del suo sermone serale il povero titolare del bar che rassegnato ed avvezzo alle balordaggini di tutti, riusciva ad annuire, talvolta persino a rispondere, senza ascoltare veramente un bel nulla. Il Pallino l’era odiato da tutti in ispecie quando, e cioè sempre, ei pigliava il balì della conversazione e dava sfogo all’accozzaglia di idee che gli brulicavano senza né ordine né senso nel cotto suo cervello al sole d’Africa; infatti questo prodigio di sotuttismo vacuo, l’era stato in un punto non ben precisato del continente nero a lavorarci come muratore per ben quattr’anni. Poi l’era tornato al paess dove la mogliera sua, la Giola, lo aspettava non siccome Penelope tessendo tele varie e rifiutando li Proci, ma, au contraire, accogliendo ogni benamato porco d’a valle e ordendo le antiche trame che saepe mandano ‘n biöm li vincoli benedetti da Geova inconsapevole. La Giola amava riandare colla memoria sua quasi ardische d’o piccì, a quella sera in cui il campanello de la cà soa, el trillò garrulo, e la tapina s’affacciò bigodinata ar sò podöl, e squittì: -chi caso l’è a ‘sta ùra? Da sotto rispose una stentorea voce: -Giola, son io, il tuo marito. Che già al sentire una frase in italiano e non in dialetto la scombussolò tutta, eppure l’intrepida donna scese de sotto incredula reggendo nella ritta ‘n mattarello e nella manca un popo’ de le vesta soa. –Giola son io, non mi riconosci? Quando rimembrava questo punto der sò dulur, la Giola principiava a singhiozzare… -ah, me ‘l vardae be be… l’ira töt magher, magher skiss… . E qui si cominciava, noi che l’ascoltavamo, a sorridere: la Giola sosteneva che il marito a forza di lavorare sotto il sole d’Africa, s’era ristretto; che ‘l c’avea la taglia oramai da icselle a esse, il numero di scarpe da quarantatre a trentasei. Un bel pomeriggio un saccentone ebbe l’ardire di chiedere alla donna quasi lacrimante: -e l’arnese? La Giola portò entrambe le mani al volto e offrì agli astanti tre profondissimi singhiozzi con chiosa: -pur chello… . E quella famosa sera del suo ritorno da Ulisse nostrano, il Pallino avrebbe detto: -beh, Giola, son io, tuo marito, ma se non mi riconosci, qui c’è ancora il tassì, lo ripiglio e me ne vado e più non mi vedrai. Ma il miracolo non accadde… la Giola se lo ripigliò&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;in casa e chissà come, l’è ‘n mistero almeno gaudioso, procrearono il quarto figlio, loro due, credo. Il Pallino l’era ‘n tipo che sa tutto di tutti e di tutte le materie, o almeno sì dava ad intendere; la sapeva lunga di certo e se ti pigliava all’amo dei suoi ameni conversari, e te tu l’eri fottuto: non ti mollava manco a dirgli che ti stava scadendo il tempo di vivere; prima ei dovea finire il suo discorso, poi potevi irtene, ma oramai perso alle umane tue cognizioni. E come tutti i clienti dei bar, siccome tutti li bipedi dell’orbe, al Pallino gustava la perorazione politica: da quale banda, guelfo o ghibellino, d’a rosa bianca o rossa, massimalista o minimalista, per il pianoforte o pe’ clavicembalo, o insomma de’kke o dde’llà, mai si capiva: el Pallino el staa da la parte soa, un po’ come tutti, eh. E come la gran parte dei sapientoni da bar, ei tendeva ad accusare concetti astratti personificandoli in mostri quasi draghi, che illo fattosi Orlando dovea vincere in singolar tenzone: e fu il tempo d’a Finanziaria tentacolare e panciuta, del Giuridico leguleio e zozzone, d’o Gladio pestilenziale e seborroico, d’a Scala Mobile immobile nel suo fagocitare li poveri contribuenti, col gran costante d’a Pensione ratta a fuire chi pensaa d’averla acchiappata, pugno di mosche fraudolento. E pure lui tendeva a chiudere la prolusione con un sospiro, sibilando sibillino: -che se ci fosse ancora Lui… e chi l’era ‘sto lui colla elle maiuscola, o lo sapete o fottetevi, che quanto a me dico –cip e passo la mano. Ma quella sera il Pallino sproloquiava de calcio o come lo chiamava lui, l’edotto in lingue, ‘o soccer, e ce l’avea ancora dopo anni col mister che non volle il puer suo, securo maradona, nella principale formassiù della Valletronfia: -el faa nofcenotantatre palleggi col sinistro, manco ‘l sò pè! Bojacan i l’ha mia ulit! Ma icchè tu li puoi fare i tuoi tremilaseicentoquarantasei palleggi col sinistro, ma, a me pare basti ficcar la pelota nel sacco sive rete… e il suo figliolo l’avevo visto coi miei lumi spedire al terzo cielo, manco anello de San Siro, el balù da quasi due metri prima della linea bianca. Altro che marado-maradona delle prealpi. Sic transit gloria mundi.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;E fu all’una e tre quarti che l’eroico e stoico Oreglio uscì a rivedere le stelle, finalmente libero dalle grinfie della scopetta e der vino; la notte per molti chiudeva i battenti come lo stanco barista traeva in basso la serranda tirando un sospiro di sollievo e pregustando le mollezze dell’alcova bramata per tutto il santo giorno: effimero riposo, ché presto e lapidario sarebbe giunto il domani. Per le vie del borgo ribollivano ancora incomprensibili canti o berci di boci non più di bimbi (tavola grande), e tardivi rientravano pure coloro che si erano presi una seratina di libertà dai gioghi famigliari. Il Carcassa camminava lento lungo il bordo della statale, immerso ancora in mani giocate male, in prese che forse s’erano da fare: il ‘Namanina era furbo e scaltro giocatore, eppure l’Oreglio accusava della batosta testé subita la sorte ria e vessatrice che quella sera lo rendeva distratto da altri pensieri dominanti: sogni di cosce profumate, di tendine rosse co’ pizzi e merletti, di fumo quasi nebbia attraverso le stanze, di chiare e fresche risatine dell’est, di violini tsigani…d’o’ postribolo inzomma. E vuoi come vuoi, già fischiettava palpeggiando nelle tasche il portafoglio bello carco di dindi, arma letale per le gentili donzellette; e, per Bacco, salterellava pure al ritmo di una tarantella che gli tarantolava nella testa, sicché lo scorno patito al tavolo da gioco l’era già ito nello scantinato della memoria, detto dimenticatoio, per lo più. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;E fu un clacson a richiamare l’Oreglio alla realtà, supposta tale: non mancava poi molto asfalto alla casa del femminino mercimonio, e già di bel bello l’eroe sentiva el mugolio delle sirene slave e figuriamoci se ei pensaa a li tappi dde ccera per ‘e recchie… quand’ecco ‘o Destino buggiarone je porta de tergo ‘a carrozza motorizzata dell’Uomo Lupo. E fu beep-beep a squarciare il silenzio della notte paesana e a tirar giù dal letto un qualche buontempone convinto la fusse l’üra dde Judicio Univversale. Il Carcassa lesto volse il capo giusto in tempo per locchiare il barbuto compagno suo di trecentotre bevute che tirava de fora dal finestrino la sua cabezza lupina: -‘ndo caso net, figù? Salta soo ike nöm ‘n disco aa ardà le pipine aa balà ikkele roiete! L’Oreglio ebbe anni addietro salva la vita grazie all’Uomo Lupo, quando in coma etilico giaceva sul divanetto rosso che pur io conobbi der Tabacanda, e nobody era in grado di capir che si rischiava ‘o fattaccio. L’Uomo Lupo che ben conosceaa ‘e bestie e li omini fatti bestia, pijò ‘l sodale sulla spalla pelosa e lo strascinò ar Prontossoccorso… ove permisero ar monno d’avè ancora tra li vivi il Carcassa. Sicché l’Oreglio più nun sapea dì dde no a qualunque proposta del salvatore sòo e pure killa vorta nun seppe negare e saltò su sulla benna blu dell’Omo Lupo, rimandando dde quarche ora ‘a razzolata sulla coltrice delle bbocchedirosa&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;rumene. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;L’Omo Lupo: lui sì mio coetaneo, che nun se direbbe data la mia pelle sicut pelle di cocò fanciullo, morbida e lesta a pingersi di rosso quanno me tajo ‘a barbetta cco’rasoio. Lui barbuto, grasso et semper di camiscia a quadrettoni vestito, cco’ brache de iuta. El fu l’Alaspezzata e narrarmi l’episodio in cui l’Omo, seduto con du’ sodali suoi e appunto Alaspezzata, in gelateria, el vardaa foioso e sbavante le terga di ‘na barbellina seduta appresso il giùbocse. Uno degli amici s’avvide dell’emozione libidinosa der Lupo e volle fare ‘o brillantone e voltosi al compagno disse: -dai ke la ciamom e la conosoom… . L’Omo Lupo sbiancò e mostrò le fauci tremolanti: -NO! Urlò, -Gho pora! Gho pora! e copertosi il muso con le villose zampe, proruppe in latrati strazianti. Ma iddio zuzzurellone, el vuol sempre salvare capra e cavoli e lupo. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Proprio l’Alaspezzata accompagnò nell’urbe leonina l’Omo e gli mostrò l’iter dd’elle pulcelle generose et nigre. Oh, quant’è ‘nne mai! Il Lupo le vide e vide la luce: balzò giuso dalla carrozza motorizzata e zampettò appresso alla vittima; pagò ratto e conzumò: oibò per la poarella! La montò siccome vide far le sue bestie… more ferarum… colla fija dd’Affrica intestata nel cassonetto, e illo che stantuffeggiava mandando ragli et improperi. Cadde il contenitore dello sporco e ruzzolarono i due tra le borsine slabbrate e i rimasugli di pasti oramai marci e puzzolenti; ma l’Omo l’era ignìt, per fortuna, sbravazzando il seme suo qua ellà per lo sfacelo. La povera venditrice di sé s’allontanò carpon carponi, ma non le riescì d’avvisare ‘e colleghe quocirca ‘sto ‘ndemoniato dde cliente bestia. E delle altre martiri non ardisco favellare. Ed ora, siccome Enkidù, ei l’era introito nella civiltà, consorzio umano, e da fera s’era fatto uomo. Almeno. E amava recarsi nelle disco, ove, carco iam, iam, di birra nel saccaccio suo, ei locchieggiava le belle putelle danzeggiare di culo e poppe. Il Lupo ghigneggiava e sproloquiava; poi carco di foia, esciva e guidava fin ove rinveniva l’ostia sua, mejjo se nigra, che je rimembraa dde cchiù ‘a soa stalla. Poveri noi, e povere loro. Eruttata la bestialità, riedeva in paess, magari per un richiamino alcolico. Proprio in sull’inizio del solito viaggio, quella sera s’avvide del Carcassa che deambulava, e, mosso dalla voglia d’aver compagno, siccome capita a tutti li omini più o meno evoluti, s’era stoppato a raccogliere il tapino, costringendolo, suo malgrado, a rimandare ancora l’ingresso dalle rumene.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;L’Oreglio volgeva malinconico i lumi oltre il finestrino del passeggero, appresso le luminarie della city in avvicinamento e presagiva, ma non osava proferir verbo, ‘na lunga gita, ché non l’era notte de luna plena, e non si poteva dunque dare il caso ch’o amico suo se potesse divenir bestia e lasciarlo libero di redir in paess e terminare la mission sua, ovvero razzolar con le divine dal culetto alto, li crini corvini e ‘a bucca sardonica, le slave del manifesto, per intenderci. Forse c’era tempo: magari il Lupo dovea occuparsi della stalle e delle formagelle, o di qualche cazzo di impresa sua, magari ci faceva davvero solo un saltino in disco e poi rediva… ma al Carcassa la suonava male, la faccenda: l’è che lo conosceva, quando killo adocchiava le chiappette urticanti danzerine, ei non le mollava, finché non le sbavazzava tutte, fintanto che la sua mente boccalona nun l’era plena de imagines, da proiettà dinnanzi alli oculi suoi fantasiosi stantuffeggiando pazzamente contro le terga d’a malcapitata africana. Eppure l’Oreglio, messo sull’avviso dalla consuetudine, la poteva schivare l’impresa usata, e gli potea dir de no, che c’avea mille capitoni per la testa, o dirgle ‘a verità, dd’e rumene: ma qui l’era il busillis: a digle delle venditrici de subina grondante, se rischiava dde kiù: securo come che l’ovo l’è ovo, l’Omo arebbe voluto d’annà pur’illo dalle zinnute, e, Iddio birbaccione ci scampi!, chissà che treggedia, che tregenda, che tragenda, che cazzi, inzomma!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Il Lupo estrasse il cognac dal cruscotto, l’inglutì a sorsate, e l’offrì, sicut solet, all’Oreglio: ei ricusò, ma quanno il peloso sodale ingredì nella radio ‘na cassettina e i Cugginiddecampagna tripparono Animamiatornaacasatua, il tapino pijò er beverone e tracannò insino all’insensibilità lappale. Fu verso la fine d’o Diodellecittàedell’immensità dei tremendi Pù e d’Alien sgolacchiato, che il povero Carcassa ripensò alle sudate carte e a Kirillov, ma salva fu la mente sua, allorquando sferragliarono nel parcheggio d’a Disko, e, seguito ‘o faro indicatore d’un Giano bifronte tra gli scarracchi marmitteschi, l’Omo rinvenì un posto libero e smorzò ‘a macchina soa: zampettarono sulla ghiaia del parcheggio e, l’uno arzillo e lesto d’occhi, l’altro impegolato nella delusione cognachesca, raggiunsero l’ingresso. Sparì. Chi? Il Lupo. Non appena varcata la soglia, sparì: ma il nostro lo sapeva ‘ndo troal: accucciato sotto li cubi, sicut lupus, l’arebbe trovato in qualsiasi istante, a quattro zampe intento a locchiare le ballerine dei pali, rapito dalla luna anale, satellite scosso dalli reni slavi, magna cum peritia, colante la bava dagli angoli della bucca, forbendola talvolta con le maniche della camicia. Tutta la serata o nottata, l’arebbe passata così, dimentico del loco, dell’orario, della fame, dell’Oreglio stesso, di tutto, inzino a che la natura non l’arebbe richiamato con gli ultrasuoni e il bestia avrebbe ripreso coscienza e strada verso o le nigre o casa. Così il Carcassa tapino andò al bar e ordinò l’oblio: poi raggiunse la balera e pigramente girò il suo cadaverico sacco inzino a che potè rinvenire un posto sui divani attorno al limen d’o pavimento per i folli danzatori: in verità seggio non v’era, ma un tizio rantoleggiava abbandonato, così l’Oreglio fu rapido a spingerlo in terra e a dimenticarlo, ed io, per la cronaca, aggiungo che costui fu rinvenuto ancor vivo, la mattina successiva, da una filippina addetta alle pulizie: chiamò il barista e insieme lo precipitarono oltre la porta di servizio, quella che da sui cassonetti ed ivi il poarello redì nel mondo dei vivi, o creduti tali.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Il sogno era: prendersi cura di una di loro; l’Oreglio non sapeva immaginare parole più dolci per descrivere il profondo senso di dovere verso di sé e verso il genere femminile, inteso come completamento di sé, appunto, ovvero come altra metà del cielo: almeno così pensava da secoli ormai, da quella sera in cui si assopì durante la messa della notte di Natale e, per convincerlo ad andare a pigliarsi la navicella, dovettero scuoterlo e far ghignare il popolo riunito per la celebrassiù; il misero chierchetto stava elucubrando proprio sur concetto dd’amore et su’oggetto d’o sentimiento nuevo dentro il tristo sacco che merda fa, e lo sapete. Lo pigliò la cognizione d’a missione der gere umano maschile o pene-munito, cazzo-ferente, per intenderci: prendersi cura de armeno ‘na subina, mejo due, anco mejo dde chiù, tre. Ma, perdindirindina, una… e che ce vò? Appunto: allora ei penzava nun ce vulisse poi molto sventramento di cervello e zibaldoni pa’conquistà ‘a femmena confacente a li soi desideri manco a ddì reconditi: qui sta l’ingenuità iovanile: supporre di saper scavalcà l’ostacolo già pur pensando, ancor pria di tentarci, dde domà er caballo imbizzarrito con dù-tre mosse d’anca, d’essere supereroe, un superomo. Invece ‘na picciola trave dinnanzi a li oculi pavidi, si fa insormontabile, e il tapino nun ce po’ girà attorno, circumnavigà il problema. E rinuncia: alfine di tutto je stà ‘a renunzia, d’o cojone, armeno. Il Carcassa, sicut tanti, molti sodali suoi, volea pijiarse cura d’a madamigella e farla domina e lui vassallo: questo nel core suo; a parole ei volea braveggiare alquanto, co’asta sua fallica e perforarne cento, qua e là, spocchiandosi come Rodomonte, facendo figgura meschina, dato che e’ pijaa sempre un calcio nel cül, metaforicamente parlando, s’intende. Che ce proava, va detto per onore del vero storico: c’avea provato, ma vuoi quel che vuoi, vuoi una centomila o no, nun colze mai ‘a rosa. Devo aggiugnere, per completezza da cronista, che forse il Carcassa avea troppo alta cognizione delle sue capacità e delle sue caratteristiche fisiche: adduco a ciò, sì perché ei mirava a barbelle troppo belle: nun c’è nient de mal: ma l’è scontato il fallimento. Io condivido: se mira sempre in alto; forse però s’esagera. Non la faccio lunga: nun l’ebbe mai morosa, e dovette pagà ppa conoscere ‘e gioie copulative, pp’orgasmo a due, pp’a pippa condotta manu femminea, pp’a fellatio, pp’o canale anale. E non dovette mai pijarse cura d’un cazzo dde neent. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ci fu un tempo in cui l’Oreglio annava saepe nelle disco, siccome tutti: c’è un’etade per ogni cosa, e protrarla l’è sempre ‘na casada. C’è un momento giusto per un penziero, per un comportamento, per un vestimento, per un eloquio, per una passiuncella: ma quando l’è pasat, l’è pasat. Neent de più ridicolo di un viejo ch’amoreggia siccome li iovani, tanto per dire. Ognuno di noi ha passato l’età di quella che omo chiama stupidera: ora che ho ‘na mansione, ‘n ruolo a contatto con tale fenomeno esistenziale, ve lo posso render certo: nun ce se pode opporse, l’è normale, ci si finisce tutti, e, dentro, nun s’entende il dde fora, e dall’esterno, ignoto resta l’interno; se fa ‘n grave sbajo quanno se iudica, sicut gran vespillone, sicut prinzipe dde foro, sicut omo de strada o inggeggnene dda bar. L’è cosa normale. E vien l’etade della disco, pur io la passai, pure voi, non streppatemi la minchia dondolando il cranione per diniego! E come il Carcassa ce ne son tanti, altroché! Ei ci andava da principio in autostoppe, saepe cum due sodali suoi d’annata: raggiungeva la più vicina, che l’era mejo, così si poteva redire alla parvula domo non troppo tardi. E c’entrava sempre sicuro che l’era la sera iusta ppa pija el treno iusto, ppa trovà ‘a barbellina dei suoi sogni dda pollutione. E invece sempre si ritrovava a circumnavigare le balere chiù e chiù volte a mò dde chiurlo: altri ballavano, altri dimenavano li fianchi colle menadi, colle baccanti poppute, altri ingredivano le villose mani dentro li reggipetti, o le gonne micro, ppa palpà la merze, altri peroravan le loro cause colla lingua sbavazzante dentro cavo orale femmineo, da rinvenì le papille della ganza e rischiar ‘l morso ebefrenico, altri giravan la rota del fato zampettando inzino ai divani e proseguendo ‘a conoscenza, fin che la si facea biblica, saepe sine escire dalla medesima disco. Ve l’assicuro, miei piccoli lettori increduli: non solo l’Oreglio, ma pur io ve lo posso dì, che al Numberone, ove mica se vendon li scuutter siccome pensaa il Betulì, ne vidi ‘na sera, quanno ‘l cugino mio caro celebrava la perdita del senno, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;chiù e chiù a menar il pippo entro le ganze sballonzolanti perpendicolarmente, fin alla venuta fallica. Ci rimasi secco, e un po’ invidioso, mica lo nego: e qui rimembro il tempo in cui, maculato, me ne andavo in giro ppe Bozen, e, di rientro dalla stassiù dei treni a vapore, di stazione in stazione, tra l’altro, passai accanto ad un parco, e locchiandone l’interno, vidi ‘na ganza seduta in the middle of due vecchi barbogi: ella piangea, mentre le cariatidi infilavan le ossa loro nodose sotto la sottana e uno le basciava l’orecchia, come bavosa medusa. Tirai innanzi; ma questo non c’entra, ma tant’è la libera associazione di idee.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-193223242430437339?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/193223242430437339/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=193223242430437339' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/193223242430437339'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/193223242430437339'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/02/loreglio-o-dio-delle-citt-e.html' title='L&apos;Oreglio o dio delle città e dell&apos;immensità'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1784812495096628659</id><published>2008-01-27T11:34:00.000+01:00</published><updated>2008-01-27T11:35:58.330+01:00</updated><title type='text'>progetto giambico</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Sono un supplente. Da qualunque lato la si voglia guardare, la sostanza è che sono un supplente. Umile, timido ma costante, cosicché non pensiate sono uno scansafatiche; eppure semplice supplente che supplisce altri ben più importanti, ben più considerati, nobili d’età e di militanza, con le loro giacche eleganti, il passo sicuro, i completi grigio-blu, le borse in pelle, il parlar forbito e affettato, le stigmate della casta: che però, ogni tanto, vengono traditi dalla santa loro salute, si alzano con un lieve mal di capo, lo stomaco rigetta prelibatezze e leccornie del giorno precedente, la gamba scricchiola in palestra o nel footing, o la schiena, peggio ancora: e tocca loro pigliare il telefono e trillare alla segreteria sì da rendere certi gli impiegati della momentanea impossibilità di educare le masse zainate. Ma ci vuole il discipulo di Ippocrate e la sua certificazione pria di stabilire per quanti giorni il saggio e sapiente tapino non potrà recarsi ove spandere il pregno suo verbo. Da qui piglia l’abbrivio la sequela di chiamate, sì da rinvenire il disoccupato pronto all’uopo: e talvolta si gargarizza il mio cellulare e spande garrulo il suo canto, finché non lo piglio e pigio il tasto della risposta. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Resto sempre un poco attonito: dove starà ‘sta scola? Il primo pensiero mentre dall’altro capo favellano di orari: va bene, vengo nel pomeriggio, ma dov’è l’edifizio? Ho il pensiero dominante del rompimento di non saper rinvenire la giusta via, nell’intrico miserabondo di asfalti e rotonde e case e casermoni e monasteri: dite: -e il navigatore satellitare a neuropsicotroni? In Valletronfia? Segnerebbe la via della coca, che l’è più semplice anche da siderali distanze, siccome vedere la Muraglia cinese dalla Luna d’o pastore errante. Certo le scuole sbruffoneggiano nel paesaggio, con strutture anti-terremoto, ma prone ai pugni del teppistello col latte agli angoli della bucca: scale anti-incendio, piene di sigherette e fratel-cappuccini usati… oh, certo, dalla strada le vedi, sai sempre che l’è ‘na scola, vetrate, assonanza coi casermoni, consonanza cogli spedali, insomma, costruzioni di speculazione, imbastite in quattro e quattro otto, piglia la bustarella, mettila via, che la vale la bocca vogliosa dell’ucraina del night. Pochi mesi ors ono giungevo alla scola media del mì paess, intabarrato e addormentato: d’un tratto un tizio, o caio,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;sporge la cabezza dal finestrino della sua carrozza e mi fa: -dov’è la scuola media? Io lo guardo sbalordito: ecchè me pija pe’ culo? Alzo i lumi e gli ribatto: -è questa qui. E cenno al grigiore accanto a noi. –Ah, scusa, pensavo fosse una fabbrica. Del resto… grigia, aborto di architetto cagacazzi patentato, serie di parallelepipedi giustapposti e perzino ‘n tunnel rosso, tipoberetta, p’annà alla palestra: già ai miei tempi la sforacchiavano a pugni, e di terremoti n’ha visto uno, ma picciolo, sì da non saperne la buntade: sta in piedi, bastasse quello. Beh, insomma, me perdo dietro alle fantasie invereconde della mente: le scuole le trovi sempre nei paesi, pensi: dov’è la bruttura, lì spargono il bianco seme vincastro della cultura.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1784812495096628659?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1784812495096628659/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1784812495096628659' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1784812495096628659'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1784812495096628659'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/01/progetto-giambico.html' title='progetto giambico'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-8243153251436733738</id><published>2008-01-25T18:54:00.000+01:00</published><updated>2008-01-25T18:55:32.876+01:00</updated><title type='text'>s.t.</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;Vedo i primi sparuti zaini&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;raggrumarsi in crocchi via via&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;più corposi: tra il brilucicchìo di paine&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;e i primi trilli (: c’è già da circolare!).&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lucia imbellettata attende Renzo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Impomatato seppur il vento dalle valle&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non si usmi colle brache a vita bassa.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Mai lasso è l’amore e il bascio tra&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Labbra e nicotina e le dita smaltate&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Intrecciano trame d’eterno voto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;(Arrivavo anch’io un poco presto,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;silente dalla bestia blu zampettavo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;sotto il Garibaldi a cavallo e giungevo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;al guado: speravo in calde faville, non pensavo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;congiungimenti di tabarri, non osavo!)&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Riconosco i segni dell’antica sfiga&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;nei lumi verso la polvere, nei purulenti&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;foruncoli, nelle cuffiette isolanti e cacofoniche,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;nel ciabattare frettoloso ignorante d’altrui felicità,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;presunta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;(Dici, mamma: lassù fan le orge?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;Le lolite troppo grandi le ricordo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;ma allora eran… le passere.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;Che oggi le dico bimbe rattenenti&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;sederi e seni in fasci di cotone&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;genovese aborigeno, cinese manufatto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;M’è curioso pensarle foiose&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-indent: 27pt;"&gt;… e mi sfugge un sorriso)&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-8243153251436733738?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/8243153251436733738/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=8243153251436733738' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8243153251436733738'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/8243153251436733738'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2008/01/st.html' title='s.t.'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1064906700060036304</id><published>2007-12-15T19:40:00.000+01:00</published><updated>2007-12-15T19:55:08.700+01:00</updated><title type='text'>Chiuso causa vuoto mentale</title><content type='html'>&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1064906700060036304?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1064906700060036304/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1064906700060036304' title='10 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1064906700060036304'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1064906700060036304'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/12/chiuso-causa-vuoto-mentale.html' title='Chiuso causa vuoto mentale'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>10</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-7780602769857010932</id><published>2007-12-05T14:41:00.000+01:00</published><updated>2007-12-05T14:43:29.113+01:00</updated><title type='text'>Chiara</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;Chiara era tutto quel che sognavo per me stesso nell’età che i sogni ancora permette. Era il principio di un nuovo senso addentro l’incipiente buio che non avrebbe trovato sbocco e, vinto per tempo da tanto raggio, altro non avrebbe che potuto ritirarsi nelle latebre che il cervello cela. Colta l’imago in quella mattina dinanzi all’ingresso del loco ove mertammo il titolo accademico, entro le segrete stanze del conscio suscitai la consapevolezza e che lei fosse la depositaria di tanta facultate e che me medesmo fossi, al contrario, già perduto. È vero, leggemmo Parini e non più avante, scorremmo la bianca pagina e il Giorno mentre la Cariatide dalla cattedra menava il can per l’aia di vuoti e ameni dissertari atti al Settecento; è vero, parlammo del più e del meno mentre s’attendeva il turno per sbracare la preparazione, io sul Novecento, lei sull’Ottocento; è vero, c’incontrammo altre e altre volte, ma non tignemmo il mondo di sanguigno. Anzi. Feci quello che mi è sempre riuscito meglio: ascosi la mia persona e il mio errabondo io. E il caracollare nella finitudine prese quell’abbrivio che più non trovò ostacoli. Chiara cambiò in meglio. Io sparii a me stesso e a lei e a chiunque. &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-7780602769857010932?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/7780602769857010932/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=7780602769857010932' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7780602769857010932'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7780602769857010932'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/12/chiara.html' title='Chiara'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2253389862288267765</id><published>2007-12-01T20:15:00.000+01:00</published><updated>2007-12-01T20:18:08.390+01:00</updated><title type='text'>Passion 2 (continuazione)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Lungo il corridoio bianco: le mattonelle grigie raramente rivelano lo strascicare di logore ciabatte. Un profondo odore di disinfettante, alla parete rotondo un orologio ticchetta la sua monotonia; tutti uguali questi corridoi, e le stanze non si distinguono altrimenti che per le diverse chiavi per serrarle e talvolta aprirle e per il numero nero sullo sfondo bianco delle porte. Se ci appoggi l’orecchio e vinci i secondi e le lancette ritmiche, puoi udire un rantolo, o un mugghio, o un sussurro, o un pianto, o una nenia senza senso, o un raglio: oltre quella porta, quella con il trentatre, ricordi?, tu venisti nel folle mondo. L’uomo-mucca presagì il momento topico e si zittì; quella che non sapeva tenere le cosce strette, da mesi era gentilmente trattenuta al letto da cinghie, più nessuno entrava sennon per levarle la merda e cambiarle gli stracci sul ventre gonfio di te: qualcuno disse alle crepe nei muri che improvviso il lume azzurro alogeno dei corridoi aveva sfrigolato come preso da emozione, poi, per una frazione di secondo, il buio e di nuovo la luce, a normalizzare. L’uomo-pecora belò con insistenza e comparve un camice bianco siringato, poi un altro, per sicurezza, poi un pianto e uno strillo acuto a lancinare l’aria: tu nelle braccia della ninfomane, placenta colava stanca di nutrire, giù per le gambe, a gocce sul pavimento. Qualcuno arrivò con indolenza e si preoccupò del cordone ombelicale e di te. Poi mesi che non puoi ricordare: l’affido al sepolcro imbiancato con moglie incapace di proliferare, oppure lui impossibilitato sia ad ammetterlo che a dirlo, pena elezione persa. Ricordi? Leggesti di Smerdiakov e piangesti. Uscendo nel mondo avevi sempre nelle nari il disinfettante.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La pila degli scarti cresceva indomita alla tua destra.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Nemmeno riflettevi più sul senso di distinguere un pezzo buono da uno inutile; lo precipitavi nei condannati senza appello e solo un tintinnio interrompeva il monotono replicarsi del ritmo produttivo. Alzare il volto verso altri vuoti come te? Quali pensieri si intrecciano al sommo di cervelli ridotti alla pura, semplice e talvolta sterile ripetizione? Davanti alla macchina del caffè ci avevi provato: due parole sul senso della vita; e uno t’aveva mostrato il frutto di una foia bastarda dopo la tracannata e nemmeno sapeva tratteggiare il volto che eppure sotto il velo doveva aver osservato: ma anche nel giorno delle fiaccole nuziali, solo il brandy gli aveva concesso lo stomaco. Vedesti negli occhi dell’infante i tuoi. E quella sirena ogni mattina: nel gelo invernale o nell’afa di agosti sempre identici, impietosa e puntuale al richiamo. Ti trascinavi fino al tuo posto: anche allora, nelle prime ore della giornata, l’indomito tuo cuore ti suggeriva di provarci, di cercare pescatori di anime, di parlare di mondi migliori e di beatitudini, ma alla trecento ventisettesima sigaretta, offerta come risposta, abbandonasti l’intenzione. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La disser pazza, sennonché, tra le maglie della presunta lucidità mentale s’annida pacifica la follia. E quando senti enfiarsi il petto ed il tempo perde coerenza, slittando il prima sull’ora, sul poi, sul sempre e si solletica da sé la mente, affine a Larsen, le porte del supposto manicomio sono aperte.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Guarda come brillano di luce propria, come parlano di ponti attraverso le acque in fiamme, come tralignano l’Assoluto: i tuoi fratelli in bianca camicia con cinghie.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Estatica pendeva dalle tue labbra, o ebete, o ebefrenica; c’era la saliva che sfuggiva agli angoli della bocca senza un fazzoletto pronto ad asciugarla. Ma lumi cerulei, flavi capelli mai rattenuti da lacci, diafana pelle e sanguigne labbra: pria che il pensiero s’arrestasse sulla follia c’era sempre il tempo di commuoversi e sentirsi inferiori alla Bellezza; poi entrava il pianto di qualcuno e la violenza di molti. Questo, sì, hai fatto di buono: sottrarre il fiore già estirpato dalle brute grinfie ché almeno non lo facessero a brandelli coi denti o colle mani. Ma la speranza no, non dovevi darla a colei che pietà avrebbe preferito morta non nata.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Parlavi d’amore, ancora, povero fesso, ancora d’amore, come se i secoli non t’avessero insegnato niente!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Parlavi d’amore davanti allo strazio di membra fanciulle sperse nell’acido fino a non essere mai state.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Parlavi d’amore innanzi alla supplica sfatta nello sciolto mascara ruinante sulle guance imbellettate con troppa cura solo per piacere, non certo per disarticolarsi nell’urlo della giovinezza forzata.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Parlavi d’amore di fronte ai passi strascicati nella neve con un ligneo appoggio tarmato, da una panca all’altra, sognando una materassa almeno, trovando invece requie eterna all’ombra del sicomoro.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Parlavi d’amore alla finestra di un volto stravolto dalla solitudine, occhi incavati e raggrinziti e piangenti e capelli sfarinati dalle sue stesse suole su pavimenti con un solo tipo di impronte sulla polvere, all’ombra di un gibetto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Parlavi d’amore all’asfalto gommato scompostamente senza frenare l’urgenza di arrivare da qualche parte, alle lamiere contorte nel ghignare dietro alla fretta, ad un volante sghembo, a cerchioni… non certo tondi.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Parlavi d’amore a chi non torna, a chi non sa di tornare, a chi non lo sa, a chi aspetta, a chi non è aspettato da nessuno, a chi sapevi essere un illuso sempre e comunque.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Parlati d’amore adesso che cerchi coi lumi a pezzi un Longino qualunque, pietoso lanciere, oppure un Tito, o un Dimaco da intortire con quella vecchia frottola del posto nel regno del tuo paparino: e ti chiedi che ci fai lì?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Seduto su un masso a favore di Apollo, si guardava le mani sporche di olio nero: le unghie più non recuperavano l’originale trasparenza, nemmeno usando quella piccola spazzola che dal bancone del supermercato gli aveva promesso mirabilie. Considerò la camicia lisa da lavaggi senza perizia, i pantaloni senza un determinabile colore, le scarpe come barcacce incapaci di attraversare un rivo senza profondità. I capelli unti parevano fusi colle guance sbarbate, perché lui, questa volta, non aveva peluria sul volto. Alzò gli occhi e vide che la matta sedeva nel prato e lo osservava attraverso secondi lucidi; alla sua destra quel tizio che raccattava elemosina alla stazione: la chitarra scordata era ai suoi piedi, così come il meticcio spelacchiato, l’unico essere consapevole in quel gruppo. Lui si passò la lingua sulle labbra aride. Sotto di loro, a valle, per dire, si trafficava la quotidiana lotta per la sopravvivenza, e forse, proprio in quell’istante qualcuno stava morendo: a questo pensò; non all’ennesima cacciata dopo un discorso abbozzato nel piazzale della fabbrica; e dire che s’era formato un buon gruppo di ascoltatori, là al sole, dopo il frugale pasto: lui voleva parlare del rispetto da esigere e da portare, del non fare agli altri quello che non volevi subire a tua volta, ma subito s’era travisato il senso e le guardie, prese da uno zelo ignorante di tutto, avevano associato il crocchio ad una possibile cellula… eversiva… da non crederci, non ora, non col sedere sulla nuda pietra, non col sole sulla testa e l’aria libera del sabato pomeriggio, non lì, dove quella stupida presunta lotta arrivava solamente in una eco debole. Eppure pure di sabato, pure quando potevano riposare quegli schiavi laggiù subivano l’imperio genetico della presunta competizione per qualcosa in più, e per molto e molto in meno. Soffiò tra i denti: -non chi va al mulino s’infarina, ma ti infarini al mulino che vai. Chissà tra quali fronde mentali era uscito questo pensiero. La matta strabuzzò gli occhi e prese a lacrimare, il postulante corrugò la fronte. Lui ci pensò: -sì, perché è scontato che uno si infarini sempre e se si rassegna di farlo in un luogo… minore, lì gli toccherà, e non potrà mai testarsi in uno maggiore. Sibilò soddisfatto. Il cagnolino lo osservò basito. –I tempi stanno cambiando e bisogna tenersi aperti a tutte le soluzioni, se vi fare trovare infarinati, non saprete mai cosa vi siete persi. Aggiunse questo chiarimento con malcelata soddisfazione. Il tizio che vendeva quattro gracchiate per un euro, lo fissò adirato: -e che cazzo vuol dire questa cagata? Era un tipo icastico e un attimo materialista: si era interessato al cappellone solo dietro al discorso di un ipotetico regno in cui entrare e nel quale, probabilmente, potere pigliare a calci nel culo tutti quelli che sputavano nel suo piattino per le monete, o quelli che deridevano il suo cane, o quelli che insultavano lui, nobile decaduto, dal palazzo a sotto il ponte. –sei un disgraziato babbeo, e non c’è da stupirsi che ti vogliano fare le fette, a volte biascichi cose giuste ma altre dici di quelle cazzate. Lui lo guardò senza stupore, sapeva di non essere capito ma gli sfuggiva una cosa: che volevano in quest’epoca? Non gli riusciva di trovare un qualcosa che potesse dirsi in comune, condiviso, un appoggio con cui sollevare animi… morti. E lui stesso sembrava non avere più la verve di un tempo: gli uscivano frasi cui non credeva, o che nemmeno sapeva collegare tra loro e farne un discorso, come se nel suo cervello ci fosse stato un collasso di idee, circuiti in tilt. Dal momento in era giunto in quella città aveva sentito un lezzo di decomposizione, un suono disarmonico, un fluttuare di miasmi malsani. E l’emicrania era giunta repente. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ad un passo dal baratro era bello affacciarsi ed immaginare il volo catartico e il rumore delle ossa sulla scogliera o sul semplice asfalto grigio: e il rosso vitale espandersi conquistando, centimetro dopo centimetro, lo spazio bigio, vincendo una cartaccia di patatine gettata senza pensiero e una lattina di dolce caffeinato e gasato, abbrancando amorevolmente finanche una cicca morta da giorni e calpestata, per finire tra le grate del tombino, e giù, flic, floc, nelle fogne, casa natia d’ogni compassionevole ratto. Ricordi? Quell’altra volta il bischero tentatore dalle caprine zampe, t’avea proposto il volo, -tanto, ti disse, schiere di biondi cherubini e, o, serafini, verranno preste a salvarti e a poggiarti su di un saldo terreno. E tu l’avevi guatato con sicurezza, non nelle truppe alate ma nel tuo destino di re. Invece, nei giorni della metropolitana solitudine, proprio quella certezza veniva meno: davanti ai tuoi lumi il fato t’era nebuloso, il dubbio ti rodeva dentro e le budella si contorcevano dal sospetto. L’inganno: chi ti faceva certo del salvataggio? Contare, sì, ma su chi? E se davvero il tuo corpo fosse piombato sul fondo d’un qualche baratro, chi t’avrebbe rassicurato di un impossibile splat sanguinolento? Nessuno, certo. E la cosa non ti dispiaceva del tutto. Sapevi che l’unica democrazia sta nella morte; ma questo discorso l’avevi fatto, ci avevi provato almeno, e nemmeno uno ti aveva inteso, anzi, l’impressione è che proprio da quei discorsi aveva preso inizio la fine. Le busse, le prime, erano seguite alle lodi per sorella morte: ma non eri tonto, questo ti rimprovero! L’avevi capito che nessuno più vuole morire! Che senso aveva parlare di dignità della e nella morte, a chi l’aborriva, la naturale fine? Paga, paga il prezzo dell’ardire; anche quando sei scampato alle banalità, ti sei preso la vanga in mano e hai scavato le fossa. Guardalo il sole scendere dietro la montagna, sorridi pure tra le lacrime di rubino, sentilo, il sapore salato del liquido vitale. Non c’è più nulla da fare, tutto è compiuto, come l’altra volta, ma in questa non hai combinato un cazzo. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2253389862288267765?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2253389862288267765/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2253389862288267765' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2253389862288267765'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2253389862288267765'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/12/passion-2-continuazione.html' title='Passion 2 (continuazione)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-3719219713152682821</id><published>2007-11-25T11:25:00.000+01:00</published><updated>2007-12-01T20:21:59.610+01:00</updated><title type='text'>Passion (tit.provv.di materiale magmatico)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Scendeva serpeggiando la road sotto i tuoi piedi scalzi e sanguinanti: già il tetano saliva assassino ad abbrancare il cuore, ma c’era tempo, oh, se ce n’era. E l’occhio seguiva l’asfalto cotto dal sole, ben oltre le teste dei pochi ancora al fianco del tuo resistere; più giù potevi vedere il grande Comignolo grigio, rigato di blu, sbuffare morte falsamente bianca: costante sale verso la volta che si vorrebbe azzurra e s’espande silente, persino inconsapevole dell’omicidio di massa. La volontà è in altri luoghi: ha i gomiti appoggiati al nocciolo, ha valige di coccodrillo e Rolex di diamanti e sotto la scrivania, riccioli biondi stantuffano lo straordinario, o la categoria, o il premio che i desideri avanza. La volontà non è dove nasce l’archibugio, in sé, ovvero foglio di progetto: in palazzi, tra fasti dipinti di glorie che furono e che non son né più intese, né più verificate, in sale di cibo e acqua potenziali per tutto il buio continente, ove ogni cosa luccica e profuma e il vuoto s’espande pomposo, per arrivare sopra archi lignei di scranne ove s’immagina concepita, secoli or sono, senza orgasmo la Costituzione. O l’immagino io, tra i fumi della scatola cranica oberata. La volontà, sempre d’altro, e poi… non si poteva fare a meno, poi il male minore, poi i calcoli abbozzati ché mica si poteva ponderare bene tutto, poi… il fumo, appunto, morbo involontario lassù và a scomparire dalla vista per apparire nel palato, giù per i bronchi, attaccato ai polmoni o forse si espande in tutte le membra e ci gioca.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Oh, chiudevi gli occhi, per affrettare la dipartita, ma non c’era neppure per te la Grazia, ti si accaniva contro il tuo stesso corpo con un’indomita volontà di non farsi sopraffare senza pugnare. Si propagavano nell’aria i rumori, il clangore produttivo, lo sferragliare via, via più lontano dei siluri a grande velocità: non c’è tempo da perdere; quando recuperano fiato nelle stazioni li odi scalpitare la loro urgenza frettolosa; non c’è tempo per riflettere, lo spazio tra il punto A e quello B più non conta altrimenti che per gli attimi persi tra produzione e vendita, ché si spera al consumo segua la rottura per non interrompere il circolo vizioso, per non stroncare il senso del folle correre. Ma non li vedevi, li sentivi e sapevi che la dialettica regge il gioco di prestigio del tuo pazzo Illusionista. Nemmeno la forza di un sorriso e il respiro meno sicuro: chiudevi gli occhi per sperare potesse essere l’ultima volta. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;La collina era il retaggio di una stagione edilizia al risparmio: di materiale dentro le mura, s’intende, non negli emolumenti alle maestranze. Quel nero-vestito che biascicava di lager ebbe buone idee, le puoi vedere, (su! Apri gli occhi che dalla corona in titanio non puoi avere tanto dolore!) laggiù in quella parte della città che tutta pare uguale, sì, certo, tutto sembra sempre lo stesso delirio, ma se ti concentri vedrai che quei tetti non sono così alti, i colori sbiaditi, la forma architettonica, oh, così vecchia! Da esserci ancora, epperdio: non il gentile Favonio, non la Bora hanno saputo spazzar via quelle casette, eppure il sacerdote le volle al risparmio, per dare un’alcova a tutti, in onestà, mica così, per propaganda, come quei verbosi reucci che t’ha indicata la via, una seconda volta. Sarà pur vero che quel che è di Cesare gli va dato, ma i moderni cesari non ti lasciano nulla. Non faccio retorica, del resto…&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;il ratto gentile viene ad omaggiarti: tende i baffi verso te che potrai anche essere il suo pasto futuro prossimo; questa tua collina non è quella del Cranio, non è più disponibile, è un sito turistico per zitelle in cerca di manici aspergenti senza la puzza sotto il glande. Ti tocca in sorte l’accumulo di macerie, quel che resta dopo l’erezione di quei condomini, lì, a destra, come dici? Giunta di destra? Oh, vecchio idealista, che cambia, che è mai cambiato se si parla di ritta sive di manca, poooliiticammente pavlando? Dai, su, siamo seri. E non ti venga in mente che un qualche straccio si stracci nel tempio, ché intanto di stracci nei templi dei tuoi seguaci, presunti tali, non ce ne sono, e le loro tele morigerate mica possono essere rovinate come segno folcloristico o effetto speciale della tua dipartita. Non è più il tempo di trovate ad effetto, al massimo si potrebbe squarciare la verginità di una ultima adepta dei Valori, ma peneremmo a cercarla, figurati a trovarla. Forse un petardo lo rimediamo, di qualche ultimo dell’anno fa. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Di lontano, repente, un grido.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Un tuono lo ricopre e lo ricaccia nella gola ch’osò proferirlo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;O modularlo: estetica dell’urlo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Alto, allampanato, calvo, ma con parrucchino, ti giudica, ingiudicato a sua volta, tante volte. Dalla scranna aurea, colla porpora sulle spalle, incoronato un dì a reti unificate, spargendo sulla folla festante aroma di marianna e finti centoeuri. Seduto t’ha guatato non sentendosi coinvolto: ritmico l’anello coi rubini ticcheggiava sul bastone sacro, ma quello, almeno quello, sulla schiena non l’avresti sentito. T’eran bastate le sferzate dei sottoposti, dei beghini, dei sepolcri imbiancati, delle vecchie postulanti, dei rivenditori ambulanti, dei politicanti, dei verbi atrofizzanti, dei diserbanti, dei coatti, dei puristi, dei puri di cuore, dei santi santificati subito, dei commercialisti uniti, delle coscienze a nolo, dei campeggiatori, dei rivoluzionari senza rivoluzione, dei benzinai. Tutti ammassati in discesa per il loro turno. E gli sputi, e gli scarracchi, e i berci e gli sfottò, e i cori da stadio, uniti pur’essi come mai, sotto la bandiera del “Puniamolo”. Parlasti dal balcone, e un monosillabo non ti potè salvare, assurdo idealista. Pronunciasti il tuo “Io”, davanti alla massa che l’Io nega, a favore del plurale tanto, di quel noi che sottintende prono schiavismo. Coglione. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-3719219713152682821?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/3719219713152682821/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=3719219713152682821' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3719219713152682821'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3719219713152682821'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/11/passion-titprovvdi-materiale-magmatico.html' title='Passion (tit.provv.di materiale magmatico)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1384906865432402483</id><published>2007-11-12T14:54:00.000+01:00</published><updated>2007-11-12T14:56:36.147+01:00</updated><title type='text'>L'Uomo di pezza (vers. def.)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Finché la strada rampa verso un altro paese si resta nella luce della pallida illusione di libertà, ma quando le ruote volgono in basso percorrendo la deviazione tra le buche e s’intravede il primo ingresso, rapida scende la cappa sulla testa e non bastano le manovre a stornare la mente dal lamento, ultimo tentativo d’appigliarsi alla ragione per non lasciare l’aria, il sole; non basta ripetere dei banali gesti per credere che non si valicherà la soglia, non si entrerà ove la ragione lascia il passo alla follia inutile, ove ogni legge etica, pur essa ridicola davanti a quella della natura, convien che ceda, schiacciata dalla presunzione, dallo sbattacchiare priapesco del batrace, dal ciacolare altrettanto inverecondo della corte, depositaria di presunti poteri in assenza (rara) del fava.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Occhi ottusamente assenti oppure persi nei meandri di una realtà fatta di puro essere qui, fare una azione mille volte, mangiare senza gusto, riprendere e stolidamente ritornare a casa e trascorrere le ore serali con individui che pantomimano finzioni riparatrici dentro la scatola del male che pure s’è presa uno stipendio per entrare nella dimora. Poi nel letto voci che chiedono cose non più comprensibili e l’inconscio zittito tanto tempo fa non rilascia immagini consolatrici e chi ti sta accanto, di carne e d’ossa o di nessuna consistenza, ha lo stesso istinto protettore che tiene lungi scomode questioni.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i style=""&gt;-Sai dov’ero ieri a quest’ora? Al lago, sotto il sole.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Oh, bene, bello il lago…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;i style=""&gt;-Invece ora entriamo qui…&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Eh, sì, entriamo qui!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;[Quindi il senso di libertà… sotto il sole, al lago? Dopo code sull’asfalto e prima di altre code? In mezzo a bercioni, cicale e pingui bimbetti? Lontana la mente dalla vernice, ma persa in una bolla di assenza? L’essenza della libertà in un pugno di ore da lucertola?]&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Abbrancato al palo di mezzo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;ferreo, ma né corona né del chiodo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;di Iesù, discendo nell’imo lezzo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;ogni grado più molesto ed invece&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;lesto il materno cibo nella strozza&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;s’auna ed agogna lo sbocco.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Beccheggio ma approdo coi tristi lumi&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;rapiti dalla spira esterna di libertà&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;intuita e vagheggio la vaga etade&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;del cazzeggio nei calli della Leonessa.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Poi ancora sì lungi da me il niveo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;timer che timbra l’attimo in cui&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;ingobbito rauno le forze per pignere&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;su per l’erta ripa l’eterno masso.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Son già punito che saccente latra&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;la sirena.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;L’orrore: un piede sulla carcassa, stesa con accurato ordine sull’erba, di un orso bruno. Il ghigno, non dell’orso ma dell’eroico fucilatore, tronfio del suo trionfo e del trofeo. La vittima sacrificale dell’iddio pestilenziale sporge i bulbi oculari verso il buio della ragione squarciato dall’intuita ed ora, si spera, percepita serenità pastorale con altri… plantigradi, o lupi, volpi… vittime pur loro d’altri scherani del messo oscenamente scemo che scimiottescamente usa brandire sputafuoco, ché la daga colla panza sballonzolante poco s’ammoglia. Sopra ostia e carnefice, il cielo cristallizzato dalla fotografia: credo vorrebbe svanirsene… via e cedere il passo alle tenebre dell’Orco per inghiottire e cacare fuor dall’orifizio, lorde di liquame e merda e bitume e fresche rose ialle… , le quattro ossa costrette a sorreggere per troppi anni un bipede per fottutissimo caso.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Una riflessione: lo spray per attirare la vittima; odore di femmina in calore, l’ignaro essere s’avvicina fiducioso di poter creare famiglia con cui protrarre innanzi la sua millenaria stirpe quand’ecco dalle frasche spunta il cornuto marito d’una veloce svuotaminchia, rifle-munito fa pam pam e chi natura fece superiore, giace a terra dopo inesistente lotta per la sopravvivenza. Poi io brevetto odor di fica e me ne vò pel monno infame a spruzzare qua e là ed attiro più gonzi io che topi quel pifferaio e com’illo li guido verso ‘na rupe e giù che ruzzolano siccome li porci evangelici. Ma il mio l’è un sogno; quello spray l’è la realtà.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Di là dal vetro&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;il sibilo e lento&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;il figlio d’Africa&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;biancheggia le sputafuoco.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Fuori signoreggia il tuono&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;ed ora parca ora priva&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;d’inibizione scroscia&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;ma è acqua d’illusioni&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;sopitesi oramai di frescura.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Sale caldo tra gli occhi&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;m’inganno pensandolo sangue&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;ma la corona di spine&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;dell’uomo di pezza&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;fa solo …..ire.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Bercia il batrace&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;sbattacchiando la panza&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;eruttando lapilli di bava&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;e proiettili salini;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;contrae i lumicini a spillo&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;e cosparge d’offese la Trascendenza&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;cui non crede poiché crede&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;a quel che vede, e vede&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;danaro? Complotti? Spiedi?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ogni occhiata verso lo stereo da un orario sempre più vicino alle sei e cinquantasette, allorquando la radio prenderà vita, la campana scampanerà una prima volta, poi una seconda ed io porrò le piante dei piedi per terra cercando le ciabatte con cui ciabattare nel cesso, liberare il fratello del suo fardello e poi dirigere la carcassa in cucina, ove sbranare latte, cacao, pane e fetta biscottata. Poi la lavanda dei denti e del torace, della faccia e la seduta sul trono bianco, cercando di mollare un pargoletto marrone. La vestizione, gli ultimi preparativi, le scale, la macchina, il papà che apre il portone sul giorno che di nuovo non prospetta nulla. Abitudini? Chi non ha le sue abitudini? L’abitudine a vivere ci fa dimenticare la morte, disse un tizio; l’abitudine a pensare alla morte ti fa considerare la vita un’anticamera; l’atrio, sporco e puzzolente, ove qualcuno fuma, altri scoreggiano, altri guardano le crepe nei muri. Altri buscano il sollievo nella solitudine.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Vorrei incontrarti fuori dai cancelli d’una fabbrica,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;vorrei trovarti seduta sugli scalini a sonnecchiare,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;vorrei dirti –buongiorno, e che sia breve il giorno-,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;vorrei varcare con te la soglia del mondo bigio,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;vorrei avere pronto il ricordo azzurro dei tuoi occhi,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;vorrei sentire la tua voce nel frastuono delle macchine,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;vorrei intuire il tuo profumo agonizzante nel fetore,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;vorrei pensarti vicina, compagna, collega, sorella,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;vorrei, ma non ci sei e sodale è la solita signora&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;dal nero manto, ossuta, di poche e lapidarie parole,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;un tempo trista mietitrice…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Quando passi da un mondo all’altro, resti un po’ così… attonito; poi ti guardi attorno e la mente cerca di adattarsi applicando i soliti criteri per sopravvivere. Se riesce a farlo poi prova a darsi da fare cercando brandelli di sollievo, lacerti di qualche timido petalo non ancora appassito: e fallito un tentativo, fallito un secondo… principia a non avere più la voglia di provarci e si siede nel fondo… dove il secolo è il minuto. Si spegne, la mente, ultimo stadio del &lt;i style=""&gt;pacchetto sicurezza&lt;/i&gt; che la natura fornisce, talvolta; si rannicchia nell’angolo più buio attendendo la sera, la quiete, ove almeno la fantasia può sollevarsi e compensare la brutta realtà, ove il sogno sfiata… la pentola a pressione che ti pare lì lì per esplodere. E cerca gli amici, la mente, Carloemilio, Teofilo, Durante, Genio… al ballo mascherato della celebrità. E Suzie, Marianne, Sally col suo pesciolino, che non è quello del pagliaccio… e tutti insieme si va dove le creature strisciano sul tappeto, e le scale a chiocciola salgono sghembe, a trovare l’Artemisia Gigante e l’Ermafrodito e Rael, alla corte del re Cremisi cantando a squarcia gola –Johnny Barleycorn deve morire!-, attraverso una terra rosa e grigia, e Rino, Bizio, Ivan, Alan, Demetrio e i fantasmi della gioventù di Jim, Sid, Lou, Bob, Pete… ricordano che tutti, tutti moriamo a stento.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Immergi l’ennesimo calcio… che farà tua moglie appena alzata, che già le lenzuola dalla tua parte sono fredde? Ed il bambino, pacioso nel mordicchiarsi la mano, guarderà il soffitto bianco ed il lampadario colle api colorate appese per distrarlo? E la macchina del caffè sarà ancora sul fornello, macchiato dall’improvvisa eruzione, che forse la mosca ringrazia la tua sbadataggine, maledetta tra qualche ora dalla consorte? Poi osservi il calcio sgocciolare… e sgocciola via anche la tua di vita, tra le dita sempre meno leste ad afferrarne le fila, tra gli occhi meno attenti alle velette, tra le maglie ogni volta più strette ed i capelli radi… sulla radura ch’ormai il pettine trascura. Ripeti l’operazione, ed i colpi sul tavolo per fissare l’oggetto mortale, per sineddoche. Ed i passi… che n’è del tuo di sogno? Della terra patria lontana, della voce di tua madre tra i sirti? E la paga, quando ti darà la paga? Già spesa, giù, giù nel sifone consumistico del &lt;i style=""&gt;si deve&lt;/i&gt;, &lt;i style=""&gt;non si può farne a meno&lt;/i&gt;. Qualche soldo in più, qualche spesa in più, la ruota che non vedi, l’ingranaggio che non ti credi, che giri perché altri girano e perché altri ancora girino. Quattro ore passano, poi altre quattro e gli straordinari, ché non si sa mai. A casa la giornata è passata, un’altra apparirà per sparire. Tutto gira, un altro calcio, le rughe, i passi, le sigarette.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ov’è Chiara il passerone?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ove la maestrina?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ov’è Zora la vampira?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;E la cerbiatta leggera?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ove Fotide la tanta e&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Laetitia?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ove Bighellonauti cari e &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;ove le carole i ghigni i berci e&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;i caffè?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ove&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;i calli dell’urbe&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="" lang="FR"&gt;moje de’ re dela savana?&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;E ove Susan, Marianne, Berta, Aida?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ove l’etade del pensiero che si pensa e&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;l’es, l’ego e il super ego, &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;la tesi, l’antitesi, la sintesi?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ov’è il sogno e Calderon?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ove le fole, le fantasime, le ubbie&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;le strolaghe? &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Attorno al falò di Tommy Joad? &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;A tavola con san Pio V?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Sguazzavo in un’acqua non mia. Favorito dalla contingenza prima dei ventidue, m’ero permesso di sentirmi in una pozza diversa, soddisfacente benché ascosa alle genti. E m’ero assuefatto, seppur sentendo sempre in me un certo qual presagio, un campanellino che talvolta trillava per ricordarmi che il tempo poteva e doveva scadere. Pur sapendolo, pur pensandolo, mi son lasciato sorprendere. Ed abbattere. Preso di forza e rimesso nell’ambiente&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;che mi dovea essere naturale ho principiato a boccheggiare, non riconoscendo più le natie mura della solitudo. Spiazzato sapendo dove il bomber avrebbe tirata la pelota e mai goal mi punse di più. Ingenuo? No: la scema mente che abbarbicata alle fole della vita pinta a parole, non s’avvede presta dei fatti, maggiormente letali. Sicché nello stagno che mi s’era destinato vent’anni or sono, per dire, m’è pigliato il panico: sembrava non essermi familiare nulla eppure v’era il mio ancestrale odore, il lezzo della decomposizione mentale avviata sui banchi della scola e solo ascosa e velata dalla supposta compagnia carnale. Che forse dovrei ringraziarlo il fato per avermi fatto risparmiare dindi, con cui rispondere al richiamo della foresta e svelare l’inganno sotto el dorce miele. Con ciò che pure le lenti sui lumi mi doveano avvisare di propinqua cecità e li cavei sempre più all’aura scarsi, sibillarmi l’abbandono: eh, ma ci dovevo cascare e ce son cascato, da perone marcio. Piano piano però principio a vederci chiaro, a riconoscere le fanciulle mura, le catene, le sbarre ove volevo chiavare er core mio. Ora che torno nell’ambiente che m’ero cercato ancora non so come guardare gli ormai passati scorni d’aver creduto realtà quella che vedevo. Si raccoglie ciò che si semina, e se non si semina niente, niente si raccoglie, lapalissiano. Sento uno strano stordimento, una leggera nausea, come se vedessi qualcosa senza capire cosa sia e nemmeno volessi capirlo eppure restandone soggiogato. In quale tempo vivo io? In quale stagione?&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Una mossa, quella giusta: confine tra una partita vinta ed una persa. Uno fallace, l’altro che non può sbagliare mai. C’è solo la sconfitta nell’orizzonte del primo, non speranze, non sogni, ma il progetto per perdere il più tardi possibile. Il finale è scontato; prima una lenta, nella migliore delle ipotesi, ma continua perdita di posizioni, materiali, capacità; ma se appunto l’esito ben si sa quello che sarà, non v’è illusione, non angoscia, non pretese disilluse, solo la lotta per cedere meno in fretta di quel che parrebbe. Tutto nell’ottica della sconfitta assume un valore diverso, un non valore, data la sua inutilità al fine dell’esito; ma almeno è quello che è, nudo e crudo, scevro di false toghe illusorie: qualcosa che può esserci come non esserci, senza influire, senza svolgere questo grande ruolo che invece nelle pretese solite gli viene attribuito. Nessuna disperazione, nessuna rinuncia, nessuna soddisfazione. Una calma nel sottosuolo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1384906865432402483?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1384906865432402483/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1384906865432402483' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1384906865432402483'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1384906865432402483'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/11/luomo-di-pezza-vers-def.html' title='L&apos;Uomo di pezza (vers. def.)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-3733579265941347754</id><published>2007-10-23T21:15:00.000+02:00</published><updated>2007-10-23T21:16:54.091+02:00</updated><title type='text'>22/10/2007</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Lunedì. Le chiese sono chiuse. Esercizi commerciali per lo smercio di fole e speranze e argomenti di cose che non appaiono. I battenti lignei in fronte a noi: chiusi. E come facevo a spiegarti la pianta del Duomo Vecchio con parole che non conosco? Senza mostrarti il respiro rappreso giù nella segreta di tempi lontani, senza locchiare l’occhio di Geova, senza la croce aurea, senza il doppio filare di banchi, ove non puoi che sentire il lamento di fedeli delusi per parusie mai verificatesi? Chiusi, i templi dei cristiani chiusi come negozi di chincaglierie… e poi non pensar male, non associare commercio e smercio, e monete tintinnanti nelle cassette in giro per terre teutoniche, per far incazzare monaci separatisti senza manco volerlo, né pensarlo. Aperta, la natura, e i fasti esterni di romana memoria, illusione d’essere nella città eterna, grazie a chi lavora come per un puzzle con pochi mezzi e qualche fiducia. Bianco o rosato, l’originale? E non mi fai questa domanda, sotto il cielo grigio che rende l’aria più calda per noi, perché si possa andare a spasso su sassi ove incespichi, ben lungi dal volerti reggere alle triunfline braccia. E la scacchiera, oramai simbolo di sodalità perse in terre cangure, in patrie teutoniche, in paeselli di bassa nebbia, in corride coi tori e toreri… e io qui a mostrartela, sì da farti entrare nella cerchia che lo sa, che sa di antichi bighelloni seduti sul bianco a farsi una partitina, con il gladio appoggiato ove ora solo corone di metallo permettono che tutto non caschi in un tonfo scazonte. Il poggiolo, t’è piaciuto il poggiolo affacciato ove la bomba trafisse il perbenismo e i sogni di qualche gioventù mai più prossima alla senectute? I neri matti e la campana, una piazza vuota, qualche sparuto piccione senza manco la voglia di cacare. E la bianca scalinata? Non l’avevo mai… scalata, né mai avrei pensato di farlo in un giorno di ottobre. E ritornare sui passi mattutini, lungo le vie verso il pezzo d’Africa colonizzante ove sferragliano via treni sempre in ritardo. E quel pensiero legato all’addio o all’arrivederci: ci pensavo ancora prima di vederti: come ci si saluterà? Si ripetono i passi, i tocchi sull’asfalto, i cappuccini e le macchinine dentro vetrine, esposte da bimbi adulti. Poi via verso il tramonto, verso il giorno successivo, tra il solito da farsi, tra il dire cose il cui valore sfugge come neve primaverile. Non sono ritornato indietro, non faccio mai le cose giuste, non mi riesce la tombola, manco scommetto. Ma certo ci ho pensato: ed è un po’ come farlo, lo sai, volevo ritornare sui brevi passi e ripetere il saluto. Ma poi? Riparte il teatrino, le marionette guardano i fili sconsolate, Sisifo ripiglia la pietra: il momento della consapevolezza è durato un dì. In dolce compagnia. (A Lori, per la quale tutto è chiaro)&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-3733579265941347754?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/3733579265941347754/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=3733579265941347754' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3733579265941347754'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/3733579265941347754'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/10/22102007.html' title='22/10/2007'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-6977121604168780841</id><published>2007-10-13T19:46:00.000+02:00</published><updated>2007-10-13T19:47:48.013+02:00</updated><title type='text'>Mah</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;Scrivere…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Quando la voce ti si abbassa sottosuolo, quando la testa duole e il cuore stantuffa olio di gomito.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Scrivere… anche quattro pensieri in croce.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Sento le mie parole volare via falene notturne, cazzate diurne. Vuote di senso e di destinazione. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Le ascolto: partorite dalla contingenza, in seguito ad una domanda, ad una esigenza, ad un qualche istinto di sopravvivenza. Parole incestuose. Parole handicappate. Parole amorfe. La colonia degli Amorfi. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Scrivere… e non sentire altro che una goccia nell’acquaio riempito di liquido salato, altro che fontana malata.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Scrivere… ma se non ci sei… che cazzo scrivi?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Scrivere… per non morire, ma si muore un poco, per vivere. Le parole ribolliscono dentro, poi sbucano fuori, nate morte: e fluttuano via, anime. Psicopompo verboso. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Scrivere… ad un crocicchio c’è un crocchio che scricchiola sussurri e voci di corridoio. C’è una crepa ovunque. Appoggiato alla lavagna: there’s a crack in everywhere. È così che la luce passa.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Scrivere… bisogna accendere il lume. Porca troia, la mia mente è in un cul de sac.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-6977121604168780841?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/6977121604168780841/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=6977121604168780841' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6977121604168780841'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6977121604168780841'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/10/mah.html' title='Mah'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-4603189175876091316</id><published>2007-10-08T20:58:00.000+02:00</published><updated>2008-12-11T00:55:39.182+01:00</updated><title type='text'>Il presente</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/Rwp-gR8qtVI/AAAAAAAAAAc/LgXxG9KJfmw/s1600-h/DSC00001.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://4.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/Rwp-gR8qtVI/AAAAAAAAAAc/LgXxG9KJfmw/s320/DSC00001.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5119043019498763602" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Non è chi non veda il semaforo rosso nella mia testa&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-4603189175876091316?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/4603189175876091316/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=4603189175876091316' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4603189175876091316'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4603189175876091316'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/10/il-presente.html' title='Il presente'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/Rwp-gR8qtVI/AAAAAAAAAAc/LgXxG9KJfmw/s72-c/DSC00001.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-9207276407486887641</id><published>2007-09-30T09:29:00.000+02:00</published><updated>2008-12-11T00:55:39.370+01:00</updated><title type='text'>30/09/2007</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/Rv9Rex8qtUI/AAAAAAAAAAU/XrXsyOTJkDg/s1600-h/100_0468.JPG"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://3.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/Rv9Rex8qtUI/AAAAAAAAAAU/XrXsyOTJkDg/s320/100_0468.JPG" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5115897290961892674" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:180%;"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;TANTI AUGURI&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family:arial;"&gt;LORI!!!!!&lt;br /&gt;BUON COMPLEANNO!!!!!!!!!!!!!!!!&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;(E IMPARA DAGLI AUSSI A LEGARE LA BICI IN QUELLA MEDIOLANO DA BERE!!!)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-9207276407486887641?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/9207276407486887641/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=9207276407486887641' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/9207276407486887641'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/9207276407486887641'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/30092007.html' title='30/09/2007'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/Rv9Rex8qtUI/AAAAAAAAAAU/XrXsyOTJkDg/s72-c/100_0468.JPG' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-4824211335672924449</id><published>2007-09-27T11:16:00.000+02:00</published><updated>2007-09-27T11:23:26.853+02:00</updated><title type='text'>A present</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;Lei non ti dice mai da dove è saltata fuori.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;È solo ieri, non importa se è passato,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;mentre il sole brilla&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;e nella notte buia&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;nessuno lo sa, lei viene e va…&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Arrivederci Ruby Tuesday&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Chi ti po’ catturare in un nome&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;se muti con ogni nuovo giorno?&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Finché mi mancherai.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non ci si chiede perché voglia essere così libera.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Lei ti dirà:-è l’unico modo per vivere.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non puoi metterla in catene&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;dentro una vita che sai vuota.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;E nulla vale un tale prezzo.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;“Non c’è tempo da perdere” ha sussurrato,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;“piglia i tuoi sogni prima che scivolino via&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;morendo ogni volta,&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;perdi i tuoi sogni e perderai il senno&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;è ingiusta la vita, vero?”.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Arrivederci Ruby Tuesday&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Chi ti può cristallizzare in parole&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;se muti con il corso d’Apollo?”&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Finché indulgerò nel ricordo. &lt;/p&gt;  &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Liberissima traduzione del capolavoro dei Rolling Stones, Ruby Tuesday: ho pigliato anch'io il soprannome usato da Jagger e Richards e dedico canzone e testo ad una fanciulla in partenza. Perchè Ruby le si addice? Lei lo sa. Perchè martedì? Sa pure questo.&lt;br /&gt;Buon viaggio Stefy, che Apollo ti benedica.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-4824211335672924449?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/4824211335672924449/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=4824211335672924449' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4824211335672924449'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/4824211335672924449'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/present.html' title='A present'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-7903946058194481471</id><published>2007-09-26T15:44:00.000+02:00</published><updated>2007-09-26T15:46:23.644+02:00</updated><title type='text'>Aperitivo</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non ci volevo andare, cazzo! No! Non ci volevo andare! Teste David cum Sibilla, o Majin Bù, o… Odino, qualcuno che testimoni che io non ci volevo andare ci sarà, epperdio! Che se poi non mi volete credere, allora andate a farvi fottere, o non leggete, dato che della vostra comprensione, o pietà, o… o critica, m’importa ‘na sega elettrica. Ma ci sono andato: tutti a dirmi: -e sei un misantropo –e morirai nella tua polvere –e non sai vivere – e non sai che ti perdi… e cagate così che ben conoscete, miei tre-quattro lettori, miei cagacazzi soliti, trinciagiudizi da botteghino del salame d’asino, con rispetto per l’orecchiuto sodale, germano, esempio di lungimiranza imbecille e stoica. E ci sono andato: che ci devo fare? Me ne sto lì davanti al quindicipollici aziendale per otto ore a menare il can per l’aia, a spulciare quattro bolle di a da in per con su tra fra… a cercare donnine prone nella rete e scaricarmele sulla chiavetta onde sognar di chiavar colle medesime, mentre, seduto nella mia tana, brandisco il fratello di nessuna battaglia, di nessuna presa della Bastiglia, a pagamento o per volontario spalanco di cosce olezzose e ingannatrici. Otto ore di scaricamento merda giù&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;per la discesa della Santa Madre Azienda e pause e pranzo e banana e brioches, sempre nelle tasche della Piovra Tentacolare Economica. Ma a voi ikkè ve frega? Ecco, sì, li vedevo ciacolare come sempre, levando la mia pelata sopra lo schermo cosicché i lumi facessero il loro servizio, dico, li guatavo fare un cazzo pure loro, ma lavorare di lingua, saliva, denti, mani, sudore e mentula ritta e subina grondante… alquanto, tutti lì alla scrivania della Vippi che se la chiamassi io così me menerebbe il pippo per ore denunziandomi al capo, al capo del capo, alla Santa Inquisizione, agli amici suoi guaglioni. La passeraccia se ne stava di tre quarti sulla sua sua cadrega rossa ottenuta con fellazioni straordinarie, il gomito sulla nivea scrivania, il biondo crine gemmato scarmigliato ad hoc, la camicetta aperta giusto per mostrar la valle tra le due poppe della Mesopotamia che vide alle sue falde più di un Isacco di Ninive… rossa, ‘a camiscetta soa, la microgonna nera sulle cosce diafane e li tacchi da zoccola de ‘a Mandolosa… tutto bene in vista, merce alla mercè de li colleghi libidinosi ma privi di possibilitate armeno fin quanno la barbella c’avrà l’età e la pelle per li yacht, poi però, si nun l’arà truat er gonzo ricco da spellà, mo je toccherà er colleghino, o er spazzino per scovolognà ‘a subina e mantener la sua tracotanza. Insomma la Vippi teneva banco sbavazzando attorno e i lapilli di bava li coglievan felici i dù zozzoni der marchetingo aziendale, il Vanni e il Poppi, la valchiria della valle raminga, la Giuni, e il nano puzzolente e gaio, il Bucio. Id est: tutto l’offizio braveggiava al table della Vippi, tranne me, pelato, occhialuto, mezzosegaiolo. Raggiunsi la picture d’una slava impallinata da un verro e ghignando serafico risollevai i lumi verso la Vippi iusto in time per vedere l’assenza delle mutandine e udire un gridolino di piacere dacché il nano puzzone s’era preso la briga di estrarre qualcosa di prezioso dal suo giocondo taschino, frate del gonnellino di Eta Beta, ma ferente sole minchiate. Giudicai la Vippi passabile anche dal verro… ma solo perché sono foioso, invidioso, sfigato, boaro, e finito, valligiano. Loro, cittadini, la crema della società, del consorzio umano, del monno impiegatizio e vattelapesca. Pure la Giuni, solita a dirmi oltre il ciao ordinario anche frasi come: -ekke cazzo fai?... pure lei gridolinava in preda ad un orgasmo tantrico che nun saccio che vor dì. Bah, salvata la foto, me ne stiracchiai la schiena, facendo cric-croc… e sentii la profferta del Vanni: -Aperitivo? No, minchia, no, l’aperitivo, no! Tutto, gas nervino, napalm nel culo, ma no l’aperitivo, no! Cominciai ad occultarmi, a sparire: bastardi, lo sapevano che odio l’aperitivo, ma son di strada, pezzi di merda, mi invitano per ridermi in faccia, per soffocarmi nel loro verbo mostruoso, per spingermi al suicidio. Ogni volta mi invitano, balocco da sbaloccarsi prima di ire nelle villule loro, nei pubi, nelle palestre, o dove vanno a passare la serata loro must, very, very must. E ogni volta: ho il cagotto, ho fretta, ho un impegno, è tardi… e sfottono di più. Ma l’ultima, giusto due sere fa, m’ero ingabbiato da solo, avevo detto: la prossima volta vengo, ma cristo, perdonatemi, pensavo di morire ieri, o che morissero tutti loro. E&lt;span style="display: none;"&gt; Ei loro.biato da solo, avevo detto: la prossima volta vengo, ma cristo, perdonatemi, pensavo di morire ieri, o che morissero tu&lt;/span&gt; invece no. Eccoli: -sì, dai, ape, ci si vede là, okkei, poi si va… . No, non guardatemi, non guardatemi, bastardi… sempre più giù, avevo visto uno scarafaggio sotto il case… e invece: - ehi, A., stasse vieni anche tu! Ricordi? La Giuni, troia fottuta di ganna: - ah, eh, ecco ho un impegno… . –eh, no, caro, stasse vieni pure tu. Il Poppi, mefistofelico fijo de ‘na mignotta. Così, cari vicini e lontani, levai il mio bolso cadavere e sull’attenti dissi che sì, ci sarei andato, parola è parola. –Evviva! Chiosò la Vippi già ghignando, lurida spompa gessati aziendali. E ci andai, come vi dissi. Trillò il campanello e tutti uscimmo, io ultimo, lontano, appestato, testa china. Loro davanti a berciare sempre e comunque, ad imperlinarsi scambievolmente, a tessersi elogi e progettare inculate scambievoli, schiavi ipocriti merdosi. Il bar era poco lungi, grandio, almeno quello: io sempre dietro, cane bastonato, seguivo il lezzo delle barbelle e la bauscia dei paini, liete loro carole, alti loro cachinni. E bestemmiavo in me, iddio, li santi quattro evangelisti, angeli, arcangeli, troni, potestà, virtù e dominazioni, e quanno ‘a Candida s’era impaurita… giungemmo al loco d’ogne intelletto muto: il Bar Strogolo, pullulante di impiegati allo sbando, e tintinnante come una legione di cristalli di Boemia, il ritrovo prima delle missioni uterine e cardiovascolari di quei cittadini principi dell’umana spezzie. E c’era un table libero, porcogiuda, manco a farlo apposta: via di filato verso le sedie, giù i culoni, ecco il vespillone col farfallino verde, ecco le ordinazioni, carte per la conversazione per tutti, e bacardiaperolgingercrodinocolbianco e patatine e olive e vaffanculo. Gighe e sarabande, sudore e ghigni, poppe che sobbalzavano, scroti che sgrondanavano, saliva a flutti, esse sbiascicate a vanvera, passere deflorate e pippi spippottati, senza sosta, senza ritegno, senza sacramento. E io lì, solo nella pazza folla di coglioni, scoglionato e represso, fumiginante sulla cabezza e loro giù di macchine, palestre, night, yacht, tennis, uccigucci, coccoscianel, mascara, pizzi merletti e tanto, tanto sperma profuso a profusione, che nun je manca ‘a fame a ‘sti zozzoni. Ecco, c’ero andato perché dovessi sentirmi inferiore, indegno, inetto. Fuggii. Pagai tutto io. Nessun grazie. Tutto dovuto. Prosit. Merda a gogo. &lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-7903946058194481471?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/7903946058194481471/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=7903946058194481471' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7903946058194481471'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/7903946058194481471'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/aperitivo.html' title='Aperitivo'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-1585654993568155825</id><published>2007-09-23T11:55:00.000+02:00</published><updated>2007-09-23T11:57:01.740+02:00</updated><title type='text'>Inside</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Sono un autodidatta. In qualunque cosa è molto di più quello che ho imparato da solo che ciò che invece m’è stato insegnato; non c’è alcun compiacimento, solo la riflessione che l’innata tendenza&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;alla solitudine s’è portata appresso questo onanismo multiforme e sfrenato. Non che io abbia mai negato al verbo o all’azione altrui di giovarmi o almeno condizionarmi: nelle basi, nella costruzione della struttura influisce molto, troppo, il lavorio di fattori esterni che, se tali restassero, esterni, tanto male non riuscirebbero a farlo: ma quando s’impongono come interni, il danno è già fatto. A tal proposito mi ha sempre incupito il senso di impotenza nemmeno percepito: quando si è bambini, si è pasta inconsapevole nelle mani altrui senza poter opporre niente, ma senza nemmeno sapere che si dovrebbe fare una qualche opposizione; si è in balia degli eventi, della struttura sottostante gli educatori, oramai esseri non più consapevoli delle loro fratture interne, ovvero consci, ma capaci solo di bendaggi persino più dannosi della ferita stessa. In effetti io non ho mai aderito al cerchio della vita, al ripetersi delle stesse cose: solo perché mi sembra banale: delicta maiorumque immeritus lues, è già tutto lì, nella sapienza latina che scopiazzava la greca che scopiazzava l’orientale e così via. Ma al semplice tapino che importa tutto ciò? Non ci si può curare di ogni pettirosso caduto, finisce che ci si cura o ci si potrebbe curare solo di sé, pettirossone caduto e splattato sulla via di una vita qualunque. Quali danni sono stati fatti in me? È possibile distinguere il danno provocato dall’esterno dalla qualità innata? Penso di no, sarebbe un vantaggio eccessivo per quei bighelloni di psicologi intenti a dipanare la matassa dell’es-ego-superego, conditi dai vari complessi con un pizzico di vanità nel transfert. Gli anni da chierichetto, il catechismo m’hanno forse impedito di riuscire a vedere oltre la farsa, oltre lo sfarzo, oltre il superficiale e vederci niente? O la scuola stessa: piena di nefandezze e purulenta di ignoranza; quali vie m’ha sbarrato? Un professore alle medie disse ai miei che io ero diffidente: quindi non mi fidavo… i miei se la presero, al contrario già allora a me sembrò giusto: proprio così, non mi fidavo &lt;i style=""&gt;di principio &lt;/i&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;di nessuno, di nessuna verità, di nessuna opinione… senza averla sviscerata, ora direi destrutturizzata, ma da piccolo che ne sapevo? Conoscevo solo un’impressione: l’incomprensione; non degli altri verso me, ma mia verso gli altri: non mi era chiaro il perché sbatacchiassero per alcune questioni, perché si facessero certe domande, perché non vedessero oltre… oltre cosa, non sapevo spiegarmelo. Imparai a leggere, a scrivere ma non capivo perché si desse così tanta importanza a cose che mi parevano naturali. Ho il sospetto che le continue malattie m’avessero educato più di persone in carne ed ossa: ha ragione Fante, in merito a se stesso e a Dostoevskji: la malattia ti pone in un certo qual modo in stretta parentela con la sofferenza, tua ma anche altrui, e in definitiva ti affianca anche al sentimento della caducità del tempo, della precarietà dell’esistenza, al sentimento della morte. Io non saprei dire chi altri sennon &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;le malattie, m’abbian potuto inculcare nel cervello che niente dura, niente è così importante… tutto muore, perché altrimenti non sarebbe nemmeno vivo. Per questi pensieri non ravviso cause esterne, fatta eccezione per i libri: ma quelli vengono più tardi, dopo i pensieri di un bambino, &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;in realtà solo abbozzi, niente di formulato ed elaborato, ma sensazioni, forti ma non decifrabili. La fragilità: sono sempre stato e lo sono tuttora, un essere fragile: eppure non si spiegherebbe il perché io non abbia mai rinunciato a quello che mi si chiedeva di fare o che per un attimo volevo fare; non si può scavalcare la questione che da qualche parte sono andato e sono arrivato. Ho sempre fatto tutto senza sentirlo veramente, senza crederlo essenziale, fondamentale, importante, ma solo così, perché andava fatto: tanto poi tornavo nel mio mondo che per tanto tempo è stato pieno di ninnoli, almeno finché anche questo universo consolatorio s’è svelato per quel che è: nulla. Quindi, da una parte la capacità di fare quello che serve, dall’altra l’incapacità di credere: la prima sì, mi sembra frutto di mani altrui che han agito sulla mia pasta, o dell’ambiente stesso, delle circostanze. Ma la seconda: nichilismo di fondo, interiore; relativismo innato; l’Assurdo: sfiduciato ma non disperato; negatore ma non rinunciatario; insoddisfatto cosciente. Marinaio di un vascello alla deriva. Oh, non naufragare.&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-1585654993568155825?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/1585654993568155825/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=1585654993568155825' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1585654993568155825'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/1585654993568155825'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/inside.html' title='Inside'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2557738360661369349</id><published>2007-09-19T16:19:00.000+02:00</published><updated>2007-09-20T09:53:28.422+02:00</updated><title type='text'>18 settembre 2007</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Seduti sui gradini dentro al Duomo Vecchio guardavamo il dipinto di un’altra età: nell’aria la gregoriana melodia che non riuscivo a non pensarla frutto di un mezzo fuori luogo, uno stereo inappropriato. Ti chiesi: cosa viene a cercare la gente qui dentro? Un'altra avrebbe risposto: la fede, senza sapere di che si tratta. Tu mi dicesti: vogliono solo dirsi di esserci entrati, di averlo visto. Hai ragione: quante persone fanno una cosa solo così, per dirsi ecco l'ho fatta. Mi piacciono i contrasti: io, non certo il principe dei fedeli, incapace di abbrancarne anche una a caso, di fede, dentro le chiese mi sento sempre a mio agio, non sento alcunché di diverso dall’aria fredda e dall’odore di cera o di incenso, non vedo altro che dipinti, sculture, e, se ci rifletto, bugie. Ma mi trogolo ove è richiesto il vuoto, per riempirlo d’assenso. Attraverso il profilo dei tuoi ricci, il crocifisso: quello lì, esemplifica la vita, che non è solo un correre verso la morte, ma un salire il Golgota, con la propria croce sulle spalle: non ti ho aggiunto che solitamente di Simoni di Cirene non ce ne sono, perché forse tu ne troverai. Con una persona intelligente anche quattro chiacchiere sono interessanti, anche in un Duomo, anche in una cripta che sempre mi narrerà del tuo volto. C’è uno stacco tra la realtà e il sogno? Il varco è qui? Camminavo con te sentendomi come sempre avanti di dieci anni, quando tutto è ricordo sbiadito, i volti ombre, gli odori impossibili da richiamare. &lt;i style=""&gt;Non recidere forbice quel volto, solo nella memoria che si sfolla, non fare del grande suo viso in ascolto la mia nebbia di&lt;/i&gt; &lt;i style=""&gt;sempre.&lt;/i&gt; Eppure va così, nonostante l’opposizione: col tempo l’acqua scava buchi nella roccia; ma il tempo non è che un filo che sfugge via tra le dita sempre meno precise. Il silenzio, la pausa bianca tra le parole: ricorderai il berciare pseudopolitico di quel predicatore in piazza? Anche lui troppe pause: ci deve pensare su. Ed intanto lassù lo sfottono. Come la vita, che ghigna mane e sera, alle spalle di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ancora Montale, sempre le stesse cose. Bisogna saper ascoltare: i genitori, gli insegnanti, il guaito del cane, il sussurro dei vecchi, il fischio del vento, il richiamo della natura; c’è però di più nel non detto che nel detto; o nel dimenticato, perché forse ci si ricorda solamente di quel che fa più comodo, o meno male. Non lo so, io non so niente. Una panchina: ricordi la vecchia davanti a noi? Ha ragione Svevo, il tempo si cristallizza e non vivono più giorni campali; ma non serve essere vecchi, basta guardarlo il tempo, la freccia che dall’arco scocca, e frettolosa fugge verso il bersaglio, non è che la stessa freccia che, se se ne chiedesse il senso, cadrebbe a terra inerme. I tori? I luoghi comuni, per esserlo, comuni, devon corrispondere alla verità. La cognizione del dolore: volevo scriverci la data, come ricordo di un dì, o di una estate intera, stand by me. Per chiudere, la scacchiera: ricordatene, è lì, e lì resterà dopo di noi, sempre che un qualche accidente non le capiti; a quel livello del terreno, un’altra vita, ma gli stessi problemi legati al tempo, al da farsi, al da dirsi, alle pause senza senso. Ci giocavano col legno, credo anch’io, e forse han levato al testa e sopra loro sono apparsi due volti sognanti, uno sotto la pelata, l’altro sotto i ricci rossi. Il tempo: nient’altro che illusione; e la corriera blu, e il bus arancio eccetera eccetera. Come un santino, protettore solo supposto: nella terra dei cazzi e dei tori ci vengo come pensiero, finché evaporerò come l’acqua sull’asfalto dopo la tempesta. (A Stefy)&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2557738360661369349?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2557738360661369349/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2557738360661369349' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2557738360661369349'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2557738360661369349'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/18-settembre-2007.html' title='18 settembre 2007'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2001672548704202070</id><published>2007-09-17T11:49:00.000+02:00</published><updated>2007-09-17T11:52:27.959+02:00</updated><title type='text'>Centro Commerciale (bozza)</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;In una giornata qualunque d’una vita qualunque, entro nel Centro Commerciale, paradiso del travaso di euri dalle tasche alle casse o da carte di… discredito alle banche prodighe di prestiti favorevoli per il contribuente – elettore che abbiamo in mente noi e che, sicuramente, avete in mente anche voi; dico, entro nel limbo alle quindici precise, o tre pomeridiane, e già il passaggio al primo girone dopo l’atrio comprendente Bar, Spizzico ed Edicola, mi fa brancolare come corpo in rivolta brancola. Gigi mi guarda perplesso, lo rassicuro nella mia moribondità dovuta al nuovo locale pieno di gente, gli faccio un gesto d’assenso e lui si volta.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Nel limbo trogolano esseri purulenti e già s’accapigliano al banco del Bar per avere quella brioche foruncolosa di crema giallognola; guardo una signorina a fiori brandire lo scontrino sbavando che il numero dice chiaramente lei essere l’eletta e l’altro, un bambino cresciuto a crema di cioccolato dacché il culone lo tiene un po’ troppo indietro, paventa diritti sociali ed etici. Volgo i miei tristi lumi ed ad un tavolo una mammina è intenta ad infilare un cucchiaino pieno di gelato nella boccuccia d’un neonato che presto dilagherà cacca molle nel pannolone, il papi non li osserva ma è invece intento a guardare qualcosa nell’Edicola: cerco di seguire il raggio della sua vista ed incoccio un calendario del duemilatre dove una barbellona ammicca intelligenza e profondità salubre: beh, mio caro, pulisciti la bavetta, il tuo di danno l’hai fatto, facci una croce sopra e corri a casa per controllare al televideo la Borsa dove sicuramente avrai perso qualche identità pecuniaria. Ma nel limbo poi male non si sta, in fondo anch’io apprezzo molto un caffè ed in Edicola qualche libro dormirà saporitamente il sonno di chi sa che non gli romperanno i marroni, a differenza dell’inserto contenente la duecentottesima parte del galeone della flotta dell’illustrissimo re di Pomponia.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Gigi è già più avanti e mi faccio lesto per raggiungerlo nel primo girone che celebra l’acquisto di ciò che il caro amico cerca: le Scarpe. Mostruose quantità di colori, odori, stringhe e strap, cuoio, pelle e tessuto con gomma e… e che ne so io ancora… camminiamo rasentando pile di scatole ed il volto di Gigi mi chiarisce che nulla lo chiama per davvero, e mi spiace, giacché io di voci ne sento tante, ingannatrici, di scarpe che promettono comodità, velocità e grande durata; peccato che a queste mirabilie io faccia attenzione come alle profezie dei vegetariani… troppa grazia mi stordisce, ce ne fossero di meno potrei valutare, giudicare, ma così… che ci capisci? Ne prendo una, destra, e quella sorride: -ehi, m’hai scelta!-, ma che dici, facevo così per darmi un tono, pussa via, torna al tuo posto megera! Gigi è sempre più sconsolato, sicché mi faccio avanti e suggerisco di proseguire il viaggio visto che poi potremo tornare indietro, noi sì, non come Dante in ben più fatal andare!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Baldanzosi avanziamo nel girone dei Vestiti di varie fogge: fa sbalordire la bella divisione tra quelli per ricchi, quelli per gente “di un certo livello” e i restanti, per gli straccioni. Trasecolo ma l’amico mi conduce nei mediani e scodinzolo dietro a lui; non appena osservo delle magliette con malcelata attenzione una forte sirena trapassa l’aere e i timpani degli astanti: due checche mi si fanno appresso: -lei! Lei non è alla moda! Si vergogni! Favorisca uscire e si rechi immantinente al reparto straccioni di sinistra!-, balbetto che quelle cose lì mica mi parevano così belle, ma di fronte ad un cazzotto promesso sbaracco via e mi accuccio nel posto assegnatomi dalla sorte ria e vessatrice. Tutti tirano un sospiro di sollievo pari al mio quando vinsi una battaglia contro un virus nel mio computer ed applaudono ai cerberi fricchettoni; Gigi solidale mi raggiunge impettito vibrando il pugno in alto in segno di vendetta: lui ci poteva stare in quanto individuo visto spesso in locali alla moda, io no, merdina cogli occhiali e vestiti frusti e rifrusti. Eppure le cose nel reparto straccioni tanto brutte non sembrano e neppure i prezzi paiono bassi, ma tant’è che non ce ne frega un cippirimerlo e saltiamo nel nuovo girone.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Subito mi sento più a mio agio, covando in me il caro fanciullino di sempre, attorniato da giochi di ogni risma percepisco maggiore affinità spirituale; purtroppo questi posti danno il meglio di loro solo negli angoli nascosti dove i ludi elettronici e le bambole robot non ci possono stare sennò chi le vede! Guai a trovare in evidenza ancora qualcosa di semplice e di sentimentale, che ecceda i microchip ed i personaggi dei manga; ma almeno nel bailamme delle jeep miniaturizzate a reazione e ai cani semi automatici con piscia incorporata e pronta ad innaffiare i finti stipiti… ci si può illudere e fantasticare un po’. Spero che i bimbi li lascino ancora arrivare al di là delle immagini della tivvù, dei monitor lcd, oltre la fisicità in plastica di un super Sayan in dimensioni reali (?), per scoprire dietro le tende della imposta pseudo-ragione, le distese senza confini del sogno, della fantasia personale, dell’illusione prospettica e delle dolci nenie.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Mi riscuote Gigi dal mio torpore davanti ad alcune macchinine di metallo, noi si cercava una scacchiera… ed è una piccola sorpresa trovarla… ma, poi, gli scacchi sono un gioco? Bramerei esserne un sufficiente, almeno, praticante, ma troppa matematica, calcolo… e perdo, perdo. Ma sì, andiamo oltre, altri inganni ci attendono sornioni: no, qui no! Non ci voglio entrare! Mi sento male solo ad avvicinarmi al girone dei Profumi… e che colori strafottenti ed infingardi! Guardo candele bizzarre e ricordo il Priapo ma nessun sorriso sale sul mio volto, troppo molesta l’aria violentata da invisibili mostri con nomi francesi adducenti ad alcove di eunuchi, o alle tane delle madame Dorè. Ficco lo spaventato naso all’interno della mia maglietta, meglio l’odore del mio sudore che un lezzo di barbellona immersa in fragole e viole e rosmarino e andiamocene, perdio, che qui si schiatta!&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Passiamo dinnanzi ad una vetrina: spiaggia assolata… come potrebbe essere diversamente? Palma perfettamente inclinata, un uccellaccio osserva l’infinita ilarità di tre disadattati in pedalò, “Vai in pedalò alle Bahamas!”, bello slogan, accattivante e malato di epatite nel cielo blu pre-buco nell’ozono, “Con Carontour!” e nessuno che li batta con occhi di bragia, ‘sti tangheri. Siamo nel settore Viaggi e là un cartellone ceruleo promette certo sentiero per Shangri-là, certo nel senso di sicuro, eh, beh, basterebbe tirarsi un colpo e ci vai di sicuro, proprio! … qua, qua, che c’è? Un mese a Vimini e Piccione, eh che bello, a trecentoeurivittoealloggio, ullallà! Ma che vedono i miei miopi lumi? Entriamo scodinzolando curiosi e chiediamo illuminazioni all’addetta tettuta niente male, -veh, todo bien… - ehi cara, non siamo mica cazzi e tori no’altri! Ah, sì, perdonata… chissà perché c’avea parlato in ispanico? –Interessati all’offerta Vimini?- Direi cara, le risponde il Gigi; lei sbatte le cigliette e frulla il culetto: -sì, trecentoeurituttocompreso!- Ooohhh di stupooore… -ma… - eccolo il ma! - …le righette piccine, le avete lette?- Nooo… , usciamo lesti come ghiaccio secco sulla superficie e leggiamo: “Obbligo di entrata tutte le sere nelle trentacinque discoteche del gruppo Tenkule” a trentaeurisineconsumasiù, ah, là, la fregatura. Rientro, signorina, la mi scusi ma, trentacinque disco in un mese? –Beh, voi siete veloci, si vede dal profilo…- squittisce, ah, eiaculatio precox! Ma subitamente due mastini giungono alle spalle indispettiti dalle parole barbare, noi si esce agili e presti molto e mandiamo a cagare la Tenkule e le sue fabbriche tuonanti falsa musica e ripiene di polvere… .&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Il percorso si fa lungo nel tempo e nello spazio; come si possano contenere tante primizie in una sola costruzione è davvero una curiosa questione: un tempo per un prodotto un posto, almeno per un genere, dico, un luogo ove gente specializzata, artigiana, erede magari dell’antico mestiere, t’accoglieva e forse ti spennava di più, ma con strana soddisfazione reciproca, ora tutto in un medesimo locale, microuniverso con un suo raziocinio, certo, ma forse un po’ troppo con evidente intento succhia soldi e pazienza e rodi-bile di poveri padri di famiglia intenti anche a far quadrare i conti.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;I passi miei si fanno meno sicuri e meno vogliosi, il nuovo girone è meno interessante per me, ma lo spettacolo umano mi riconcilia col pessimismo cosmico; veloce un’adolescente vestita come il suo idolo berciante Pritney Stiars, id est con baghetta culminante in un finto gioiellino da ovo de Pasqua, occhiali fascianti e trucco da battona, ciabatte e quant’altro, veloce come un bradipo fradicio pigola alla cassa recando nelle manine laccate un sacco traboccante dolci, pesato pochi istanti prima da un intontito saccarosio con grembiule bianco. Mi stupiscono sempre i croccantini, tanto ini da essere un metro per due, ed anche le mandorle che mi pare non abbian tempo, cioè non si capisce quando possano essere state prodotte; pochi mesi or sono mi dissero che rosse van bene per la laurea… forse meglio si confarebbero per un donatore o per una nel suo ciclo, bah, e bianche per il matrimonio, eh già, la verginità, la purezza, certo e azzurre per che so… , il battesimo e nere per il trapasso. Mah. Qua i Dolci trionfano in legioni schierate per la battaglia, in ammassi di orde di liquirizia, bailamme di cioccolata al latte e diabete e colesterolo cattivo e liposuzione…&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;ah, il gelato, c’è anche quello oltre una fila di culi torturati dai tanga in corda di lino e ciabatte anche qui… odio la gente in ciabatte, soprattutto i maschi must… colle infradito attentatrici della salute del pollicione. Una volta io e Mick incontrammo un o di questi eroi moderni con simili calzature e canotta cinghialesca in università: dico, io tollero di tutto, ammetto persino che uno o una si becchi la merda in faccia per quattro stacchetti in tivvù, ma, perdio, nel luogo dove si dovrebbe bere la cultura… in ciabatte, un maschio per di più, coi piedacci pelosi ed il sodale mi disse che quello aveva fatto un esame poco prima… che insulto infame. Fame? Questi qui nel girone Dolci mica sono affamati, questi son tossici e non c’entra la serotonina ed il desiderio di felicità, loro trogolano e sbafano per abitudine, vizio per dipendenza, senza gusto e discernimento; purché sia dolce e sballi il fegato… ingoiano zuccheri ed ogni tanto li ridonano al mondo esterno tramite culo brufoloso e via water… ma poche volte, dati gli zainetti incorporati nei fianchi e attorno le cosce.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Andiamo, andiamo, passiamo in un altro gironcello và… ma di questo non vorrei parlare, m’offende… offendendo il gusto oggettivo della bellezza, soprattutto quando la carne naturale è diafanamente eccelsa… beh, parlo delle mefistofeliche Lampade abbronzanti o riducenti a color mogano, poi a giallognolo epatite, quando i sapientoni che se le fanno lasciano passare troppo tempo tra un omicidio di pigmenti ed un altro. La luce azzurra trapela dalla porta del Paradiso del Sole, pare di sentir odore di carne abbrustolita e salsicce mal cotte e riscaldate poi nel microonde; vedo oltre la vetrata, volti assenti di prezzemolini delle disco e merce da yacht; le mie braccia ed il mio volto urlano pallore contro di loro e mi sovviene come d’incanto e per delizia il volto della Beart… queste lampadate, poarine, non capiscono un fico secco di estetica e manco di salute, ma tant’è che la fiera delle vanità trionfa smargiassando sirene e rumbe ed io e Gigi caracolliamo nell’ottavo girone.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;A dir lo vero questo ed il nono andrebbero fusi, almeno lo son sempre stati, fin tanto che l’oggetto venduto nell’ultimo non s’è preso un posto al sole e da grande dominatore della quotidiana gazzarra, s’è impossessato di un girone intero. L’ottavo celebra la vendita dell’iddio Computer e di altre corbellerie elettroniche: s’entra e si osserva i nuovi prodotti che già che son lì, sono vecchi; la nuova velocità che è lenta per il Gioco venduto su quegli scaffali… vedo una banda di pixel attraversare il girone minacciando uno Stereo, subito dei decibel accorrono preoccupati e la rissa che ne consegue è sedata da un paziente Decoder Digitale Terrestre. Mi volto sperando di trovare qualcosa del canadese errante ma il grugno di un tizio che dice di cantare in un gruppo… avverbiale mi smorza il coraggio e la voglia di andare bighellonando tra Cd disgustosi. Non c’è patria in questi posti, non c’è pace ma solo transazioni, carte di credito e di debito, sogni virtuali pessimi anche quelli perché provenienti da subconsci prefabbricati, da strutture in plexiglas e cacca.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.45pt;"&gt;Chiamo Gigi, dico, per me è ok, è tempo di offrire omaggi al grande divo dei centri commerciali e a capo chino, umili e contriti passiamo il varco e strisciamo devoti davanti al dio Cellulare; s’intona alto un Guglielmo Tell con campanelli tailandesi ed un eunuco mi fa certo che si tratta dell’ultimo must nelle suonerie, ma va solo nel Minkja&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;2457bis turbo in lega lamellare, con tasti in pelle di zulù adolescente; qualcosa non mi quadra ma quel culo squadra troppo noi altri, così, tanto per fare qualcosa, mi sposto verso una vetrina e vedo il modello che spedisce i fax, fa le fotocopie, lava e stira e nel modello rosa, se le resta del tempo libero, si diletta in fellationes… impallidisco e guardo quello con rivoltella opzionale, oppure con obice; rimembro il coltellino di Paperino che tutto aveva tranne una lama, sorrido e profano la sacralità… l’eunuco corre verso noi con un Uzi puntato sui nostri zebedei, rantolo un’ultima domanda… -ma l’Uzi è irakeno o iraniano? E poi, grondante di sudore per la veloce fuga a gambe levate, ho la fortuna di riprendermi nel garage, accanto all’auto di Gigi che, sbalestrato come me, mi ricorda che le scarpe per le nozze del suo collega di lavoro non le ha prese e così ci tocca un altro Centro Commerciale. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 1cm;"&gt;&lt;span style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2001672548704202070?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2001672548704202070/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2001672548704202070' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2001672548704202070'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2001672548704202070'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/centro-commerciale-bozza.html' title='Centro Commerciale (bozza)'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-445273260320494744</id><published>2007-09-10T11:32:00.000+02:00</published><updated>2007-09-10T11:33:40.014+02:00</updated><title type='text'>Un ospite</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Mi sorprese che leggevo Topolino, testa appoggiata al del resto inutile cuscino, dato che io dormo piatto come una sogliola, sulla soglia della morte attesa ogni notte. C’era Paperoga che disastrava la vita di Paolino Paperino indicandogli un nuovo lavoro e la mia bocca tirava un sorriso, quando sopra gli occhi mi colpì il nero pastrano: seduto dinnanzi al mio piccì, gomito appoggiato sulla lignea protuberanza che regge la tastiera, come un atro messo infernale, mi guardava attraverso occhi che non saprei dire qual colore mai avessero: un naso adunco e una bocca sghemba in un sofferente silenzio; artigli tra i capelli e altri sul pomolo della sedia, l’indice alzato come se richiamasse la mia attenzione. Non mi prese il panico seppur il cuore mi palpitasse giambico; in effetti la bocca prese a seccarsi nella dimenticanza di deglutire: ancora l’atavica sensazione di inevitabilità. Attraverso secondi come secoli battei le palpebre e in piena comprensione principiai a considerare &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;quale borsa usare per il viaggio: quello percepì il mio pensiero e scosse le ossa in diniego: -&lt;i style=""&gt;sono di passaggio&lt;/i&gt;. Uh, pensavo fosse rauco, colpa dei Monty Python. Invece pare vento di settembre, come le impressioni: a dirla tutta, non ricorda alcuna inflessione, alcun tono, alcunché. Beh, quindi, che cacchio voleva? Un sorriso, mi parve. –&lt;i style=""&gt;Sono stanco. Ti guardo e sono stanco. Sai oggi ho preso un pezzo grosso, m’è toccato andarci io, nessun messo minore ci voleva andare; come con quell’altro, quello che tu chiami Balena Bianca, due, tre, nove volte m’avevan scomodato… e non voleva venire. Sono stanco. Lascia che stia qui un secondo ad osservarti, tu che non sei un cazzo, non hai e non avrai scuse per evitarmi. &lt;/i&gt;Mi parve volgare ‘sta cosa, eppure aveva ragione. Lo fissavo rapito da una stanchezza che comprendevo. Mi dicevo: senza lui nessun senso; eppure quant’odio. –&lt;i style=""&gt;Sì, mi odiano. Non si può prescindere da me, e mi odiano. Sbatacchiano come ossessi quando mi presento, o quanto tocca ai miei bravi: ormai resto spesso a casa, delego. In tempi mediocri come questi, non c’è sugo, non ci si sente apprezzati, non ci si diverte. Nessuno capisce che se io non arrivo nulla prima sarebbe. &lt;/i&gt;Si voltò alzando un poco il bavero, svelando nessun corpo: lesto cercai i calzari che sempre m’hanno incuriosito: logori sandali, forse quelli che calcarono il Golgotha dietro a Colui. Guardava l’Urlo. –&lt;i style=""&gt;Mi ricorda la mia giovinezza. Non ridere, fui giovine. Colui? Uno straccione, piena la testa di vecchie favole, e tu che credi a quel discorso sulla montagna… illuso coglione. &lt;/i&gt;Non c’è che dire: volgaruccio. –&lt;i style=""&gt;Pensa per te che alle volti assembri uno scaricatore di porto, e berci di poppe, culi, fiche, merda… e non sai un cazzo di niente. &lt;/i&gt;Già. –&lt;i style=""&gt;Ascolti sempre musica… &lt;/i&gt;Cerco te, o il senso di te. &lt;i style=""&gt;–Sono davanti all’alba, dietro l’imbrunire, nella pioggia, o nel sole ardente… sono il Senso e sono stanco… di esserlo e di non essere capito. Ora vado, ci si vede. &lt;/i&gt;&lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;Sicuro, sicuro come che un uovo è un uovo. Paperoga ha vinto, Paperino ha nuovi debiti da saldare. Via il cuscino, ci devo pensare. ( A Lori, che ci pensa.) &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-445273260320494744?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/445273260320494744/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=445273260320494744' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/445273260320494744'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/445273260320494744'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/un-ospite.html' title='Un ospite'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-6002991077080764501</id><published>2007-09-09T10:39:00.000+02:00</published><updated>2007-09-09T10:51:01.853+02:00</updated><title type='text'>Trip</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   In un giorno d’estate&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;raggiunsi la vetta di un monte.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Stanco affaticato e felice.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Per caso notai un vecchio,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;seduto accumulava piccole pietre.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Lo chiamai ma non rispose.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Chiamai più e più volte&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;mai rispose.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Avvicinatomi gli parlai:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;-Ehi vecchio, chi aspetti?-&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Quello guardò in alto&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;e non sorrise.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Guardai anch’io in alto&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;e non sorrisi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;-Forse, forse non passeranno più –&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Così disse come un sibilo di vento.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Davanti a lui cresceva il cumulo di pietre.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Mi sedetti e cominciai il mio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sentendomi vecchio in eterno&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(In effetti se dovessi pensare all’inizio del mio travaglio…&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;le parole sopra son quelle che ricordo più… vere. Era il 1997.)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Lo spumeggiante gorgoglìo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;dell’indaffarato fiume&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;s’agita nella mia testa&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;e non trova uscita.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Qual mastino nel serraglio&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;scuote la catena arrugginita&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;e latra al suo dio,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;qual giallo canarino&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;sullo stecchetto abbandonato&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;sbircia la marcia verzura&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;io pure non so se devo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;(o posso) rassegnarmi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(Al Mella e a me seduto alla mia scrivania intento a studiare.)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Appare tumultuosamente bestiale&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;il desiderio&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;quale fiera dietro le frasche&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;aspetta la preda&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;tale il mio corpo desia&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;l’azione&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;e brama il bottino sol come&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;fin dell’arrembaggio&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(Waitin’ for E. Pensavo a come descrivere l’eccitazione… rampante, ma pure il vuoto dopo la venuta. )&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Quando cade una stilla&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;nell’acquaio riempito&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;veloce traspare il volto&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;che la mente ancor più presta&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;cancella, sì che io&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;non lo vedo mai.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(Pensando a C. Ma in effetti è il tentativo di richiamare volti, recisi dalle forbici)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Quando guardo il cielo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;non vedo l’azzurro: vedo lei.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Quando guardo le montagne&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;non vedo le rocce: vedo lei.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Quando guardo un prato&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;non vedo l’erba: vedo lei.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Quando guardo il mare &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;non vedo l’acqua: vedo lei.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Quando guardo lei vedo il mondo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;e mi volto dall’altra parte.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(Periodo stilnovistico; Masem ricorderà; 1993. Ho sempre voluto bene a quest’accozzaglia di parole, dato che ho sempre fatto così: mi son voltato dall’altra parte)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b style=""&gt;   A&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;mo passeggiare per i prati mentre&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b style=""&gt;n&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ubi benevole solcano l’orizzonte &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b style=""&gt;d&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ei miei pensieri e&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b style=""&gt;r&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;icordare che sono come&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b style=""&gt;e&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;rba bagnata da&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b style=""&gt;a&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;cqua celeste.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(Giocando col mio nome)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Il dissidio delle emozioni:&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;onde flagellate dal vento&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;urlano contro le carene&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;le vele strappate accusano&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;l’incauto marinaio morituro.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Cozzano tra loro le nubi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;orride crepe straziano la notte&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;li diresti tutti infuriati&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;gli inquilini dell’Olimpo.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sogna, marinaio, il porto&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;la bettola e il boccale pieno&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;l’orrendo lezzo delle banchine&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;il profumo delle cosce a pagamento.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Inutilmente alzi gli occhi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ed elemosini la salvezza&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;paga il prezzo dell’ardire&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;cola a picco col tuo legno&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Proserpina forse per te riderà.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(Ero a lezione; ricordo solo questo)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Capitavano all’imbrunire&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;trotterellando bizzose&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;sulla rena fradicia.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Nascosto dietro le barche&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ne osservavo stupito&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;…le danze.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sciabordavano le onde&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;cancellando i segni&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;mentre le creature&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;scomparivano lievi.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Tornavo a letto&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;almeno più felice.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(Omaggio alle carpet Crawlers)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Verrò a prenderti colla cinghia&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;e legherò il tuo cuore al palo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;dove le cagne bramose&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;lo sbraneranno finché i tuoi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;singulti non svaniranno in una&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;orribile pozza di silenzio.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;(&lt;i style=""&gt;Ultimi rantoli… )&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Guarda com’entra se ti fidi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;guarda i neri infidi capelli&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;tra i fermagli abbinati con cura&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ai zingari colori delle vesti, guarda&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;le labbra carnalmente rosse tra&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;le bianche coorti, guarda&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;gli occhi scrutatori accorti&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;e giù il gioiello sulla caviglia&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;guardala mentre danza, mentre&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ride, ascoltala mentre parla&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ché te tu non la rivedrai mai più,&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style=""&gt;                                                   &lt;/span&gt;canaglia.&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;(Ah, porcogiuda, come era bella!)&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;   Rotola l’asfalto sotto le gomme&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;fendendo l’orribile lezzo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;delle marmitte delle ciminiere delle sigarette&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;rapide luci lasciano aloni&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;il cervello registra per il prossimo incubo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;scoppi di clacson appresso al verde&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;strisciate di freni avanti al rosso&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;-… il cielo domani sarà azzurro&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;le nuvole bianche e il mare&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;amareggiato amoreggerà colla spiaggia…&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;… il nuovo singolo del Burlador… -&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;cartelli arancio ed ostacoli bicolori&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Giano bifronte spaletta ai due serpi&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;contrari ed affiancati per divergere e&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;incontrarsi ancora ove s’infiora il rondò&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;nessun silenzio seppure serpeggi la solitudine&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;ammantata di lamiere e plastica&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;-… il killer ha portato il cadavere&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;in sacchetti per la spesa e distribuiti&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;in vari cassonetti senza avvisare…&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i style=""&gt;… il nuovo mascara per il futuro… -&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;occhi puntati avanti a non perdere l’attimo&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;il varco ed essere più rapidi alla volta&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;mani e piedi mossi dall’abitudine&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;la mente sorpresa d’essere lì ma&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;giunti da dove? attraverso quali strade?&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;i style=""&gt;&lt;span style="font-size:12;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;(Un esperimento; ma Giano bifronte detto di un vigile mi piace, così come “si infiora il rondò”: a dirla tutta, io amo le frasi, Lori, le frasi son tutto; Stefy, le trame non importano una sega, contano le parole, i detti, la scarna struttura: che m’importa cosa effettivamente uno vuole dire? Ci si cela dietro le immagini: quelli bravi stanno accucciati dietro le loro frasi e ghignano dei critici, caro Misha, scrittori falliti, i critici: io continuo a funzionare come una pentola a pressione, o come un brufolo da schiacciare, come una masturbazione da fare. Prima o poi la mente finirà di caricarsi, come la pelle invecchia, la pignatta arrugginisce, il pisello non tira più: Questa è la vita.)&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-6002991077080764501?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/6002991077080764501/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=6002991077080764501' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6002991077080764501'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/6002991077080764501'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/trip.html' title='Trip'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-2217700311507938078</id><published>2007-09-01T21:45:00.000+02:00</published><updated>2007-09-01T21:46:29.089+02:00</updated><title type='text'>Per Lori: un pensiero</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Non è molto facile parlati del mio rapporto con Meyrink. È parlare di un giovane liceale e brufoloso che cercava di buscare il levante verso il ponente, che imbrattava la giovinezza con letturacce kinghiane e che pigliava sollievo con Poe. E che un giorno si imbatte nei Racconti agghiaccianti, nelle 100paginemillelire. Non fu illuminazione, ma riconoscimento di fratellanza ed ispirazione di… vita, almeno nel racconto dell’asceta che stringe forte nel pugno la sfera di ferro e prova un forte dolore… finché uno gli dice che se avesse aperto la mano la sofferenza sarebbe passata. Provai una tale simpatia anni più tardi con la Bibbia di Rajneesh (non ricordo come si scrive). Su una bancarella mi imbattei pure nel Cardinale Napellus, altri racconti, ma era già amore. Dovrei parlarti di un ragazzo militare che giunge a Bolzano e non sa come fregare il tempo: i Pascoli del cielo di Johnny Steinbeck… mi ridiedero la gioia interiore e volevo leggere solo Furore. Poi mi feci ordinare il Golem… ma arrivò la Notte di Valpurga e non ti dico l’emozione: mai una scopata mi ha reso felice come quando la lessi per la prima volta. E fu il destino giocondo a regalarmi in piazza Walter il Golem: mi aspettava timido, timido, in mezzo a scarti mentali di oscuri pippoidi. Li ho letti tre volte entrambi e che dirti: quello che amo… è l’ambiente, l’atmosfera lugubre, cupa, sinistra, magica, semita, di Praga, la Golemstadt. E quel cappello pieno della storia di Pernath. E Meyrink dedito alla Cabala che l’ha salvato dal suicidio e la creatura del rabbino in giro per Praga e io, pieno del sogno di morire in quelle strade, fottuto tra i capelli rossi di una leggiadra fanciulla. Ma nella mia vita conta di più la Notte: troppo del mio cuore batte su quel tamburo, o nella Daliborka, con Ottokar e Polixena, ma non posso raccontare di più. Sì, i Demoni, i Fratelli, l’Idiota, l’Uomo ridicolo… ma anche l’austriaco di Praga: cosa sarei io senza il Dosto, senza Steinbeck, Camus, Meyrink, appunto, e Dante, Montale, Cervantes, Turgenev, Gogol, Svevo, diomio, Carloemiliogaddus! Non sarei… tutto qui. Leggi la Notte, quando la trovi. Chi non è come Zrcadlo, in questa vita, o in altre. È tutto così ineluttabile, e decadente, e finito. &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/1239867344454928276-2217700311507938078?l=fazioso.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://fazioso.blogspot.com/feeds/2217700311507938078/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=1239867344454928276&amp;postID=2217700311507938078' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2217700311507938078'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/1239867344454928276/posts/default/2217700311507938078'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://fazioso.blogspot.com/2007/09/per-lori-un-pensiero.html' title='Per Lori: un pensiero'/><author><name>Absirto</name><uri>http://www.blogger.com/profile/07920246135363455981</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='32' height='24' src='http://1.bp.blogspot.com/_IakWL8OTgEs/SvwUMHzixxI/AAAAAAAAABo/0AC4PRK3GUc/S220/pan.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-1239867344454928276.post-5040580635074275951</id><published>2007-08-26T13:04:00.001+02:00</published><updated>2007-08-26T13:04:49.284+02:00</updated><title type='text'>Ogni mattina</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"&gt;Ogni mattina, che sia benedetta dal biondo Apollo o bagnata da Giove Pluvio ovvero coperta dal bianco manto che tanto può esser gradito in Pezzeda quando bestemmiato on the road, apro il portone del garage e porto la vecchia quattroruote bianca sulla Statale, pronti entrambi ad affrontare il serpente d’asfalto tra la media Valtronfia e Santa Femia. Né l’automobile si chiama Argo e né io Giasone, ma il viaggio verso il Vello d’oro degli Argonauti, cari miei, mi pare uno scherzo se confrontato con i miei ventinove chilometri all’andata e i medesimi al ritorno: cosa sono ventinove chilometri? Il sottoscritto ha fatto un giretto a Melbourne e ha soggiornato ad una considerevole distanza dalla City, ma, a seconda dei suoi umori e dall’urgenza, poteva pigliare il treno, o il tram, o l’autobus oppure uno dei milioni di taxi e coprire le distanze senza tanti esaurimenti e travasi di bile: un giorno dissi ad un autoctono curioso: -guarda, da noi, per andare in città ti ci vuole una buona ora, se sei fortunato, e son una ventina di chilometri. Non mi ha creduto, manco fossi un mercante di buaggini. Ebbene, ogni mattina, senza tante cerimonie, mi iscrivo alla Grande Corsa verso la Leonessa, e il premio, lo sapete benissimo, sono gli euri dello stipendio, che ben servono anche a mantenere questa deliziosa competizione, fornendomi la benzina, l’assicurazione, il medico per l’automobile, che, poarella, risente alquanto della sua età e degli strapazzi. Ma oggi è sabato, signori, oggi in tanti ancora stan sotto le coltri, e alle otto del mattino pochi forzati mi fan compagnia: sicché eccola qui, la Statale, questa biscia grigia che non riesce a stare ferma… e cambia, cambia in continuazione. Sembra un fenomeno da mente aliena, ma questa strada, l’è viva! È ufficiale, non può che essere un organismo vivo che subisce continue mutazioni: ora presenta un fenomeno curioso: la rotondite. Le spuntano sul dorso continue rotonde, come tracce attorno purulenti foruncoli, il cui sfogo potrebbero essere i talenti dei contribuenti, Giove assenziente. Non sono che uscito dal mio paesello( pure lui, sia lode a Bacco, finalmente, ha un semaforo!) ed ecco il primo mezzo giro di tango: mi inrotondo (il termine è mio, ché mi sento un po’ D’Annunzio)&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;guardingo e solingo, di sabato non v’è da essere tanto attenti… ma nei ventitre o ventiquattro, chi può dirlo con certezza?, rondò successivi, come potrò pagare l’attenzione, come si dice nella perfida Albione, senza distrarmi, dando sempre, sempre la giusta precedenza? O come potrete voi, cari compari di viaggi e disavventure mattutine e serali, che avrete pure i vostri problemi, i vostri pensieri, star sempre in campana? Ma la strada a questo non pensa, e muta, muta come il vento, come la fama. Nel vialone che guida a Santa Femia la mutazione genetica l’è stata alquanto poetica o pornografica: ti pare di adocchiare le gobbe di cammelli, le pelate di giganti sottoterra conficcati, o invece le poppe di belle signore stese al sole mattutino d’un sabato come un altro. Non c’è che da guidare, stare attenti e pagare: benzinaio, assicuratore, psicologo ed, un dì, il becc
